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22/01/2026 ore 08.35
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Iran, proteste e tensioni globali: una crisi interna tra repressione, equilibri instabili e ruolo degli Usa

Un malcontento quello della popolazione iraniana che nasce da lontano e si intreccia con scenari mediorientali complessi e pressioni esterne, tra sanzioni, nucleare e interferenze che rischiano di soffocare le istanze di cambiamento

di Raffaele Piccolo
Iranians gather while blocking a street during a protest in Tehran, Iran on January 9, 2026. The nationwide protests started in Tehran's Grand Bazaar against the failing economic policies in late December, which spread to universities and other cities, and included economic slogans, to political and anti-government ones.//MIDDLEEASTIMAGES_1.2347/Credit:Khoshiran/MEI/SIPA/2601111829

L’Iran si trova oggi al centro di una crisi profonda, che affonda le sue radici tanto nelle tensioni interne quanto negli equilibri instabili del Medio Oriente. Le proteste che attraversano il Paese non sono un fenomeno improvviso né isolato: sono il risultato di un lungo accumulo di frustrazioni economiche, sociali e politiche, aggravate da sanzioni internazionali, repressione statale e isolamento diplomatico. L’inflazione galoppante, la svalutazione della moneta e il progressivo impoverimento della popolazione hanno trasformato il malcontento in una mobilitazione diffusa, che coinvolge giovani, lavoratori, commercianti e donne, spesso con una radicalità inedita.

Per comprendere la portata di ciò che accade oggi è necessario uno sguardo, seppur rapido, alla storia dello Stato iraniano nell’ultimo secolo. Dalla caduta della dinastia Qajar all’ascesa dello shah Reza Pahlavi, l’Iran ha conosciuto una modernizzazione forzata e profondamente diseguale, culminata nel colpo di Stato del 1953 sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito contro il primo ministro Mossadeq. Quel momento segnò una frattura duratura tra la società iraniana e l’Occidente. La rivoluzione del 1979, che rovesciò lo shah e portò alla nascita della Repubblica Islamica, fu allo stesso tempo una rivolta popolare e l’inizio di un nuovo autoritarismo, di matrice religiosa, che negli anni ha represso sistematicamente ogni forma di dissenso.

Da allora, le rivolte non sono mai cessate del tutto. Il movimento studentesco, le proteste del 2009, quelle del 2019 e del 2022, fino alle più recenti manifestazioni, raccontano una società viva, ma intrappolata in un sistema politico che fatica a riformarsi. La risposta del regime è stata spesso la stessa: repressione, controllo dell’informazione, arresti e violenza. Tuttavia, ciò che distingue la fase attuale è il contesto regionale e internazionale in cui si inserisce. Il Medio Oriente è oggi un mosaico di conflitti interconnessi. L’Iran è coinvolto direttamente o indirettamente in numerosi scenari: dal sostegno a Hezbollah in Libano alla presenza in Siria, fino allo scontro ideologico e strategico con Israele e alle rivalità con l’Arabia Saudita. In questo quadro, la questione nucleare iraniana resta uno dei nodi centrali, utilizzata come leva politica sia da Teheran sia dalle potenze occidentali. Ogni crisi interna iraniana diventa immediatamente un fattore di instabilità regionale, con il rischio costante di escalation.

È qui che entrano in gioco gli Stati Uniti, attore onnipresente e spesso ingombrante. Washington ha una lunga storia di interventi diretti e indiretti in Medio Oriente, giustificati di volta in volta dalla difesa della democrazia, dalla sicurezza energetica o dalla lotta al terrorismo. Nel caso iraniano, il coinvolgimento statunitense è ambiguo: da un lato, dichiarazioni di sostegno al popolo iraniano e condanna della repressione; dall’altro, sanzioni sempre più pesanti e azioni militari che rafforzano la narrativa del regime, secondo cui ogni protesta sarebbe manovrata dall’esterno.

Negli ultimi anni, gli Stati Uniti sembrano mostrare un bisogno costante di essere al centro della scena mediorientale, anche quando questo protagonismo rischia di aggravare le tensioni anziché risolverle. L’interventismo americano, spesso accompagnato da una retorica moralizzatrice, ha prodotto risultati discutibili in Paesi come Iraq, Afghanistan e Libia. In Iran, l’ingerenza percepita di Washington rischia di delegittimare le rivendicazioni popolari, offrendo al regime un alibi per reprimere in nome della sicurezza nazionale. La questione centrale, dunque, non è solo cosa accadrà in Iran, ma chi avrà il diritto e la capacità di guidare il cambiamento. Le proteste nascono da esigenze interne reali e profonde, non da strategie geopolitiche. Trasformarle in un terreno di scontro tra potenze significherebbe tradire le aspirazioni di chi chiede libertà, diritti e dignità. Il Medio Oriente ha già pagato un prezzo altissimo per l’imposizione di soluzioni dall’alto, spesso pensate altrove.

Se gli Stati Uniti vogliono davvero svolgere un ruolo costruttivo, dovrebbero rinunciare alla centralità muscolare e favorire percorsi diplomatici, multilaterali e rispettosi dell’autodeterminazione dei popoli. La storia recente insegna che la stabilità non si impone con la forza e che il cambiamento duraturo, in Iran come nel resto del Medio Oriente, può nascere solo dall’interno, per quanto lento, contraddittorio e doloroso possa essere.

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