Per Trump il “pugno duro” sull’immigrazione non paga più: consensi al minimo storico e crepe nell’elettorato che lo aveva riportato alla Casa Bianca
Solo il 38% degli americani approva la sua gestione dei migranti. Un anno fa era vicino al 50%: la linea dura ora divide più di quanto compatti
Il tema che doveva essere la sua forza, oggi gli presenta il conto. Non un conto simbolico, non un semplice malumore da talk show: numeri. E i numeri, quando si piantano nel terreno della politica, fanno più rumore delle parole.
Secondo il sondaggio Reuters/Ipsos che mi hai riportato, solo il 38% degli americani ritiene che Donald Trump stia facendo un buon lavoro sull’immigrazione. È il livello più basso da quando è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025. E non è un inciampo isolato: a gennaio era al 39%. Un punto in meno, apparentemente poco. In realtà, su un tema identitario, è il segnale di una traiettoria in discesa che non accenna a fermarsi.
Un anno fa, per capirci, la situazione era diversa. Nei mesi successivi alla rielezione, il gradimento della sua politica migratoria stava intorno al 50%. Era il momento in cui il presidente poteva rivendicare coerenza: “vi avevo promesso la linea dura, e la sto facendo”. Era anche il momento in cui una parte dell’opinione pubblica, pur non amando Trump, riconosceva almeno una cosa: sul confine aveva un piano. Adesso quel margine di credito sembra consumato.
Perché l’immigrazione, nell’universo trumpiano, non è un dossier tra i tanti. È la bandiera. È la frase da comizio. È il gancio emotivo che trasforma la paura in consenso e il disagio in racconto politico. Trump ha costruito la campagna 2024 promettendo “la più grande campagna di deportazioni degli ultimi decenni”. Non un aggiustamento, non un inasprimento: un’operazione enorme, muscolare, esibita. Una promessa pensata per rassicurare chi voleva ordine e deterrenza, e per galvanizzare chi vede nell’immigrazione il simbolo di un’America “invasa” e quindi da riconquistare.
E infatti, dopo l’insediamento, la macchina si è mossa subito: raid, operazioni federali, presenza crescente dell’ICE sul territorio. Il sondaggio fotografa anche il cambio di scenario che gli americani hanno davanti agli occhi: agenti mascherati in equipaggiamento tattico diventati “normali”, un’immagine che fino a qualche anno fa avrebbe fatto notizia da sola e che oggi, per una parte del Paese, è routine. Questa normalizzazione è la chiave: quando un metodo diventa abitudine, smette di essere “shock” e comincia a essere giudicato per ciò che produce. E se produce tensione, paura, conflitti locali, il consenso si incrina.
Il punto è che la linea dura, quando viene applicata sul campo, ha sempre due facce. La prima è quella che Trump vuole mostrare: forza, controllo, Stato che torna a farsi sentire. La seconda è quella che inevitabilmente emerge: scontri, contestazioni, e un confine sottile tra enforcement e percezione di abuso. Nel materiale che mi hai dato, c’è un passaggio che pesa: i raid dell’immigrazione hanno visto scontri violenti con manifestanti e attivisti, e in casi recenti sarebbero stati coinvolti anche cittadini statunitensi, fino all’uccisione di due residenti di Minneapolis durante operazioni di controllo. È un punto politicamente devastante, perché sposta la discussione dal “fermare chi entra illegalmente” a “cosa sta succedendo dentro le nostre città”.
In quel momento, la retorica del pugno duro rischia di diventare un boomerang. Perché la stessa platea che chiede ordine pretende anche un confine chiaro: lo Stato deve essere forte, sì, ma non deve sembrare fuori controllo. E se la cronaca restituisce immagini di scontro, agenti eccessivi, comunità locali in tensione, allora la domanda cambia: non è più “sei duro abbastanza?”, è “stai esagerando?”. È una differenza enorme, e la politica vive di queste torsioni.
Il dato più interessante, sempre nel materiale che mi hai fornito, è la dinamica interna all’elettorato: il sondaggio segnala una perdita di sostegno tra gli uomini americani proprio sull’immigrazione. Tradotto: sta cedendo un pezzo di quel blocco che nel 2024 aveva premiato Trump su questo tema. E quando perdi consensi tra chi ti ha votato per una promessa specifica, il problema non è generico: è un problema di “prestazione percepita”. Non basta dire “sto facendo quello che ho promesso”. Devi anche convincere che quel che stai facendo sia efficace, proporzionato e, soprattutto, non controproducente.
Qui entra in gioco la seconda crepa: gli indipendenti. Il testo che mi hai dato parla di un’erosione che coinvolge anche gruppi non schierati. È la fascia che decide molte elezioni e molte battaglie politiche: persone che non hanno un’appartenenza granitica, che valutano l’azione di governo con un criterio più pragmatico. Se quella fascia vede nell’immigrazione non una soluzione ma una fonte di instabilità sociale, la linea dura perde la sua promessa implicita: “porto ordine”. Diventa, al contrario, “porto caos”. E a quel punto il consenso evapora.
Non sorprende, allora, che il materiale riporti anche un elemento di retromarcia: sotto pressione mediatica e politica, l’amministrazione avrebbe annunciato modifiche o rallentamenti in alcuni programmi di deportazione su scala locale, come nel caso del Minnesota. È una frase che vale doppio. Da un lato, prova a gestire l’emergenza e a raffreddare lo scontro. Dall’altro, comunica una cosa che Trump detesta far trapelare: che la sua macchina può fermarsi, che il suo “pugno duro” non è una traiettoria inevitabile ma una scelta politica che si può correggere. E le correzioni, nel linguaggio trumpiano, hanno sempre l’odore del ripensamento.
Il paradosso, quindi, è tutto qui: Trump ha costruito l’identità del suo ritorno al potere su una promessa di rigidità e controllo. Oggi quella rigidità è percepita da una fetta crescente del Paese come un eccesso, e quel controllo come un fattore di conflitto. Quando accade, il consenso non scende perché “l’opposizione attacca”: scende perché la narrazione non regge più la realtà che le persone vedono o credono di vedere.
E questa è la parte più delicata, politicamente: l’immigrazione è un tema che mobilita emozioni forti, non solo opinioni. Paura, rabbia, senso di ingiustizia, desiderio di sicurezza. Trump ha sempre saputo cavalcarle. Ma quando un tema emotivo diventa un tema di cronaca quotidiana carica di immagini dure, e quando quelle immagini non si traducono in percezione di miglioramento, l’emozione si gira. Diventa stanchezza, diffidenza, rigetto. Ed è lì che anche chi era con te può iniziare a sfilarsi.
Il 38% non è solo un numero basso: è un segnale. Dice che, sul fronte dove Trump pensava di avere la presa più salda, la presa si sta allentando. E dice anche un’altra cosa: che l’America sta entrando in una fase in cui la linea dura non basta più a reggere da sola la propaganda. Serve un risultato percepibile, un “prima e dopo” che convinca. Senza quello, resta solo la durezza. E la durezza, a lungo, non consolida: consuma.
In politica, quando la bandiera più identitaria smette di unire e comincia a dividere, non succede all’improvviso. Succede così: un punto in meno, un mese dopo l’altro. Un 39 che diventa 38. Un consenso che non crolla, ma scivola. E quando scivola sul tema che ti definisce, è lì che inizi a perdere non una battaglia, ma la narrazione che ti tiene in piedi.