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05/03/2026 ore 19.32
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Nel pieno della guerra nasce uno spiraglio diplomatico. Iran e Stati Uniti si siedono allo stesso tavolo: a Roma il primo incontro, poi Ginevra

Secondo fonti diplomatiche, delegazioni dei due Paesi potrebbero incontrarsi già nei prossimi giorni. Un tentativo di aprire un canale politico mentre il conflitto continua sul campo

di Redazione

Un vero e proprio colpo di scena in un teatro di guerra drammatico: Stati Uniti e Iran pronti a incontrarsi a un tavolo di colloqui diretti.

Nel pieno di una guerra che rischia ogni giorno di allargarsi oltre i confini regionali, Iran e Stati Uniti tornano a parlarsi. E già questo, di per sé, rappresenta una notizia destinata a scuotere gli equilibri internazionali.

Secondo fonti diplomatiche autorevoli, un primo incontro tra delegazioni americane e iraniane sarebbe previsto domenica a Roma, mentre un secondo round di colloqui dovrebbe tenersi giovedì a Ginevra. Due appuntamenti che, se confermati, segnerebbero il primo vero tentativo di riaprire un canale politico diretto mentre il conflitto è ancora in corso.

Non è ancora noto il livello ufficiale delle delegazioni coinvolte. Non si tratterebbe tuttavia di un confronto tecnico o preliminare: tutto lascia intendere un tavolo di alto profilo politico-diplomatico, probabilmente costruito attraverso mediazioni europee e canali riservati attivati nelle ultime settimane.

Il solo fatto che Washington e Teheran abbiano accettato di sedersi allo stesso tavolo, mentre missili e bombardamenti continuano a colpire la regione, rappresenta già un evento straordinario. Un segnale che qualcosa, dietro le quinte della guerra, sta cambiando.

La realtà è che entrambe le parti hanno oggi un bisogno urgente — quasi disperato — di fermare l’escalation.

Gli Stati Uniti si trovano davanti a uno scenario sempre più complesso. Il massiccio dispiegamento militare, l’aumento delle vittime, le tensioni con gli alleati e gli squilibri provocati dall’offensiva americana e israeliana hanno ulteriormente destabilizzato un Medio Oriente già fragile. Per il presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la promessa di ristabilire forza e ordine internazionale, diventa ora essenziale ottenere rapidamente un risultato politico visibile: senza una via d’uscita diplomatica, il rischio è trasformare un’operazione militare in un conflitto senza fine.

Ma anche l’Iran appare stretto in una morsa pericolosa. La risposta militare iniziale si è rivelata meno incisiva del previsto, mostrando limiti strategici e vulnerabilità interne. La successiva scelta di allargare la tensione colpendo obiettivi e interessi nell’area del Golfo — e alimentando un clima di instabilità generalizzata — ha prodotto una gigantesca confusione regionale che, nel lungo periodo, potrebbe minacciare la stessa tenuta del regime.

Le alleanze tradizionali mostrano crepe, i mercati energetici oscillano, le pressioni interne crescono su entrambi i fronti. E soprattutto aumenta il timore che un singolo incidente — un errore di calcolo, un attacco fuori controllo, una reazione sproporzionata — possa trasformare la crisi in una guerra aperta su scala internazionale.

In sostanza, tutti hanno qualcosa da perdere e sempre meno tempo per fermarsi.

Per questo Roma potrebbe diventare, nelle prossime ore, il luogo dove si tenta di spegnere l’incendio prima che divampi definitivamente. Non un accordo di pace immediato, ma l’avvio di un corridoio diplomatico capace almeno di rallentare la spirale militare.

Perché la guerra assomiglia sempre a un incendio: si sa dove comincia, ma non si sa mai dove finirà. E quando si spegne, lascia dietro di sé soltanto cenere, macerie e morti.