Irene Pivetti: «Mi preparo al carcere, ma non mollo. Ho perso tutto, mi affido a Dio e riparto dai pacchi viveri della San Vincenzo»
Un tempo la più giovane presidente della Camera, oggi condannata in primo grado per evasione fiscale. Tra ristoranti sociali e fede, la parabola di una donna che ha perso tutto e prova a ricominciare
Aveva solo trentun anni quando salì sullo scranno più alto di Montecitorio. Una donna giovanissima, elegante, colta, simbolo di un’Italia che negli anni Novanta sembrava voler dare spazio a volti nuovi. Tra il 1994 e il 1996 Irene Pivetti fu la più giovane presidente della Camera dei deputati della storia repubblicana, terza carica dello Stato in un’epoca di passaggi rapidi e sconvolgenti, con la Prima Repubblica che si frantumava sotto le inchieste e la Seconda che nasceva tra slogan e televisioni. Sembrava l’inizio di una carriera destinata a durare a lungo. E invece, trent’anni dopo, il suo nome torna sulle prime pagine per motivi opposti: una condanna a quattro anni di carcere per evasione fiscale e autoriciclaggio, nuove accuse per la compravendita di mascherine durante il Covid, e una vita scivolata lungo una china che l’ha portata a reinventarsi mille volte, tra tv, imprese, processi e tentativi di riscatto.
Al telefono la voce è calma, a tratti stanca. Ma non c’è l’ombra della ragazza che parlava con voce squillante nell’aula della Camera. Oggi Irene Pivetti fuma una sigaretta e parla del carcere come di un’eventualità reale.
«Sì, ci penso. Mi preparo. Non lascio che questo pensiero mi divori, ma so che potrebbe accadere. Ho le mie tristezze di madre e adesso anche di nonna, ma non permetto che diventino un macigno che mi schiaccia. Cerco di vivere con equilibrio. E mi affido a Dio, davvero, non è un modo di dire».
C’è un pudore che viene meno quando ammette di essersi nutrita grazie ai pacchi viveri della San Vincenzo.
«Non mi vergogno. Non lo dico per destare pietà, non è nelle mie corde. Lo dico perché so che molti imprenditori, molte persone, si sono trovati e si trovano nella mia stessa situazione. Hanno perso tutto, e nessuno li ascolta. Io ho un nome e una voce, e se posso dare testimonianza di questa realtà, lo faccio. Non mi hanno tolto la casa, perché non l’avevo. Ma mi hanno bloccato i conti, rovinato la reputazione, annientato economicamente. E so che per altri è andata anche peggio».
La caduta non è stata improvvisa, ma progressiva. Dopo la politica, Pivetti ha attraversato la televisione con programmi di successo e con qualche parentesi di costume. Poi la scelta di fare impresa, settore che si rivela fatale.
«Non rifarei mai più l’imprenditrice in Italia. Non avevo immaginato i risvolti di quel mondo. In un attimo sei dalla parte del torto, e finisci nel tritacarne. È un sistema che non rispetta la presunzione di innocenza. Altro che avviso di garanzia: non ti garantisce nulla, ti segnala solo che la macchina comincerà a distruggerti».
Quando la Guardia di Finanza bussò alla sua porta con un avviso, lei pensò a un errore.
«Sono sempre stata scrupolosa, attenta, proprio perché personaggio pubblico. Invece mi sono ritrovata travolta. E non condanno i giornalisti, fanno il loro lavoro. Ma il sistema ti sbatte in prima pagina, ti toglie dignità, ti annienta. E non hai strumenti per difenderti».
L’errore, secondo lei, non è stato un complotto contro il suo nome, ma una dinamica che travolge molti imprenditori. E qui si apre un varco nel racconto: la sua parabola personale incrocia le vite di tanti che non hanno titolo per raccontarla.
«È un sistema che colpisce chi rischia. Ti ritrovi senza nulla, e a volte, dopo anni, emerge che eri innocente. Ma nel frattempo sei rovinato».
Nel 2022, in un momento di buio, Pivetti trova rifugio in un ristorante sociale a Monza, “Smack”, che offre lavoro a ex detenuti e persone fragili.
«Dormivo in una camera in affitto sopra al locale. Arrivavo alle sei e mezza del mattino, aprivo le porte, sistemavo la cucina. Servivo ai tavoli, organizzavo serate musicali, feste di compleanno. Facevamo un centinaio di pasti al giorno. Lì ho capito che si poteva ricominciare. Quando ho preso il primo stipendio da mille euro, ho sentito che potevo ancora farcela».
Di quell’esperienza parla con affetto.
«Era un luogo vivo, che restituiva comunità a un quartiere. Ho conosciuto persone straordinarie, con cui sono rimasta in contatto. Torno a trovarle, mangiamo insieme. Era un lavoro di squadra, un riscatto condiviso».
Il passato politico non le ha offerto sostegno.
«La politica mi ha lasciata sola. Ma non mi aspettavo nulla, e non posso rimproverare nessuno». Le resta la fede, e quella capacità di resistere che racconta quasi come un esercizio quotidiano. «Il Signore sa quello che fa. Io mi affido».
Il resto della sua vita oggi scorre tra progetti culturali e rapporti con la Cina.
«Dal 2011 quel Paese è parte importante della mia vita. Promuovo eventi culturali, missioni per imprenditori italiani. Faccio da ponte. È un Paese che cresce e che sa accogliere».
A chi le chiede cosa rimprovera a sé stessa, risponde senza esitazione: «Non aver minimamente immaginato i risvolti del fare impresa in Italia. Se tornassi indietro non intraprenderei mai quella strada».
Resta la condanna, resta il rischio del carcere, resta un futuro sospeso. Eppure, nella voce di Irene Pivetti non c’è rassegnazione totale. C’è la consapevolezza di aver sbagliato, di aver commesso errori, di aver affrontato sfide più grandi di lei. Ma c’è anche il desiderio di non lasciare che quella condanna diventi l’ultima parola sulla sua vita.
«Non voglio vivere con una spada di Damocle sopra la testa. Mi preparo, certo, ma non permetto che questo pensiero governi ogni mio giorno. Vivo quello che ho, i miei affetti, i miei progetti. E mi affido a Dio».
Così, la parabola della più giovane presidente della Camera, da Montecitorio ai pacchi della San Vincenzo, diventa la storia di una caduta senza alibi, ma anche di una sopravvivenza che non smette di sorprendere. Non un’eroina, non un martire, non una vittima assoluta: solo una donna che ha perso quasi tutto e che, tra fede e dignità, cerca di non perdere sé stessa.