Referendum giustizia, società schermate e trumpismo: cosa c’è dietro i comitati per il Sì raccontati da Report
La trasmissione di RaiTre accende un faro su società schermate da fiduciarie, legami con l’area del presidente Usa e una piattaforma social, Esperia, che propaganda la linea meloniana. Un intreccio opaco che solleva interrogativi politici e finanziari
Ci sono società schermate da fiduciarie, reti di comunicazione politica e divulgatori del trumpismo dietro alcuni dei comitati per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia. A raccontarlo è stata la puntata di Report andata in onda ieri sera su RaiTre, con un’inchiesta di Luca Bertazzoni che ha acceso un riflettore su un’area finora rimasta ai margini del dibattito pubblico.
Il cuore del racconto è Esperia, piattaforma editoriale e social nata pochi mesi fa e diventata rapidamente uno degli strumenti di propaganda più attivi a sostegno del Sì. Un progetto che si presenta come spazio di informazione e approfondimento, ma che, secondo l’inchiesta, si muove dentro una rete di interessi politici e societari tutt’altro che trasparente.
Tra i volti più riconoscibili di Esperia c’è Federica Ciampa, componente del centro studi di Fratelli d’Italia, nonché responsabile dei social della Fondazione Luigi Einaudi di Roma. Una fondazione storica, nata nel 1962, che annovera tra i suoi esponenti anche l’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio e che è stata generosamente finanziata dall’ultima legge di bilancio. Un dettaglio che, nel contesto di una campagna referendaria sulla giustizia, pesa politicamente.
Ma è la direzione editoriale di Esperia a delinearne con maggiore chiarezza l’orizzonte culturale e ideologico. A guidarla è Gino Zavalani, personaggio che Report descrive attraverso i contenuti pubblicati sui suoi profili social. Tra questi, un video del 13 ottobre 2025 in cui Zavalani afferma: «Dio benedica l’Occidente. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti, l’uomo giusto nel periodo storico giusto: l’unico probabilmente capace oggi di intervenire con la forza e la lucidità necessarie per riportare la pace in Medio Oriente». Un messaggio che chiarisce senza ambiguità il sistema di valori di riferimento della piattaforma.
L’editore di Esperia è Dors Media, il cui amministratore unico risulta essere Pietro Dettori. Un nome che arriva da lontano: ex braccio destro di Gianroberto Casaleggio, Dettori è stato per anni una figura centrale nella comunicazione del Movimento 5 Stelle, prima di approdare nell’orbita di Giorgia Meloni come responsabile social della campagna per il Sì al referendum.
Il passaggio chiave dell’inchiesta, però, riguarda la proprietà di Dors Media. Una proprietà che non è immediatamente visibile, perché “scudata” da una fiduciaria milanese, Fiditalia. Nel consiglio di amministrazione della fiduciaria figura come presidente l’avvocato Matteo Cassa, ex Maestro Venerabile della loggia massonica Avalon, indicata come una costola del Grande Oriente d’Italia.
Un intreccio che solleva interrogativi evidenti sulla scelta di schermare la proprietà di una piattaforma che opera apertamente nello spazio politico e referendario. Report ha provato a porre domande dirette su questo punto sia a Dettori sia a Zavalani. Nessuna risposta. Silenzio totale davanti alle telecamere.
A fare chiarezza, almeno sul piano societario, sono invece le inchieste del consorzio giornalistico Irpi e di Wired. Secondo le loro ricostruzioni, Dors Media è detenuta al 100% dalla società Eto. A sua volta, Eto sarebbe partecipata per il 40% da Pietro Dettori, per il 30% da Gino Zavalani e per il restante 30% da Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, capo della comunicazione social della presidente del Consiglio Meloni.
La catena, una volta ricostruita, restituisce un quadro politicamente omogeneo e fortemente concentrato: ex vertici del M5S passati nell’area meloniana, comunicatori direttamente legati a Palazzo Chigi, riferimenti culturali esplicitamente trumpiani e una struttura societaria protetta da una fiduciaria. Tutto questo a sostegno di una campagna referendaria che viene presentata come neutra, tecnica, “di sistema”.
È qui che la domanda finale dell’inchiesta diventa inevitabile. Perché schermare Esperia? Perché proteggere con una fiduciaria la proprietà di un progetto che opera alla luce del sole nel dibattito politico? In un contesto in cui la trasparenza dovrebbe essere un prerequisito, non un optional, la scelta di nascondere la titolarità appare quanto meno contraddittoria.
Report non formula accuse, ma mette in fila i fatti. E i fatti raccontano di un ecosistema comunicativo che intreccia politica, finanza, ideologia e strategie digitali, muovendosi su un terreno opaco mentre chiede agli elettori di esprimersi su una riforma che riguarda il cuore delle istituzioni democratiche.
Il referendum sulla giustizia, così, smette di essere soltanto una consultazione tecnica. Diventa anche una cartina di tornasole su chi parla, per conto di chi, e con quali strumenti. E soprattutto su quanto spazio resti, oggi, tra propaganda e informazione.