Meloni sotto pressione dopo il referendum: Schlein all’attacco, per Conte è «avviso di sfratto». E Nordio resiste
Dopo il voto esplode il confronto politico: la segretaria del Pd parla di alternativa già pronta nel Paese, il leader M5s rilancia, Renzi prevede che la premier non si dimetterà. Il ministero della Giustizia si difende e tira dritto: «Non è una sconfitta personale»
Il voto sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia agita il quadro politico e riaccende immediatamente lo scontro tra maggioranza e opposizioni. Il successo del no viene letto dal centrosinistra come un segnale politico netto, un passaggio che va ben oltre il merito della riforma.
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, rivendica il risultato come l’inizio di una nuova fase: «Nel Paese c'è già una maggioranza alternativa e noi forze progressiste abbiamo la responsabilità di organizzare questa speranza. Una responsabilità che sentiamo tutti».
Schlein sottolinea anche la portata numerica del voto: «Le oltre 14 milioni di persone che hanno votato no, 5 milioni in più di quelle che avevano scelto Pd, M5s e Avs alle Europee - aggiunge - dimostrano che esiste una maggioranza diversa da quella in carica e noi vogliamo costruire una proposta che sia all'altezza delle loro aspettative, dei loro problemi e anche delle loro priorità costituzionali: salute, lavoro, casa, scuola».
Conte: «Avviso di sfratto per Meloni»
Sulla stessa linea il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che alza ulteriormente i toni.
«È un avviso di sfratto» per la premier Giorgia Meloni, afferma, leggendo il voto come una bocciatura complessiva dell’azione di governo.
«È un segnale politico fortissimo - spiega - dopo quattro anni e quattro leggi di Bilancio il governo è a mani vuote. Hanno fatto un'unica riforma che è stata bocciata dai cittadini e questo nonostante una campagna referendaria fatta anche da Meloni in prima persona, a reti unificate. Con la compiacenza del sistema mediatico ha parlato solo di presunti errori giudiziari, che non c'entrano nulla».
Conte intravede anche conseguenze interne alla maggioranza: «Sicuramente il clima nel centrodestra risulterà molto logorato da questa sconfitta. La riforma dell'autonomia differenziata è stata demolita dalla Corte Costituzionale, il premierato lo hanno dovuto riporre nel cassetto, perché Meloni ha capito che sarebbe bocciato dal Referendum».
Nordio difende la riforma e frena sulle dimissioni
Dal fronte di governo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio prova a contenere l’impatto politico della sconfitta, respingendo l’ipotesi di un passo indietro.
«Non la considero una sconfitta personale. Era una riforma in cui credevo e in cui penso di aver messo tutto l'impegno possibile. Ero certo che avremmo vinto. Mi inchino al popolo sovrano. Ma non penso a dimettermi. Ho ancora molte cose da fare, anche se alcune riforme si fermeranno».
Nordio ammette però che alcune misure subiranno uno stop: «la limitazione della custodia cautelare» che «potrebbe essere più difficile».
E rilancia sull’azione futura: «Adesso - ha aggiunto - dobbiamo dedicarci all'efficientamento della giustizia: ai concorsi da bandire per completare la pianta organica dei magistrati e alla stabilizzazione del personale del Pnrr. Prendendola con filosofia diciamo che la sconfitta ci fa risparmiare molto tempo che avremmo dovuto dedicare ai decreti attuativi per fare tutto questo».
Sul piano politico, il ministro esclude scossoni nella squadra di governo: «Non ci saranno modifiche nella compagine ministeriale».
E attacca il centrosinistra: «Ora si aprirà una lotta accesa per la sua paternità e conseguentemente per la leadership nel Campo largo, che diventa unito solo quando dice no».
Le toghe e le tensioni nel mondo della giustizia
Il risultato referendario riapre anche le tensioni nel mondo giudiziario. A far discutere sono i cori e gli sfottò nei confronti di magistrati favorevoli al sì.
Tra questi, Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, che rivendica una posizione istituzionale: «Lascio ad altri i cori da stadio e i balletti. In una democrazia matura si accetta il voto popolare perché in una democrazia matura il popolo è sempre sovrano».
«Accetto il risultato con senso di responsabilità - spiega - per quanto riguarda i coretti, osservo che vedere figure di Stato cantare e saltare intonando canzoncine che hanno valenza politica fa porre più di un interrogativo perché protagonisti di questo episodio sono le stesse persone che già stamattina hanno dovuto varcare le porte delle aule dei tribunali e comunicare agli imputati di essere terzi e imparziali e di essere mossi solo da un ideale di giustizia».
E aggiunge: «È emerso chiaramente dal voto che si è trattato di un confronto solo politico. Non voglio ergermi su un piedistallo. Non è però fuorviante osservare che in questa competizione oltre al centrodestra e al centrosinistra era schierata l'Anm».
Renzi: «Si è rotta la connessione tra Meloni e gli italiani»
A inserirsi nel dibattito è anche il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che legge il risultato come un passaggio politico cruciale.
«È un risultato che va ben oltre la domanda referendaria. Si è rotta la connessione sentimentale fra Meloni e gli italiani».
Renzi insiste sulla scelta della premier di personalizzare lo scontro: «aveva iniziato questa campagna referendaria con il sessanta per cento dei consensi, l'ha chiusa con il 45. Tutti le dicevano: scendi in campo, mettici la faccia, vedrai che la gente voterà come tu gli dirai, esattamente quel che dicevano a me. E così ha caricato il Referendum di significato politico: ha chiamato in causa Garlasco, stupratori, il decreto migranti, le scarcerazioni di Torino. Le ha provate tutte».
Sul futuro del governo, la previsione è netta: «In astratto la premier avrebbe davanti a sé due strade: scegliere se spaccare tutto e andare a elezioni anticipate, ma non lo farà, perché per dimettersi ci vuole coraggio. E dunque sceglierà la seconda via: sopravvivere un altro anno, mentre tutti attorno a lei si daranno di gomito. Sarà una via crucis molto faticosa».
E guarda già al centrosinistra: «Da oggi all'autunno del 2027 per il centrosinistra si apre una grande opportunità, a due condizioni. La prima è che ci si metta a discutere delle cose vere: il costo di benzina e bollette, la sicurezza, i cervelli in fuga, per dirne tre. E la seconda: le primarie devono essere libere e aperte».