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23/09/2026 ore 11.13
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Meloni-Mattarella, il giocattolo si è rotto. Nel salotto di Vespa affiora la distanza tra Palazzo Chigi e Quirinale

La premier respinge l’idea di uno scontro con il capo dello Stato ma, per difendere il tetto agli studenti stranieri nelle classi, richiama le circolari da lui firmate quando era ministro della Pubblica istruzione

di Redazione Politica

Per quasi quattro anni la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella hanno attraversato una legislatura complicata evitando che le differenze tra Palazzo Chigi e Quirinale diventassero uno scontro politico aperto. I rilievi del capo dello Stato non sono mancati, dalla decretazione d’urgenza alla sicurezza, ma il metodo è rimasto quello delle interlocuzioni preventive, delle correzioni e, quando necessario, delle lettere istituzionali. Nella serata di martedì 22 settembre, davanti al giornalista e conduttore Bruno Vespa, qualcosa nel linguaggio è però cambiato: Meloni ha negato che le parole pronunciate da Mattarella sulla scuola fossero rivolte contro il governo, ma subito dopo ha utilizzato il passato politico dello stesso presidente per difendere la scelta dell’esecutivo. Non uno scontro istituzionale dichiarato, dunque, ma un passaggio che rompe una prudenza consolidata e apre una domanda: il meccanismo che finora aveva consentito a Colle e governo di tenere le rispettive differenze lontane dalla contesa politica comincia a mostrare qualche crepa?

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Le parole di Mattarella e la risposta di Meloni

Il punto di partenza è il discorso pronunciato lunedì 21 settembre da Mattarella ad Amatrice, nel Reatino, durante l’inaugurazione dell’anno scolastico 2026-2027 nell’Istituto Omnicomprensivo “Sergio Marchionne”, ricostruito dopo il terremoto che dieci anni fa devastò il Centro Italia. Davanti agli studenti, e alla presenza del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il capo dello Stato ha ricordato che la scuola deve contribuire «a non formare ghetti, a non alzare barriere», superando diffidenze e incomunicabilità.

Parole arrivate mentre il governo prepara un intervento che punta a limitare al 30 per cento nelle singole classi la presenza degli studenti stranieri che non conoscano adeguatamente l’italiano e che, proprio per la coincidenza temporale, hanno alimentato l’interpretazione di un richiamo all’esecutivo, sebbene dal Quirinale non sia arrivata una dichiarazione formale contro il provvedimento.

Ospite la sera successiva di Cinque Minuti, il programma di approfondimento condotto da Vespa su Rai 1 dopo il Tg1, Meloni sceglie inizialmente la distensione. «Personalmente non la leggo così», afferma la presidente del Consiglio quando il giornalista le domanda se nelle parole di Mattarella debba essere individuata una contestazione al governo.

Meloni, tuttavia, va oltre e richiama il Mattarella ministro della Pubblica istruzione tra il 1989 e il 1990, ricordando le circolari con le quali invitava a evitare concentrazioni eccessive di studenti stranieri nelle medesime classi. Palazzo Chigi non si limita così a negare una divergenza con il Colle, ma utilizza gli atti firmati oltre trent’anni fa dall’attuale presidente della Repubblica per sostenere la propria posizione.

Le circolari esistono, ma non sono il tetto del 30 per cento

Il precedente richiamato dalla premier esiste. La circolare numero 301 dell’8 settembre 1989, dedicata all’inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo, indicava l’opportunità di non concentrare più di quattro o cinque alunni immigrati provenienti dallo stesso Paese nella stessa classe; quella numero 205 del 26 luglio 1990, dedicata anche all’educazione interculturale, tornava sul principio della distribuzione degli studenti per favorirne l’integrazione linguistica.

Equiparare quelle indicazioni alla proposta attuale sarebbe però impreciso, perché non esisteva un tetto nazionale del 30 per cento sovrapponibile a quello discusso oggi e la dimensione dell’immigrazione scolastica era profondamente diversa. Il precedente è dunque reale e il principio dell’equilibrio nella composizione delle classi presenta punti di contatto, ma strumenti e contesto non coincidono.

Quasi quattro anni di prudenza tra Colle e governo

Il peso politico delle parole pronunciate davanti a Vespa emerge soprattutto confrontandole con il metodo seguito dall’ottobre 2022, quando nacque il governo Meloni. Mattarella, rieletto pochi mesi prima per un secondo mandato al Quirinale, ha segnalato più volte criticità nei provvedimenti della maggioranza senza che Palazzo Chigi trasformasse quei rilievi in uno scontro personale con il capo dello Stato.

Nel febbraio 2023, per esempio, Mattarella promulgò la legge di conversione del decreto Milleproroghe accompagnandola con una lettera ai presidenti delle Camere e alla presidente del Consiglio nella quale richiamava i limiti costituzionali della decretazione d’urgenza e segnalava criticità nell’eterogeneità del testo.

Lo stesso metodo è riemerso sulla sicurezza e ancora nell’aprile 2026, quando Mattarella promulgò la legge di conversione del decreto sicurezza ed emanò contestualmente il provvedimento correttivo predisposto dal governo dopo le interlocuzioni istituzionali sul testo. Divergenze anche significative, dunque, ma gestite quasi sempre all’interno del circuito istituzionale.

Stavolta Mattarella entra nella risposta politica della premier

La novità della serata da Vespa si trova proprio qui. Meloni non contesta formalmente il presidente della Repubblica e dichiara anzi di non interpretarne le parole come una critica al governo, ma introduce il passato politico di Mattarella nella propria argomentazione.

«Il Presidente della Repubblica parla di superare l’incomunicabilità e qual è la base per superare l’incomunicabilità? È la lingua», afferma Meloni, sostenendo che una distribuzione equilibrata degli studenti consentirebbe di evitare proprio quei ghetti richiamati dal capo dello Stato.

Il ragionamento della premier non consiste quindi nel sostenere che Mattarella sbagli, ma nell’utilizzare le decisioni assunte quando era ministro per dimostrare che il principio dal quale muove oggi il governo non sarebbe incompatibile con quello evocato dal Quirinale. Ed è il metodo, più ancora del merito della proposta, a segnare una differenza rispetto alla prudenza mantenuta finora.

Il Quirinale non replica, Schlein attacca

La questione non si esaurisce nelle parole perché il provvedimento sulla scuola deve ancora completare il proprio percorso. Secondo quanto riferito dall’Ansa, fonti della Presidenza della Repubblica interpellate sulle dichiarazioni di Meloni non hanno commentato, mentre risultano interlocuzioni tra gli uffici del Quirinale e quelli del ministero dell’Istruzione sulle misure allo studio.

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein, leader del principale partito d’opposizione, ha invece accusato Meloni di trascinare il capo dello Stato nella polemica politica, parlando di una «provocazione diretta alla più alta carica dello Stato». È la lettura politica dell’opposizione e non la certificazione di una rottura istituzionale, tanto più che dal Quirinale non è arrivata alcuna replica pubblica alla presidente del Consiglio.

Il giocattolo si è rotto?

La domanda riguarda allora meno l’esistenza di uno scontro, che nessuno dei protagonisti ha dichiarato, e più il metodo con il quale vengono gestite le differenze. Per quasi quattro anni Meloni ha preservato il rapporto con Mattarella e il capo dello Stato ha mantenuto i propri interventi nel perimetro delle prerogative costituzionali, anche quando i richiami al governo sono stati molto netti.

La scuola introduce qualcosa di diverso, perché il passato politico di Mattarella diventa materiale utilizzato pubblicamente dalla presidente del Consiglio per rispondere a un dibattito nato dalle parole dell’attuale capo dello Stato. Non basta per certificare una rottura e sarebbe prematuro trasformare una divergenza in una crisi istituzionale, ma il cambio di tono sarebbe altrettanto sbagliato ignorarlo.

Il vero test arriverà quando il provvedimento sulla scuola entrerà nel circuito istituzionale e il Quirinale dovrà valutarne la formulazione definitiva, perché soltanto allora capiremo se la notte televisiva da Bruno Vespa sia stata un episodio destinato a esaurirsi oppure il primo segnale di una fase nuova nei rapporti tra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella: il giocattolo non può ancora dirsi rotto, ma per la prima volta dopo quasi quattro anni si è sentito distintamente il rumore degli ingranaggi.