Minneapolis sotto assedio: morti, bambini-esca e ICE fuori controllo nell’America della nuova paura
Due civili uccisi, minori usati come strumenti tattici. La città diventa il simbolo di una svolta brutale
da New York – Mentre l’Europa osserva con una miscela di distacco e preoccupazione le politiche migratorie oltreoceano, negli Stati Uniti il clima è mutato in qualcosa di radicalmente diverso e brutale. Non siamo più di fronte alla semplice "lotta all'immigrazione clandestina". Quello che sta accadendo a Minneapolis, diventata l'epicentro di una nuova, violenta frattura sociale, suggerisce che l'ICE (Immigration and Customs Enforcement) stia operando al di fuori di ogni protocollo democratico conosciuto. Il 2026 si è aperto con una violenza senza precedenti. Minneapolis è stata scossa da due decessi che hanno trasformato la città in una polveriera. Queste morti non sono incidenti isolati, ma il risultato di un mandato che sembra aver garantito agli agenti un'immunità assoluta, portando la tensione sociale a un punto di rottura mai visto prima. C'è un dettaglio che non è stato ancora analizzato con la dovuta gravità: l'uso dei minori come strumenti tattici. Il 20 gennaio, un bambino di soli 5 anni (Liam Conejo Ramos) è stato prelevato dagli agenti mentre tornava da scuola a Columbia Heights. L'aspetto agghiacciante, denunciato dai responsabili scolastici, è che gli agenti avrebbero istruito il piccolo a bussare alla porta di casa per convincere i parenti ad uscire, usandolo di fatto come "esca". Un'immagine che stride con l'idea di una nazione che si professa faro dei diritti umani e che ha spinto la città a uno sciopero generale lo scorso 23 gennaio. La paura è ormai una condizione esistenziale: molti immigrati, anche regolari, hanno smesso di mandare i figli a scuola o di presentarsi per cure mediche, temendo la profilazione razziale anche nei parcheggi dei supermercati. L'aggravarsi della crisi ha portato a un drastico cambio della guardia. La notizia che sta scuotendo i corridoi del potere è la rimozione di Gregory Bovino, il comandante del Border Patrol che era diventato il volto pubblico della linea dura a Minneapolis. Bovino, noto per la sua retorica aggressiva contro le autorità locali, è stato allontanato insieme ad alcuni dei suoi agenti più controversi. Al suo posto, la Casa Bianca ha inviato Tom Homan, il fedelissimo "Border Czar" del Presidente. La mossa è carica di significati: l'invio di Homan è una tacita ammissione che la situazione a Minneapolis era sfuggita al controllo. Il suo mandato ufficiale è quello di riportare ordine, concentrandosi sui "peggiori tra i peggiori" ed evitando (almeno sulla carta) le operazioni a tappeto che hanno portato alle morti dei civili. In un colpo di scena inaspettato, il Presidente ha cercato una via diplomatica attraverso una serie di telefonate notturne con i suoi più acerrimi rivali politici in Minnesota. Per chi vive a Minneapolis, la risposta è nel silenzio delle strade dove la gente ha ancora paura di uscire. Resta da capire se questa "tregua armata" e il cambio di leadership siano una reale svolta umanitaria o solo una mossa tattica per calmare le rivolte prima di una nuova ondata di espulsioni. I numeri raccontano un'America paralizzata. Secondo un sondaggio Kaiser Family Foundation/New York Times, il 41% degli immigrati (inclusi cittadini naturalizzati e residenti legali) teme che loro o un familiare possa essere arrestato o deportato. Il 30% ha limitato la partecipazione ad attività fuori casa per paura di attirare l'attenzione. Il 14% evita di andare in chiesa o a eventi comunitari, il 10% non porta i figli a scuola o a eventi scolastici, il 5% evita di andare al lavoro. Nella Grande Mela la situazione assume contorni diversi a causa della densità urbana e del violento scontro politico tra il nuovo sindaco socialista, Zohran Mamdani, e l'amministrazione federale. Se Minneapolis è l'epicentro della violenza, New York è diventata il laboratorio della resistenza e, allo stesso tempo, della paura più profonda. Un caso incredibile è avvenuto recentemente al NYU Langone di Brooklyn. Il personale sanitario ha scambiato alcuni detective della polizia di New York (NYPD) in borghese per agenti dell'ICE e ha suggerito loro di andarsene, quasi rifiutando le cure, per "proteggere i pazienti". Il motivo? L'amministrazione Trump ha revocato le linee guida che proteggevano i "luoghi sensibili" (ospedali, scuole e chiese). Ora l'ICE può, in teoria, intervenire ovunque. La conseguenza: Molti immigrati stanno letteralmente morendo in casa per malattie curabili, terrorizzati dal fatto che un infermiere possa essere obbligato a segnalarli o che gli agenti possano fare irruzione al pronto soccorso. Mentre a Minneapolis si spara per strada, a New York l'ICE sta usando tattiche di pressione psicologica. Molti immigrati, non conoscendo i propri diritti, aprono e vengono arrestati sul posto. Nei quartieri a forte presenza migratoria come Jackson Heights o il South Bronx, la vita sociale è stata stravolta. Il sindaco Zohran Mamdani ha usato parole durissime, definendo le operazioni dell'ICE "inumane e crudeli" e chiedendo apertamente l'abolizione dell'agenzia. New York sta cercando di bloccare la condivisione di qualsiasi dato comunale con il governo federale, creando una vera e propria "muraglia digitale" per proteggere i residenti. Tuttavia, con l'arrivo di Tom Homan come supervisore nazionale, la pressione su New York è destinata ad aumentare. Homan ha già dichiarato che New York è una "priorità" e che la resistenza della città non fermerà le deportazioni, ma le renderà solo "più visibili".Il sangue sulle strade: non sono solo numeri
Il caso del "bambino-esca": la morale calpestata
Il rimpasto ai vertici: via Bovino, arriva il "Czar"
La tregua telefonica: Trump, Walz e Frey
L'ICE ha superato ogni limite?
La paura del "bunker" e il silenzio delle strade
A New York, la situazione non è meno tesa che a Minneapolis
1. La "Sindrome dell'Ospedale": Medici contro ICE
2. Arresti nei tribunali e "Knock-and-Talk"
3. La città fantasma: la paura di uscire
4. Lo scontro politico: Mamdani vs Trump