«La Repubblica siamo noi»: il messaggio del presidente Mattarella che interpella l’Italia
Dal Capo dello Stato una chiamata diretta alla responsabilità collettiva. E poi il passaggio dedicato ai giovani, spesso descritti con superficialità come distaccati o arrabbiati. A loro ha detto: «Non rassegnatevi», «siate esigenti, siate coraggiosi, scegliete il vostro futuro»
C’è una frase, nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che più di ogni altra riassume il senso profondo di questo tempo complesso: «La Repubblica siamo noi, ciascuno di noi».
Non è uno slogan. È una chiamata diretta alla responsabilità collettiva.
In un mondo attraversato da guerre che devastano popolazioni civili, da città distrutte e da bambini che muoiono sotto le bombe o al freddo dell’inverno, il Capo dello Stato ha riportato il tema della pace al suo significato più autentico. La pace, ha ricordato, «non è soltanto assenza di guerra: è un modo di pensare», è il vivere insieme nel rispetto reciproco, senza pretendere di imporre la propria volontà o il proprio dominio.
Da qui l’invito forte e attualissimo a «disarmare le parole», perché quando «ogni circostanza diventa pretesto per violenti scontri verbali» non si costruisce una mentalità di pace, ma se ne minano le fondamenta. Il linguaggio non è neutro: prepara i conflitti o apre al dialogo.
Il discorso di Mattarella ha poi attraversato la storia della Repubblica come un album di famiglia. «Ognuno ha messo la propria tessera in quel mosaico», ha detto, ricordando che «in ogni casa, in ogni famiglia, c’è una storia da raccontare». Nulla è stato regalato: i diritti, le libertà, lo Stato sociale sono il frutto di sacrifici, impegno e partecipazione di intere generazioni.
I principi incisi nella Costituzione, ha sottolineato il Presidente, «vanno vissuti e testimoniati ogni giorno», ed è proprio questo che li ha resi realtà. Così «diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni». È questa la forza che ha permesso all’Italia di diventare il Paese che è oggi.
Ma il richiamo alla memoria non è esercizio nostalgico. Serve a leggere il presente con lucidità. Mattarella ha parlato di «vecchie e nuove povertà», di diseguaglianze e ingiustizie, di comportamenti che «feriscono il bene collettivo, come la corruzione, l’infedeltà fiscale, i reati ambientali». Tutti elementi che rischiano di incrinare «quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso», un bene che però «non è mai acquisito definitivamente».
Per questo il Presidente è stato netto: «Nessuno può sentirsi esentato». La democrazia non è un’eredità da consumare, ma un esercizio quotidiano. E anche di fronte a un mondo sempre più globale e interdipendente – dall’economia al clima, dalle tecnologie alle pandemie – Mattarella ha indicato un punto fermo: «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».
Il passaggio finale è stato dedicato ai giovani, spesso descritti con superficialità come distaccati o arrabbiati. A loro il Capo dello Stato ha detto: «Non rassegnatevi», «siate esigenti, siate coraggiosi, scegliete il vostro futuro», sentendovi «responsabili come la generazione che ottant’anni fa costruì l’Italia moderna».
È un messaggio che va oltre il rito di fine anno. È una richiesta esplicita di impegno civile. Perché, come ha ricordato il Presidente, la Repubblica non è un’astrazione lontana: «la Repubblica siamo noi, ciascuno di noi».