Sezioni
Edizioni locali
19/03/2026 ore 07.51
Italia Mondo

Raid sugli impianti di petrolio e gas, l’Iran minaccia ritorsioni. Trump valuta l’invio di migliaia di soldati

Tra le opzioni degli Usa ci sono lo sbarco sull’isola di Kharg, snodo cruciale per l’export iraniano, e il dispiegamento di truppe lungo le coste. Pezeshkian: «Conseguenze incontrollabili». Confronti tra i leader europei

di Redazione Esteri

L’ipotesi sul tavolo a Washington è tutt’altro che marginale: l’amministrazione di Donald Trump starebbe considerando un rafforzamento militare massiccio in Medio Oriente. Secondo quanto riportato da Reuters, tra le opzioni c’è lo sbarco di truppe sull’isola di Kharg, snodo cruciale per l’export petrolifero iraniano, oppure il dispiegamento lungo le coste dell’Iran per garantire la sicurezza del traffico nello Stretto di Hormuz. Non si esclude nemmeno un intervento mirato a mettere sotto controllo le scorte di uranio arricchito di Teheran.

Nel frattempo, la strategia congiunta tra Stati Uniti e Israele sembra essersi fatta più aggressiva. Benjamin Netanyahu, in sintonia con Washington, ha puntato direttamente al cuore energetico della Repubblica islamica: sotto attacco sono finite infrastrutture chiave del comparto petrolifero e del gas, tra cui gli impianti di Asaluyeh e soprattutto South Pars, il più grande giacimento di gas naturale al mondo.

Sul fronte interno americano, il Pentagono avrebbe chiesto alla Casa Bianca di dare il via libera a una richiesta al Congresso superiore ai 200 miliardi di dollari per sostenere il conflitto. A rivelarlo è il Washington Post, citando fonti secondo cui la cifra supererebbe di gran lunga quanto già speso finora. Tuttavia, all’interno dell’amministrazione non tutti considerano realistica una simile richiesta, e resta incerto se verrà effettivamente presentata.

Intanto, in Europa, si muove la diplomazia. A Bruxelles, in un incontro informale durato circa mezz’ora, Giorgia Meloni e Friedrich Merz si sono confrontati alla vigilia di un vertice delicatissimo. Poco prima, nello stesso hotel, Merz aveva cenato con Emmanuel Macron: un confronto utile anche per smussare tensioni tra Francia e Germania, dal progetto del super-caccia europeo alla discussa clausola “Buy European” negli appalti strategici.

Sul campo, però, la situazione continua a deteriorarsi rapidamente. Gli attacchi agli impianti affacciati sul Golfo Persico hanno provocato una reazione durissima da parte dell’Iran, che ha minacciato di distruggere le infrastrutture energetiche dei Paesi rivali. Teheran ha già colpito in Arabia Saudita — con un drone intercettato — e in Qatar, dove un raid ha provocato un incendio nell’impianto di Ras Laffan, causando danni rilevanti.

L’escalation ha avuto un impatto immediato sui mercati: petrolio e gas sono schizzati verso l’alto, alimentando i timori di un conflitto senza più limiti. Parallelamente, prosegue anche l’offensiva contro i vertici del potere iraniano. Dopo figure come Ali Larijani e Qassem Soleimani, Israele ha annunciato l’uccisione del ministro dell’Intelligence Ismail Khatib. «Siamo nella fase decisiva», ha dichiarato il ministro israeliano Katz, chiarendo che nessun obiettivo è ormai escluso.

Secondo fonti israeliane, gli attacchi sarebbero stati coordinati con Washington e accompagnati da un messaggio diretto: riaprire lo Stretto di Hormuz o affrontare la distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche, a partire da South Pars. Una posizione che segnerebbe una svolta rispetto alla precedente cautela americana, che aveva evitato di colpire asset strategici per non compromettere una futura stabilizzazione dell’Iran.

Le conseguenze si stanno già propagando nella regione: in Iraq, le forniture di gas iraniano si sono interrotte completamente; nei Paesi del Golfo cresce la tensione, con ordini di evacuazione per alcuni impianti negli Emirati. Anche alleati tradizionali come Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno criticato i raid, definendoli pericolosi e irresponsabili.

Da Teheran, il presidente Masoud Pezeshkian ha avvertito del rischio di «conseguenze incontrollabili», mentre Mojtaba Khamenei ha promesso ritorsioni contro Stati Uniti e Israele. Nonostante i colpi subiti ai vertici, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che il sistema politico iraniano resta solido e non dipende da singole figure.

Resta però evidente che l’equilibrio del regime è sotto pressione: l’offensiva israelo-americana continua a colpire in profondità e, almeno per ora, non mostra segnali di rallentamento.