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10/02/2026 ore 06.30
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Referendum sulla giustizia: il No cresce, il Sì cala ma resta avanti. La partita vera si gioca sull’astensione

A poco più di un mese dal voto del 22 e 23 marzo, i sondaggi fotografano una situazione più equilibrata. L’incognita che può ribaltare tutto è la partecipazione, oggi stimata tra il 34% e il 38%. E un dato spiega perché la riforma piace: gli italiani vogliono che chi sbaglia paghi, anche in toga

di Luca Arnaù

A poco più di un mese dal referendum confermativo sulla riforma della giustizia, la sensazione è quella di una partita che si sta facendo improvvisamente vera. Non più una passerella già scritta, non ancora un testa a testa da brividi, ma qualcosa di più insidioso: un vantaggio che resta, però si assottiglia. L’ultima rilevazione di Only Numbers per Porta a Porta fotografa un Sì al 52,5% e un No al 47,5%. Numeri che, letti così, sembrano raccontare una scelta ancora orientata. Ma basta spostare lo sguardo di mezzo centimetro per capire dove sta la mina: l’affluenza stimata è tra il 34% e il 38%. E senza quorum, quella percentuale diventa il vero “collegio elettorale” del referendum.

In altre parole: non vince chi convince tutti, vince chi porta la propria gente alle urne. Perché la massa silenziosa, quella che “ci penso”, “vediamo”, “non ho capito bene”, rischia di restare a casa. E se resta a casa, il Paese lo decidono minoranze organizzate, militanti, motivate, polarizzate. È il copione italiano più classico: si discute in tv, si urla sui social, si invoca la “svolta storica”, poi la domenica (o il sabato) la cabina elettorale sembra un luogo esotico.

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Il paradosso è che la riforma incide su un tema enorme, strutturale, identitario: l’assetto della magistratura. Ma la campagna, per ora, sembra scivolare sempre più verso una contrapposizione di appartenenza. Un derby. Una maglia. Un “noi” contro “loro”. E quando la politica diventa tifo, il merito finisce in panchina. Nei bar, nelle stazioni, in farmacia, sui mezzi pubblici, si parla con più facilità di altro: del generale di turno, dei malumori nel centrodestra, dei processi americani, dell’ennesima sparata social che buca lo schermo. La giustizia, invece, resta spesso sullo sfondo, come se fosse materia da addetti ai lavori. E questa è una delle ragioni per cui l’astensione fa paura a entrambi gli schieramenti: perché la decisione di “andare o non andare” maturerà negli ultimi giorni, quando il rumore sale e la testa si stanca.

Eppure, se si entra nel dettaglio dei singoli punti, c’è un dato che non si può ignorare. Il passaggio che raccoglie più consenso è quello che istituisce un’Alta Corte disciplinare per i magistrati: quasi un italiano su due si dice favorevole, il 43,6%. È una percentuale che pesa più di tante analisi, perché rivela un sentimento diffuso, quasi istintivo. La “morale della favola” è fin troppo chiara: i cittadini non vogliono più un sistema percepito come autoreferenziale, dove chi sbaglia non paga, o paga poco, o paga tardi. È un desiderio di responsabilità che attraversa le ideologie, perché parla al nervo scoperto del Paese: la giustizia non come concetto astratto, ma come esperienza concreta, spesso frustrante.

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Lo stesso discorso vale per gli altri pilastri della riforma, che intercettano consensi significativi, anche se meno “emotivi”. L’idea di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudicanti, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, raccoglie il 40,8%. E la composizione dei due Csm con due terzi sorteggiati tra i magistrati e un terzo sorteggiato tra professori universitari e avvocati con almeno quindici anni di esperienza, scelti da elenchi approvati dal Parlamento in seduta comune, arriva al 39,7%. Numeri che dicono una cosa: una parte consistente dell’opinione pubblica è pronta a cambiare i meccanismi interni, soprattutto se li percepisce come la fonte di correnti, carriere, appartenenze, “magistratura organizzata”.

Ed è proprio il sorteggio, infatti, a funzionare da magnete nel discorso pubblico. Per molti elettori è l’idea più intuitiva, quella che suona più “giusta” perché promette di spezzare clientele, marketing interno, rendite di posizione. Ha un valore simbolico enorme: togliere la scelta ai gruppi organizzati e affidarla al caso, come se il caso fosse più puro dell’uomo. È qui che la riforma si carica di significati che vanno oltre la tecnica: diventa un atto di sfiducia verso il sistema così com’è.

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Ma c’è un altro dato che merita attenzione, perché racconta la fragilità del consenso. In tre settimane, sulle singole proposte, si registra una perdita media di consenso tra i quattro e i cinque punti percentuali. Non è un crollo, ma è un segnale: l’orientamento favorevole esiste, però non è ancora cemento. È più sabbia che pietra. E quando il consenso è sabbia, basta il vento della polarizzazione a spostarlo.

Qui entra in gioco la contrapposizione tra entusiasmo popolare e prudenza, quando non diffidenza, di una parte del mondo giuridico. I sostenitori del No insistono sul punto: il sorteggio può essere un correttivo, ma difficilmente può diventare il principio centrale senza creare una tensione con l’idea di rappresentanza e responsabilità. Se chi decide viene estratto a sorte, dicono, il rischio è che la sovranità si riduca a una delega senza controllo reale. È un argomento che non si risolve con una battuta, perché mette sul tavolo una domanda scomoda: vogliamo correggere il sistema o vogliamo ribaltarlo affidandoci a un meccanismo “anti-sistema”?

E mentre i comitati del Sì e del No si preparano alla volata finale, la campagna rischia di finire dove finisce spesso in Italia: nella pancia. In uno scontro identitario, in cui si vota “per” o “contro” qualcuno, più che su un testo. È il terreno perfetto per un’affluenza bassa e un esito deciso da chi ha più disciplina e più rabbia. Perché la riforma, alla fine, non la voterà “il Paese”, ma quel 34-38% che sceglierà di alzarsi dal divano.

Il Sì è ancora avanti. Ma non è più comodo. E in un referendum senza quorum, il vantaggio non si misura solo nei sondaggi: si misura nel numero di persone che, il 22 e 23 marzo, avranno davvero voglia di entrare in cabina e mettere una croce.

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