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16/04/2026 ore 21.04
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L’infanzia tra le macerie: a Gaza il gioco diventa rito di guerra e memoria del dolore

Tra rovine, fame e scuole scomparse, i più piccoli trasformano la paura in giochi segnati dalla guerra e dalla morte, avvolti dall’invisibilità e dall’indifferenza

di Battista Bruno

Come giocano i bambini a Gaza?

A Gaza non è arrivata la primavera, probabilmente non ci sarà nemmeno l’estate. Non ci sono più strade, soltanto cumuli di terra misti a detriti.

I pochi edifici rimasti nascondono le vite dei palestinesi sopravvissuti, tra pochi viveri e condizioni igieniche sempre più precarie. Non ci sono più scuole e il legame tra famiglie e insegnanti sembra ormai un lontano ricordo.

Per i bambini di Gaza ogni giorno sembra attraversare il velo affranto dell’invisibilità e dell’indifferenza, sollevato dal suono immaginario di un nuovo mondo, di una vita meno afflitta. Un suono immaginario che lega le vite dei bambini palestinesi con quelle dei bambini iraniani, libanesi, sudanesi e ucraini, nonché di coloro che lottano quotidianamente contro gli orrori di adulti nati con la sete di guerra.

I bambini a Gaza hanno un’unica forma di spensieratezza: la loro capacità di unirsi nella normalità del dolore. Tra i loro giochi la guerra occupa un ruolo centrale. Perché a Gaza i bambini giocano facendo il funerale ai propri peluche, convivono con la paura della morte.

Bambini di tre e quattro anni assimilano la violenza, tenendola per mano. Trasportare sulle spalle una brandina di plastica con un peluche “defunto” rappresenta l’infanzia negata e il fallimento totale dell’umanità.

Il gioco dovrebbe rappresentare la dimensione felice di un bambino, i primi passi verso la sensibilità della vita. A Gaza, invece, il gioco si fonde con la guerra, con una normalità costretta e soffocante, nella quale ognuno è obbligato a vivere un tempo non suo. Annientare la felicità di un bambino innocente significa annullare il futuro di un’umanità sempre più triste e cieca.

«La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente» (José Saramago, Cecità).