Legge elettorale, il vero nodo è la tenuta della maggioranza. Mentre si fa strada l’ipotesi del voto anticipato
La partita ora si sposta al Senato, ma dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze la compagine governativa comincia a mostrare crepe profonde. Meloni avrebbe già avvertito Salvini e Tajani: niente imboscate
Si chiude la prima parte del percorso parlamentare che dovrebbe portare all’approvazione della nuova legge elettorale voluta soprattutto dalla Meloni.
La Camera ha approvato la riforma con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti.
Fin qui tutto bene, ma si tratta di un passaggio non definitivo. Dopo l’incidente che ha visto il governo andare in minoranza, si è preceduti a scrutinio segreto e il governo ha ritrovato la sua maggioranza. Così ora il testo passa al Senato, dove si giocherà una partita ancora più delicata.
La Camera approva la riforma della legge elettorale, ora il testo passa al Senato
Il dibattito finale alla Camera è stato dai toni durissimi. La segretaria del Pd, Elly Schlein, viste le difficoltà in aula, visto anche il governo finire in minoranza, non ha esitato a definire questa esperienza governativa ormai verso la sua conclusione. E ha accusato la presidente del Consiglio di aver «tradito gli italiani e gli alleati». Dai 5 stelle, Conte ha rilanciato: «Il Quirinale non sarà mai Colle Oppio». Toni che fotografano un clima sempre più teso, uno scontro continuo che lascia intendere che il finire di legislatura per la maggioranza di centrodestra non sarà una passeggiata anche perché al suo interno le difficoltà si fanno sempre più gravi, i distinguo sempre più evidenti, la paura di perdere voti sempre più netta.
Ma al di là dello scontro tra maggioranza e opposizione, ciò che preoccupa davvero è quanto accaduto durante l’esame del provvedimento. Le due lunghe sedute di Montecitorio sono state segnate da votazioni segrete, proteste, un deputato espulso dall’Aula, polemiche sui video realizzati durante gli scrutini e soprattutto dalla clamorosa bocciatura dell’emendamento di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc che avrebbe reintrodotto le preferenze.
Ma veramente si è trattato di un incidente incidente? Difficile crederlo.
Per bocciare quell’emendamento sono stati necessari decine di voti mancanti nella maggioranza. Si parla di quaranta, forse cinquanta franchi tiratori.
Davanti a questi numeri così consistenti, difficile parlare di una semplice distrazione dei parlamentari. In tanti pensano che si sia trattato di una decisione ben studiata e organizzata, di un regolamento di conti interno al centrodestra, ma anche del primo segnale concreto di una maggioranza che inizia a mostrare crepe profonde.
L’unico momento di piena condivisione è arrivato con l’approvazione bipartisan dell’emendamento che introduce il voto dei fuorisede. Una novità importante sul piano dei diritti democratici, anche se il Partito Democratico continua a sostenere che non rappresenti ancora la soluzione più efficace per garantire realmente il diritto di voto a studenti e lavoratori lontani dal comune di residenza.
Ora tutto passa nelle mani del Senato.
Giorgia Meloni, secondo quanto filtra dagli ambienti della maggioranza, avrebbe già avvertito Matteo Salvini e Antonio Tajani: la pazienza ha un limite. Tradotto: niente imboscate, niente giochi tattici, e soprattutto niente votazioni non concordate.
Ma proprio qui nasce il problema.
Perché se alla Camera sono comparsi quaranta o cinquanta franchi tiratori, nessuno può escludere che il fenomeno possa ripetersi a Palazzo Madama, dove i numeri sono ancora più stretti e ogni singolo voto può diventare decisivo.
Se il percorso parlamentare dovesse concludersi senza ostacoli, il governo avrebbe finalmente in mano la nuova legge elettorale. A quel punto si aprirebbe inevitabilmente la riflessione sul voto anticipato.
La scadenza naturale della legislatura resta l’autunno del prossimo anno. Ma è davvero l’ipotesi più conveniente per Palazzo Chigi?
Gli osservatori nutrono forti dubbi.
Proseguire ancora per un anno significherebbe affrontare una legge di bilancio tra le più difficili degli ultimi anni. Le risorse sono limitate, gli impegni europei sulla difesa richiederanno nuovi investimenti, l’economia rallenta e l’inflazione continua a pesare sui bilanci delle famiglie. Se il prezzo dei carburanti dovesse restare stabilmente sopra i due euro al litro e i conflitti internazionali continuassero ad alimentare instabilità sui mercati energetici, la pressione sul governo aumenterebbe ulteriormente.
Sul piano politico, inoltre, ogni mese che passa rischia di rafforzare nuovi protagonisti.
L’ex generale Vannacci continua a occupare spazi crescenti nel dibattito del centrodestra, intercettando un consenso che crea inevitabili tensioni dentro la coalizione.
Salvini osserva, Forza Italia difende i propri equilibri e Fratelli d’Italia è chiamata ogni giorno a gestire una maggioranza che appare meno compatta di quanto raccontino le dichiarazioni ufficiali. Ma a proposito di questo: siamo sicuri che a Fratelli d’Italia non convenga mantenere un rapporto con l’ex generale?
La Meloni potrebbe essersi convinta che senza di lui la maggioranza di centrodestra perde certamente le elezioni, per cui è necessario dagli spazio e farlo crescere. Così a vincere sarà nuovamente il centrodestra. Poi come si governerà in quelle condizioni è meglio non pensarci. Perché vengono i brividi.
Per questo non può essere escluso uno scenario diverso. Nei prossimi mesi potrebbe consumarsi una nuova imboscata parlamentare, capace di mettere il governo in minoranza su un provvedimento politicamente rilevante. Ed ecco che la prospettiva di elezioni anticipate in primavera tornerebbe improvvisamente concreta.
Naturalmente l’ultima parola spetterebbe al Presidente della Repubblica, chiamato a verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare prima di qualsiasi eventuale scioglimento delle Camere. Il Quirinale, come sempre, mantiene il massimo riserbo. Ma è evidente che quanto sta accadendo viene seguito con estrema attenzione.
La vera domanda, oggi, non riguarda soltanto la legge elettorale. Riguarda la capacità della maggioranza di arrivare unita alla fine della legislatura.
Le votazioni segrete di Montecitorio hanno acceso una spia che Palazzo Chigi non può ignorare. Perché quando all’interno della stessa coalizione iniziano a muoversi decine di franchi tiratori, il problema non è più un singolo emendamento. È la tenuta politica dell’intera maggioranza.