La guerra in Iran è il Vietnam di Trump: il 61% degli americani boccia i raid in Medio Oriente
La disapprovazione per i raid militari in Medio Oriente sale al 61% e supera persino i livelli del Vietnam. Crolla anche il consenso di Donald Trump, sceso al 34%, mentre pesano vittime, costi miliardari e rincari del carburante
La guerra contro l’Iran rischia di trasformarsi nel peggior incubo politico di Donald Trump. A due mesi dall’inizio del conflitto, il fronte interno americano mostra crepe sempre più profonde: secondo un sondaggio Reuters/Ipsos del 28 aprile, il 61% degli americani disapprova i raid militari in Medio Oriente. Un dato pesantissimo, perché colloca il conflitto tra Stati Uniti e Iran tra le guerre più impopolari della storia americana recente, superando persino il livello di rigetto associato alla guerra del Vietnam.
Il numero racconta molto più di una semplice flessione nei sondaggi. All’inizio del conflitto, la quota di contrari era al 43%. Oggi è salita di quasi venti punti. Significa che una parte consistente dell’opinione pubblica americana, inizialmente prudente o indecisa, si è spostata contro l’intervento militare. E per Trump, che nella campagna elettorale del 2024 aveva promesso di non trascinare gli Stati Uniti in nuovi conflitti, la contraddizione politica diventa sempre più difficile da gestire.
La guerra in Iran supera il Vietnam per impopolarità
La guerra del Vietnam è rimasta per decenni il simbolo della frattura tra Casa Bianca e opinione pubblica americana. Proteste di massa, piazze infuocate, università in rivolta, famiglie divise, generazioni segnate da un conflitto percepito come lontano, inutile e sanguinoso. Eppure, secondo i nuovi dati, la guerra in Iran ha già raggiunto una soglia di disapprovazione ancora più alta.
Il sondaggio Reuters/Ipsos indica infatti che il 61% degli americani non approva i raid contro l’Iran. Il confronto è brutale: a guerra del Vietnam conclusa, il 60% dei cittadini riteneva un errore l’invio di truppe nel Paese asiatico. La guerra del Golfo targata Trump, dunque, si presenta come il conflitto più impopolare negli Stati Uniti dai tempi della guerra di Corea del 1950.
Non è solo una questione di numeri. È la fotografia di un Paese stanco, sempre meno disposto ad accettare interventi militari presentati come inevitabili e poi pagati con vittime, miliardi di dollari e nuovi rincari. Dopo Afghanistan, Iraq e decenni di operazioni militari all’estero, una parte larga dell’America sembra non voler più firmare assegni in bianco alla Casa Bianca.
Crolla il consenso di Trump: il presidente scende al 34%
Il contraccolpo arriva direttamente sulla popolarità del presidente. Il consenso di Donald Trump è sceso al 34%, il livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca. Il dato è legato alla guerra, ma non solo. A pesare c’è anche l’aumento del costo della vita, in particolare il rincaro dei carburanti dopo l’escalation militare in Medio Oriente.
Solo il 22% degli intervistati approva l’operato del presidente sul fronte dei prezzi. Una percentuale che fotografa un malessere molto concreto: gli americani non giudicano la guerra soltanto attraverso le immagini dei raid o i comunicati del Pentagono, ma anche guardando il costo del pieno, le bollette, gli scaffali dei supermercati e l’instabilità dei mercati energetici.
Per Trump il problema politico è evidente. Il presidente aveva costruito una parte della sua narrazione sul rifiuto delle “guerre infinite” e sulla promessa di concentrarsi sugli interessi degli americani.
Ora si trova a difendere un conflitto costoso, sanguinoso e sempre più contestato. Una posizione scomoda, soprattutto per un leader che ha sempre misurato la propria forza sulla capacità di parlare alla pancia del Paese. Continua a leggere su La Capitale.