Mattarella torna al Csm e “chiude” la polemica: «Altre istituzioni rispettino il Consiglio»
La sua presenza diventa un segnale politico-istituzionale. Il presidente della Repubblica richiama al rispetto del ruolo costituzionale del Csm e invita ad abbassare i toni mentre sul tavolo arrivano le polemiche sulle dichiarazioni di Gratteri e il timore che l’organo di autogoverno venga trascinato nella contesa referendaria
Ci sono giornate in cui la politica parla con i comizi, e giornate in cui parla con le presenze. Oggi, nel pieno di un braccio di ferro che da giorni alza la temperatura tra governo e magistratura, Sergio Mattarella decide di sedere a Palazzo dei Marescialli e presiedere il plenum del Consiglio superiore della magistratura. Una scelta che fino all’ultimo era stata data come incerta e che, proprio per questo, suona come un messaggio: quando lo scontro rischia di travolgere i confini istituzionali, il capo dello Stato entra in scena con il suo ruolo di presidente del Csm e rimette al centro la grammatica della Repubblica.
Il contesto è quello di una polemica che si è allargata a macchia d’olio. Da una parte le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che richiamando un vecchio intervento del magistrato antimafia Nino di Matteo si è riferito al Csm parlando di «sistema para-mafioso». Dall’altra l’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni contro «una parte della magistratura politicizzata» accusata di ostacolare le linee della maggioranza, per esempio sui dossier legati all’immigrazione.
Referendum: continua la remontada dei No, intanto Meloni prova a fare di tutto per non politicizzare il votoL’effetto combinato, nelle ultime ore, ha portato la tensione al livello più alto, con un clima definito ormai “pre-referendario” e con il rischio, sempre più esplicito, che lo scontro si trasformi in una gara a chi alza di più la voce.
È in questo quadro che Mattarella sceglie il plenum. E lo fa rimarcando un concetto che, letto a caldo, vale quanto una smentita senza bisogno di alzare il tono: «Altre istituzioni rispettino il Csm. Ha un ruolo di rilievo costituzionale». La frase non è un richiamo generico alla buona educazione. È una linea di confine tracciata in modo netto, con l’avvertimento implicito che, quando si parla dell’organo di autogoverno della magistratura, non si sta discutendo di una “parte” ma di un pezzo dell’architettura costituzionale.
Non è la prima volta che il capo dello Stato segnala, con quella che viene descritta come una «preoccupata attenzione», la necessità di abbassare i toni. Ma oggi il punto non è solo l’invito alla moderazione: è la scelta del luogo e del momento. Mattarella arriva proprio nella seduta del plenum che presenta, sulla carta, le maggiori possibilità di attrito. E lo fa ribadendo che «serve il rispetto vicendevole tra istituzioni nell’interesse della Repubblica». Anche qui, il contenuto è doppio: il rispetto non è un favore, è un dovere; e l’interesse non è di questo o quel potere dello Stato, ma della Repubblica, cioè del sistema che tiene insieme cittadini e istituzioni.
Sul tavolo, infatti, non c’è soltanto il rumore di fondo di una polemica nazionale. C’è una questione concreta che rischia di diventare detonatore. La richiesta del consigliere laico di Forza Italia Aini di valutare i profili disciplinari delle dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che ha parlato di mafiosi, massoneria deviata e poteri occulti che in Calabria, a suo giudizio, voteranno Sì al referendum. Una frase che, per la sua natura, ha già prodotto una reazione interna: la successiva nota dei togati che si sono dissociati con una formula secca, quasi difensiva, come a voler chiudere la porta prima che la discussione si trasformi in un campo minato: «Il Csm non va trascinato nella contesa referendaria».
Referendum giustizia, Gratteri: «Per il Sì voteranno indagati, imputati e massoni». Scoppia la bufera politicaÈ qui che la presenza di Mattarella assume il suo peso specifico. Perché quando il Csm finisce al centro di un tiro alla fune, il rischio non è soltanto la polemica del giorno. È l’idea stessa che l’organo di autogoverno possa essere percepito, o raccontato, come una pedina dentro una partita politica. Un cortocircuito che il Quirinale, nelle ultime ore, avrebbe già fatto capire di voler evitare, chiedendo in sostanza di abbassare i toni e riportare il confronto su un binario istituzionale.
C’è poi un elemento che, senza bisogno di sottolineature, rende tutto ancora più sensibile. Mattarella è un presidente che porta con sé una storia personale segnata dalla violenza mafiosa: il fratello ucciso dalla mafia. È un dato che non entra nel merito delle decisioni di oggi, ma che rende inevitabilmente più forte il significato di certe parole quando pronunciate da lui, soprattutto in una polemica dove è comparsa l’etichetta “para-mafioso”. Non è un dettaglio emotivo: è una memoria nazionale che si affaccia, silenziosa, mentre la politica litiga sui confini del linguaggio.
Per questo la giornata di oggi non è una seduta come le altre. È un test sulla tenuta del rispetto reciproco tra poteri dello Stato in un momento in cui la temperatura sale e le frasi diventano pietre. Mattarella, scegliendo di esserci, mette un argine: non nel senso di “prendere parte”, ma nel senso di ricordare che le istituzioni non possono permettersi di trasformare il confronto in delegittimazione. Il resto lo dirà la discussione in plenum, con il rischio sempre presente che ogni parola, da qui in avanti, venga letta non solo per ciò che dice, ma per ciò che accende.