La tregua che non esiste: l’annuncio di Trump, il silenzio di Mosca e lo scetticismo di Kiev
Donald Trump parla di una settimana senza bombe «per il freddo». Volodymyr Zelensky ringrazia, ma avverte: non c’è alcun accordo ufficiale. E il Cremlino non conferma
La parola tregua rimbalza, viene ripetuta, evocata, rivendicata. Ma resta sospesa, senza un atto che la renda reale. Volodymyr Zelensky lo dice senza giri di parole: non esiste alcun accordo ufficiale di cessate il fuoco sugli obiettivi energetici tra Ucraina e Russia. Quella che circola è, al massimo, un’“opportunità”, un’ipotesi nata su iniziativa degli Stati Uniti e attribuita direttamente a Donald Trump. Nulla di firmato, nulla di garantito.
Zelensky ringrazia. Non per convinzione, ma per necessità. Perché in questa fase ogni parola americana pesa, e perché irritare Trump non conviene a nessuno. Ma insieme al ringraziamento arriva la cautela. Kiev è pronta a sospendere gli attacchi ai siti energetici russi solo se Mosca farà lo stesso. È una condizione, non un’intesa. E soprattutto non è un impegno reciproco verificabile.
Il contrasto tra i toni è evidente. Trump racconta la sua versione con entusiasmo quasi compiaciuto. Dice di aver chiesto a Vladimir Putin di non colpire le città ucraine per una settimana, a causa del gelo. «È stato bello», commenta. Un’espressione che suona leggera, quasi fuori scala, se confrontata con il contesto di una guerra che da anni non conosce pause vere.
Dall’altra parte, Mosca tace. Nessuna conferma ufficiale del Cremlino. Anzi, poche ore prima dell’annuncio di Trump, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva ribadito una linea opposta: «Le tregue parziali sono impossibili». Una frase che pesa come una smentita preventiva. Perché se le tregue parziali non servono alla pace, allora quella evocata dal presidente americano rischia di restare solo una dichiarazione politica, buona per i titoli ma non per il campo.
Zelensky lo sa bene. E per questo non si sbilancia. Parla di speranza, ma la tiene bassa. Ricorda che in passato annunci simili sono stati fatti almeno due volte, e due volte sono stati violati. La tregua del 9 maggio, quella fragile di Pasqua, la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche: tutte esperienze finite nello stesso modo, con le accuse incrociate e le bombe che continuavano a cadere.
Nel frattempo, sul terreno, la guerra non rallenta. Zelensky avverte di aspettarsi nuovi attacchi massicci, con l’uso di missili balistici e droni di nuova generazione. E aggiunge un elemento che passa quasi sotto traccia: la Russia ha interrotto lo scambio di prigionieri. Secondo Kiev, Mosca non ne vede più l’utilità. Non ne trae vantaggio. Un segnale che va in direzione opposta a qualsiasi de-escalation.
Anche sul piano politico-diplomatico il quadro è instabile. Il nuovo round di colloqui previsto ad Abu Dhabi potrebbe slittare. Zelensky parla apertamente di possibili cambiamenti di data e luogo, legati all’evoluzione del quadro internazionale, in particolare alla situazione tra Stati Uniti e Iran. Un dettaglio che dice molto: il dossier ucraino continua a dipendere da equilibri più ampi, spesso esterni al conflitto stesso.
Trump, intanto, insiste. Rivendica un rapporto personale con Putin, fatto di contatti diretti e favori reciproci. Racconta di un’Ucraina “quasi sorpresa” dall’annuncio, ma “felice”. È un racconto che mette al centro il suo ruolo di mediatore, più che la sostanza dell’accordo. Una narrazione coerente con le promesse fatte in passato, come quella di “chiudere la guerra in 24 ore”, mai realizzata.
Kiev si muove su un crinale stretto. Non può smentire frontalmente il presidente americano, ma non può neppure fingere che una tregua esista quando non esiste. Da qui il linguaggio misurato, quasi diplomatico nella forma e scettico nella sostanza. «Ci aspettiamo che gli accordi vengano rispettati», dice Zelensky. Ma subito dopo ricorda che, a ieri sera, non era arrivata alcuna conferma ufficiale russa.
Nel mondo russo, intanto, anche i segnali informali sono contraddittori. I blogger nazionalisti, termometro sensibile degli umori interni, mostrano più irritazione che entusiasmo. Chiedono spiegazioni, ricordano le tregue passate finite male, sottolineano che fermare ora i bombardamenti energetici non sarebbe vantaggioso per Mosca. Anzi, secondo alcuni, avrebbe senso solo se fosse il preludio a un accordo più ampio. Altrimenti, perché farlo?
È qui che emerge il vero nodo. Non la settimana di freddo, non il gesto umanitario evocato, ma il Donbass. I russi continuano a volerlo per intero, spingendo gli ucraini a ritirarsi dalle zone ancora controllate. È il diavolo è nei dettagli, come sempre. Ed è su questo punto che ogni tregua annunciata rischia di infrangersi.
Per ora, dunque, la tregua resta una parola. Utile per la comunicazione, per i rapporti personali, per costruire un racconto politico. Ma sul piano dei fatti, la guerra va avanti. Con i bombardamenti che continuano, gli scambi di prigionieri bloccati e un negoziato che procede a scatti, condizionato da equilibri esterni e promesse già viste.
La settimana senza bombe, se arriverà, lo diranno i cieli sopra Kiev. Non le conferenze stampa.