Quando ti rivedrò: Gino Paoli e Ornella Vanoni si incontrano ancora una volta dove la musica confina con l’assenza
L’ultimo inedito, scritto per essere cantato insieme, arriva dopo la morte di entrambi: una canzone sospesa tra memoria, destino e un duetto in cui la tromba di Paolo Fresu prende il posto di una voce che non c’è più
La storia di una canzone, qualche volta, comincia prima della sua musica e prosegue oltre la vita di chi l’ha scritta. È il caso, singolarissimo e quasi perturbante, di "Quando ti rivedrò", ultimo inedito di Gino Paoli, concepito per essere cantato con Ornella Vanoni e consegnato al pubblico quando entrambi appartengono ormai alla memoria. Il brano, pubblicato il 23 settembre, nella notte che separa i compleanni dei due artisti — il 22 quello di Ornella, il 23 quello di Gino — possiede così una circostanza biografica che rischierebbe persino di apparire letteraria, se non fosse che la realtà, in questa vicenda, ha avuto una crudeltà narrativa assai più precisa di qualsiasi invenzione.
Paoli aveva scritto il testo sulla musica di Adriano Pennino dopo aver ascoltato quella melodia durante uno dei loro lunghi viaggi professionali. L’aveva poi registrato una sola volta, quasi come si fa quando una canzone non è ancora destinata al pubblico, ma deve soltanto essere consegnata a chi dovrà ascoltarne l’intenzione. Quella voce, provvisoria soltanto nelle circostanze della registrazione, è diventata invece definitiva. Ornella avrebbe dovuto raggiungerlo a Nervi per incidere la propria parte; morì tre giorni prima dell’appuntamento. Paoli, a sua volta, sarebbe morto pochi mesi dopo.
È questo cortocircuito fra intenzione e destino a mutare radicalmente la fisionomia del brano. Quando ti rivedrò non può più essere ascoltata come una semplice canzone d’amore, né come un ultimo omaggio a una compagna di vita artistica. La sua materia autentica è il ritorno, inteso non come ricongiungimento sentimentale, bensì come ostinazione della memoria contro l'irreversibilità del tempo.
Il testo di Paoli è costruito proprio su questa sospensione. La domanda contenuta nel titolo non reclama una data, una circostanza, una certezza; formula piuttosto una promessa che nessuno dei due artisti avrebbe potuto più verificare. Il verbo è al futuro, e il futuro, quando chi lo pronuncia è morto, assume una qualità vertiginosamente diversa: diventa lo spazio linguistico nel quale il desiderio continua a vivere dopo che la biografia si è conclusa.
La frase centrale del brano, quella nella quale Paoli immagina che al momento dell'incontro non occorra più una spiegazione, conduce a un'idea delicatissima: il tempo della separazione non avrebbe cancellato il legame, lo avrebbe semplicemente sottratto alla comprensione razionale. La domanda non è dunque soltanto se due persone possano ritrovarsi; riguarda ciò che resterà intelligibile di un rapporto quando saranno caduti gli anni, le circostanze, persino le ragioni che lo avevano tenuto in vita.
È qui che la scrittura di Paoli acquista una sua particolare nobiltà. Non cerca l'enfasi funebre, non costruisce un monumento sentimentale a Ornella; procede, al contrario, attraverso una lingua quasi dimessa, affettivamente pudica, nella quale l'idea della morte filtra senza mai trasformarsi in retorica. Ed è proprio questa sottrazione a rendere il brano lancinante: l'emozione non viene imposta all'ascoltatore, viene lasciata sedimentare dentro una domanda apparentemente semplice.
La circostanza più dolorosa è naturalmente quella che riguarda la seconda voce. Paoli aveva stabilito che fosse Ornella a cantare con lui e, dopo la sua scomparsa, escluse la possibilità di affidare quella parte a un'altra interprete. «Nessuno poteva prendere il suo posto», aveva scritto. La decisione possiede un valore musicale, certo, ma soprattutto affettivo: sostituire Ornella avrebbe significato trattare l'assenza come un problema tecnico, laddove per Paoli essa era diventata la sostanza stessa della canzone.
La soluzione escogitata con Paolo Fresu è perciò molto più intelligente di una semplice sostituzione timbrica. La tromba non tenta di essere Ornella: rappresenta ciò che di Ornella non può più essere restituito. È una voce senza parole, dunque una presenza che rimane irrimediabilmente incompleta. Fresu entra nella tessitura del brano come un'ombra sonora, lasciando percepibile proprio quello spazio che nessun cantante avrebbe potuto colmare. Il musicista, grande amico della Vanoni, aveva già suonato L'appuntamento e Senza fine al suo funerale, circostanza che conferisce alla sua partecipazione a Quando ti rivedrò una continuità emotiva particolarmente forte.
La scelta assume poi un significato ulteriore se si considera la natura del rapporto fra Paoli e Vanoni. Ridurlo alla categoria dell'amore sarebbe riduttivo; ridurlo a quella dell'amicizia lo sarebbe altrettanto. La loro vicenda artistica attraversa oltre quarant'anni di canzoni, ritorni, spettacoli, separazioni e nuove collaborazioni. Senza fine, Che cosa c'è, lo spettacolo Insieme del 1984 e la successiva tournée teatrale del 2004 appartengono a una storia nella quale sentimento e arte hanno continuamente finito per confondersi.
Per questo Quando ti rivedrò possiede qualcosa che trascende la cronaca della sua genesi. È una canzone nella quale il contenuto e il destino finiscono per coincidere. Scritta per un incontro, nasce dall'impossibilità dell'incontro; concepita per due voci, viene consegnata attraverso una voce e uno strumento; pensata come un appuntamento futuro, arriva quando entrambi i protagonisti non possono più presentarsi a quell'appuntamento.
La biografia, insomma, ha finito per completare ciò che la canzone aveva lasciato sospeso.
E c'è una sottigliezza ancora più struggente. Paoli aveva conservato, nella propria interpretazione, quella voce registrata una sola volta: una voce nata come prova, quasi come materiale di lavoro, e diventata invece l'ultima testimonianza di un artista che non avrebbe più potuto correggerla, rifarla, perfezionarla. È come se il tempo avesse sottratto alla canzone persino il diritto alla seconda possibilità. Quella prima voce è rimasta l'ultima.
Così l'ascolto finisce inevitabilmente per spostarsi dal significato delle parole al loro destino. Quel quando non appartiene più soltanto alla grammatica della canzone: appartiene alla biografia dei suoi interpreti. Il futuro immaginato da Paoli è diventato, per una coincidenza tanto perfetta da risultare quasi insostenibile, il futuro che ascoltiamo noi. Un futuro nel quale egli non avrebbe dovuto esserci, e nel quale Ornella avrebbe dovuto esserci ancora meno.
La grandezza di questo brano risiede allora proprio nella sua incompletezza. Non è stato necessario ricostruire il duetto, manipolare una voce, cercare una sostituta, simulare l'incontro perduto. La ferita è stata lasciata aperta. E dalla ferita proviene la sua musica più autentica.
Paolo Fresu, con il proprio strumento, non chiude quella ferita: la rende udibile.
Gino Paoli, invece, canta rivolgendosi a qualcuno che il pubblico sa essere ormai irraggiungibile. Eppure la domanda rimane: quando ti rivedrò? È una domanda che la musica italiana conosce da sempre, perché appartiene alla sua più antica materia: l'amore che resiste alla separazione, il desiderio che sopravvive all'oggetto amato, la memoria che pretende ostinatamente un futuro.
Forse è proprio questo il lascito più commovente di Quando ti rivedrò: non la promessa che Gino e Ornella si incontreranno ancora, ma la possibilità che una canzone possa conservare intatto il desiderio di quell'incontro quando l'incontro è ormai diventato impossibile.
E allora la musica compie ciò che alla vita non è stato concesso.
Rimette Gino davanti a Ornella.
Non attraverso un artificio, non attraverso una voce restituita dal passato, non attraverso la finzione di un duetto ricostruito. Soltanto attraverso una distanza che continua a cantare.
Ed è forse per questo che, alla fine dell'ascolto, il titolo non sembra più una domanda. Sembra un appuntamento.
Uno di quelli che la vita ha cancellato dall'agenda e che la musica, ostinatamente, continua a segnare per noi.