Ranucci, la Rai sospende le repliche estive di Report e rassicura sulla nuova stagione. Ma i timori sulla libertà di stampa restano
Viale Mazzini giustifica la scelta parlando della necessità di tutelare «un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico» mentre sono in corso le indagini sull’attentato al conduttore
Ancora un nuovo episodio sul caso Ranucci. Questa volta arriva dalla Rai: l’azienda ha deciso di sospendere per tutta l’estate la messa in onda delle repliche della trasmissione di Sigfrido Ranucci, Report. Attorno a questo programma, un simbolo del giornalismo d’inchiesta della Rai, si addensano ombre sempre più inquietanti.
La scelta appare probabilmente obbligata dall’azienda, anche se non è ancora chiaro che cosa sia realmente accaduto riguardo l’attentato a Ranucci, chi siano i mandanti e quali obiettivi perseguissero.
Lo stop arriva nel momento più delicato dell’inchiesta sull’atto intimidatorio contro il conduttore. Un’indagine che dovrà scavare a fondo per svelare i tanti misteri, ricordando come in passato in Italia siano stati uccisi giornalisti per aver fatto il proprio dovere: aver visto troppo, aver scritto ciò che non doveva essere scritto. Tempi bui che nessuno vorrebbe rivedere.
La Direzione Approfondimento della Rai spiega che la sospensione serve a tutelare «un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico» mentre è in corso una vicenda giudiziaria complessa che coinvolge il conduttore. Da questo punto di vista, la programmmazione non sarebbe cancellata: la nuova stagione di Report dovrebbe partire regolarmente a novembre. Ma in pochi sembrano crederci.
All’interno della Rai, del resto, Report e Ranucci hanno da tempo numerosi nemici. Altrettanti avversari esistono nel mondo politico e istituzionale. Ranucci è sempre stato scomodo; oggi non è chiaro se sia vittima o, come sostengono alcuni, protagonista negativo di una vicenda dai molti lati oscuri.
Cosa accadrà davvero in futuro per Report rimane quindi un’incognita. Qualsiasi decisione della Rai riaccenderà inevitabilmente il dibattito sul clima che circonda il giornalismo d’inchiesta in Italia.
L’inchiesta sull’attentato intanto prosegue e riserva sviluppi di rilievo. L’esplosione di un ordigno rudimentale davanti alla sua abitazione a Campo Ascolano, Pomezia, lo scorso ottobre provocò danni alle automobili e al cancello, senza causare vittime. Un chiaro messaggio intimidatorio che oggi assume contorni ancora più gravi.
Nei giorni scorsi sono state arrestate quattro persone ritenute esecutori materiali dell’attentato tra le province di Napoli e Avellino. Successivamente la Procura ha iscritto nel registro degli indagati Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore già coinvolto in diverse vicende giudiziarie: per gli inquirenti sarebbe il presunto mandante, con l’aggravante del metodo mafioso. Sul suo ruolo, sul rapporto con Ranucci e sui suoi riferimenti politici permangono tuttavia molte domande.
La vicenda scuote profondamente il servizio pubblico e riporta al centro una questione fondamentale per la democrazia: la tutela di chi svolge attività d’informazione e d’inchiesta. L’attentato a un giornalista, le ipotesi investigative che evocano il metodo mafioso e la sospensione temporanea delle repliche di Report delineano uno scenario che desta forte preoccupazione e rilancia il tema della libertà di stampa e della sicurezza di chi racconta verità scomode.
Aumenta il peso della questione anche il contesto politico: l’Italia si avvia verso un anno elettorale, periodo in cui un programma come Report avrebbe potuto trovare scarsissimo sostegno negli ambienti di potere, sia alla Rai sia nel governo. Tutto ciò rende ancor più urgente che la magistratura faccia piena chiarezza: gli inquirenti stanno lavorando, scavando, interrogando, ma il mistero resta avvolto nell’ombra fino a quando non emergeranno prove e responsabilità.