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20/02/2026 ore 12.16
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Referendum giustizia, Meloni prova a disinnescare il voto-plebiscito: «Non si vota sul governo». E benedice Mattarella: «Giuste le sue parole»

La premier insiste: non è un voto pro o contro l’esecutivo. «Le politiche sono tra un anno», dice, e invita gli italiani a votare “con coscienza”. Nel frattempo rende merito a Sergio Mattarella, ma accusa le opposizioni di voler trasformare la campagna in una «lotta nel fango»

di Luca Arnaù

La premier prova a togliere ossigeno alla narrazione più comoda per tutti: quella del referendum trasformato in un derby personale. E lo fa mettendo una data sul tavolo, come si fa con i promemoria che non ammettono fraintendimenti. «Votiamo le elezioni politiche tra un anno», mentre «il 22 e il 23 di marzo non si vota sul governo, si vota sulla giustizia». La frase, ribadita da Giorgia Meloni a SkyTg24, è il punto principale dell’intervista: il referendum, nella sua cornice, non deve diventare un plebiscito sull’esecutivo, né un trucchetto per spostare l’attenzione quando non si riesce – sostiene – ad attaccare la riforma nel merito.

Il ragionamento è tutto costruito sul tentativo di separare i piani. Da una parte il voto referendario; dall’altra il giudizio politico sul governo. Meloni insiste: «E qualsiasi sia la decisione che gli italiani prenderanno, inciderà sulle loro vite, e inciderà sulle loro vite molto oltre la durata di questo governo, molto oltre la durata di molti governi». È una frase che vuole elevare il referendum a scelta “strutturale”, non contingente. E subito dopo arriva l’appello che, per una volta, non è un invito a restare a casa o a giocare di tattica: «Andate a votare, ma votate con coscienza, guardando a quello per cui state votando e non a altro. E votate per voi, non per me, contro di me, perché non c'entra niente». Punto principale: partecipazione sì, ma senza trasformare le urne in un referendum sulla premier.

Qui entra in scena la polemica sulla frase che circola da settimane: “se il governo perde il referendum va a casa”. Meloni la derubrica quasi a battuta, ma la usa per attaccare l’impostazione dell’opposizione. «A me fa molto sorridere ‘il governo se perde il referendum va a casa’. Ho chiarito 100 volte questo punto», dice. E poi affonda: secondo lei, chi non riesce a discutere il merito della riforma, sposta l’obiettivo e prova a trascinare i propri elettori con uno slogan: «Se l’obiettivo non è la riforma… devo dire andate a votare per mandare a casa la Meloni». La linea è chiara: il governo non si dimette, la riforma resta, e il voto serve a giudicare un testo, non una persona.

Ma Meloni non si limita alla difesa. Prova anche a ribaltare la prospettiva, dicendo: se gli italiani vogliono davvero mandarla a casa, avranno l’occasione alle politiche. «Se gli italiani mi vogliono mandare a casa fra un anno ci sarà un’enorme occasione di mandarci a casa». E aggiunge un passaggio che ha un sapore identitario: «Io, a differenza di altri, non è che sono una che rimane abbarbicata al potere». Il punto principale diventa un messaggio politico doppio: niente automatismi post-referendum, ma giudizio complessivo “tra un anno”, sul lavoro di governo. E la riforma della giustizia viene ridimensionata, pur definita «importantissima»: «è una delle 500 cose che abbiamo fatto».

Nel mezzo, però, c’è l’altro tema che sta incendiando il clima: lo scontro istituzionale. E qui Meloni cerca di disinnescare un’accusa precisa, quella di ostilità verso il Colle. Alle opposizioni che la attaccano, lei risponde rendendo merito a Sergio Mattarella. «Non l’ho sentito in queste ore… Ho trovato le sue parole giuste», dice, e sottolinea il passaggio che riguarda il Csm: «è importante che una istituzione come il Csm si mantenga estranea dalle diatribe politiche». Questo riconoscimento, nella lettura politica della giornata, suona anche come una stoccata indiretta al ministro della Giustizia Carlo Nordio, che nei giorni precedenti aveva alzato i toni parlando di “meccanismo parafioso” riferendosi alle dinamiche del Csm. Meloni, però, evita di citarlo: sposta la mira sulle opposizioni, in particolare sul Pd (o una parte del Pd), accusandole di cercare lo scontro.

Qui torna l’espressione che è diventata l’etichetta della settimana: la “lotta nel fango”. Meloni dice di vedere «un tentativo di trascinare la campagna elettorale in una sorta di lotta nel fango» e sostiene che questo tentativo interessi soprattutto chi ha difficoltà ad attaccare una riforma che in passato ha anche sostenuto. Punto principale: la premier accusa le opposizioni di politicizzare il referendum perché non regge il confronto sul merito.

La replica del Pd, però, è l’esatto contrario. Per i dem, è la presidente del Consiglio a dover abbassare i toni, soprattutto dopo l’intervento di Mattarella al plenum del Csm. Viene citata la posizione della responsabile giustizia Debora Serracchiani: Meloni, dice, «non solo ha attaccato la magistratura», ma avrebbe mostrato «indifferenza e ostilità» verso il Capo dello Stato. E il deputato Pd Peppe Provenzano parla di una “crisi istituzionale” legata alle parole di Nordio che Mattarella avrebbe voluto chiudere, ma che la premier avrebbe riaperto con video sui social contro alcune decisioni della magistratura. Punto principale: per il Pd il clima è già oltre la soglia e la responsabilità ricade sul governo.

Sul fronte M5s, il presidente Giuseppe Conte interpreta l’operazione come propaganda: l’obiettivo del governo sarebbe «inquinare la campagna referendaria» e “salvare i politici dalle inchieste”, con un invito a non farsi “imbrogliare”. In parallelo, nel Pd si lavora – viene riportato – come se la campagna referendaria fosse già la seconda gamba delle politiche, con iniziative e interventi pubblici: nella cornice citata compare anche Corrado Augias, che mette l’accento sul rischio di cambiare articoli della Costituzione in un clima di contrasto acceso.

Il paradosso, a questo punto, è evidente e sta tutto nella realtà della campagna: Meloni dice che non è un voto sul governo, ma le opposizioni lo stanno trattando come un test politico. Meloni denuncia la “lotta nel fango”, ma dall’altra parte le accusano di averla già alimentata. E in mezzo resta l’unica cosa certa: il 22 e 23 marzo gli italiani non voteranno su slogan, ma su un quesito che avrà effetti più lunghi di una stagione parlamentare. E su questo, almeno a parole, tutti dicono di essere d’accordo. Poi, come sempre, è il clima a decidere quanto quelle parole resteranno parole.

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