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07/10/2026 ore 09.12
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Legge elettorale, il Governo incassa due fiducie: oggi il terzo voto alla Camera

Giovedì atteso il voto segreto. Le opposizioni annunciano battaglia e valutano il ricorso alla Consulta, mentre resta il nodo delle elezioni anticipate a maggio

di Redazione
ANSA/ANGELO CARCONI

Riforma della legge elettorale avanti alla Camera coi primi due voti di fiducia.
Oggi il terzo e domani quello segreto. Maggioranza compatta. Opposizioni sul piede di guerra: pronti i ricorsi alla Corte costituzionale. Dubbi di Fi e Lega sul voto anticipato a maggio con l'election day evocato da Malan. Nel campo largo Conte vuole accelerare sulle primarie. Bufera su Vannacci, che attacca Cerno definendolo dai «gusti invertiti».

Il governo incassa le prime due fiducie - con 226 e 227 sì - sulla riforma della legge elettorale dando un'altra prova di compattezza anche se questa volta nel voto palese. Via libera, dunque, in attesa del voto finale, alle modifiche introdotte a Palazzo Madama al testo sui primi due articoli della riforma, riguardanti, tra l'altro, l'introduzione delle preferenze per la Camera e il Senato e la modifica della raccolta sulle firme.

Pochissime e giustificate le assenze nei banchi del centrodestra che guarda, a questo punto, con aspettative sempre più positive al voto segreto di giovedì prossimo. Che la riforma verrà approvata viene del resto ormai messo in conto anche dalle parti del centrosinistra che guarda già alla Consulta ma non smette, comunque, di dare battaglia in Aula e di fare appelli al centrodestra perché ci ripensi. Parole come quelle rivolte dalla deputata di Azione Elena Bonetti alle colleghe del centrodestra: «Vogliono cacciare le donne dal Parlamento, dite no a questo scempio». Questa legge «tradisce le donne e dà uno schiaffo al Parlamento», attacca in Aula anche la capogruppo Dem Chiara Braga. Lo scontro è poi anche sull'uso dello strumento della fiducia e al centrodestra - che ricorda i precedenti su Italicum e Rosatellum - il campo largo replica ricordando le parole infuocate di Meloni a suo tempo, come fa la pentasetllata Vittoria Baldino: «Se non vi fidate dei voti dei vostri parlamentari, come potete chiedere il voto degli italiani? Chi lo diceva? Spoiler...Non Giuseppe Conte, non Elly Schlein ma Giorgia Meloni» nel suo discorso sulla fiducia posta dal governo Gentiloni sulla legge elettorale.

Intanto, a continuare la sua battaglia dentro e fuori dalla Camera è Riccardo Magi, il segretario di +Europa, arrivato al settimo giorno di sciopero della fame. Giorgia Meloni, come fa sapere lui stesso,gli ha inviato un messaggio per chiedere delle sue condizioni di salute. «È positivo che la premier cerchi un canale di dialogo con noi - osserva - sebbene sulla questione firme al momento non riscontriamo alcuna apertura da parte del governo. Per questo, anche alla luce dei parametri positivi relativi al mio stato di salute riscontrati a seguito di una visita con il dottor Claudio Santini, proseguirò con l'iniziativa nonviolenta». Il segretario di +Europa, come altri colleghi del centrosinistra, ha presentato un ordine del giorno, per chiedere l'attivazione delle sottoscrizioni digitali, come accaduto per il referendum. Da capire come si orienterà la maggioranza sul punto. Così come sugli altri ordini del giorno, in tutto 41, di cui 7 di Futuro Nazionale che, tra l'altro, ripropongono il tema delle preferenze senza capilista bloccati.

Gli odg si voteranno nel pomeriggio dopo la chiama sull'articolo 3 (che modifica dal punto di vista territoriale i collegi di Merano, Bressanone e Bolzano) e il voto sull'articolo 8 riguardante l'estensione ai caregiver del voto fuorisede.

Gli occhi ovviamente restano puntati su giovedì. La maggioranza sembra poter contare su una compattezza che ha dimostrato anche oggi. Solo sei, a conti fatti e tabulati alla mano, le assenze in queste ore. Tra gli altri, risultavano in missione, oltre alla premier, i ministri Giancarlo Giorgetti e Francesco Lollobrigida. Per il resto ancora pienone in Aula a Montecitorio con due deputati di FdI, Francesco Mura e Nicole Matteoni, che arrivano a votare con le stampelle. La chiamata alle armi, dunque, finora ha funzionato e i timori nella maggioranza sembrano rientrare più che altro nella scaramanzia.

«Hanno tutti paura - osserva caustico un deputato vannacciano in Transatlantico - e perciò non accadrà nulla, come non sarebbe accaduto nulla a luglio se Meloni avesse detto prima del voto sulle preferenze che in caso di sconfitta sarebbe andata al Colle...».