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02/10/2026 ore 20.00
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Russia, la guerra ibrida passa anche dall’Italia: social, fake news e IA per condizionare l’opinione pubblica

Dalla disinformazione sui social ai falsi articoli costruiti con grafica e linguaggio delle vere testate: le operazioni attribuite a Mosca sfruttano reti coordinate, influencer e intelligenza artificiale per alimentare sfiducia e confusione

di Redazione Attualità

La guerra non si combatte più soltanto con carri armati, missili e droni, perché una parte sempre più importante del confronto tra Russia e Occidente passa ormai dagli smartphone, dai social network, dai falsi siti di informazione e da contenuti costruiti per assomigliare a quelli prodotti dalle grandi testate giornalistiche. È il terreno della guerra ibrida e cognitiva, nel quale l’obiettivo non è necessariamente convincere l’opinione pubblica a schierarsi con Mosca, quanto piuttosto alimentare dubbi, esasperare divisioni già presenti nella società e rendere progressivamente più difficile distinguere un’informazione autentica da una manipolata.

L’Italia non è estranea a questo scenario e negli ultimi mesi intelligence, istituzioni europee e organismi internazionali hanno progressivamente alzato il livello di attenzione sulle attività di influenza e disinformazione attribuite alla Russia. Un’analisi pubblicata da Formiche e firmata da Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna ed esperto di intelligence e guerra cognitiva, ricostruisce strumenti e modalità utilizzati in quella che viene descritta come una competizione combattuta non soltanto sul terreno militare, ma soprattutto nello spazio nel quale si forma la percezione della realtà.

Guerra ibrida, l’allarme dell’intelligence italiana

Il quadro trova riscontro nella Relazione annuale 2026 dell’intelligence italiana: il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli ha indicato nella Russia la minaccia statuale più concreta per la stabilità europea anche nella dimensione non convenzionale, mentre il direttore generale del Dis Vittorio Rizzi ha richiamato espressamente manipolazione dell’informazione, disinformazione e dominio cognitivo tra le nuove dimensioni della sicurezza nazionale.

Questo non significa, naturalmente, che ogni contenuto favorevole alla Russia sia propaganda orchestrata dal Cremlino, né che criticare la Nato, le sanzioni o l’invio di armi all’Ucraina costituisca di per sé un’attività di interferenza: il dissenso politico appartiene pienamente alla dialettica democratica, mentre un’operazione organizzata da uno Stato straniero presuppone elementi di tutt’altra natura, come la falsificazione delle fonti, finanziamenti occulti, reti coordinate o sistemi artificiali di amplificazione. Una distinzione fondamentale soprattutto quando si entra nel capitolo più delicato, quello dei social network e degli influencer.

Social, influencer e falsi siti di informazione

L’analisi di Formiche descrive un sistema che avrebbe progressivamente superato i tradizionali strumenti della propaganda russa, puntando anche sui social, sugli influencer e sulla produzione di contenuti direttamente nelle lingue dei Paesi ai quali sono destinati. Su alcuni collegamenti diretti e finanziamenti citati nell’analisi è tuttavia necessaria prudenza, perché in assenza di documentazione primaria pubblicamente verificabile non possono essere presentati automaticamente come fatti accertati; è invece ampiamente documentata l’esistenza di reti organizzate di disinformazione capaci di produrre e distribuire enormi quantità di contenuti.

Una delle più conosciute è Pravda Network, chiamata anche Portal Kombat, che l’European External Action Service ha indicato tra i sistemi più prolifici dell’ecosistema informativo filorusso, rilevandone l’aumento della produzione e la crescente capacità di rivolgersi a comunità e pubblici specifici. Anche il G7 ha documentato l’utilizzo di reti coordinate di account e contenuti manipolati per alimentare incertezza e sfiducia verso le istituzioni occidentali, secondo uno schema nel quale la forza del messaggio non dipende soltanto dal suo contenuto, ma dalla velocità e dalla quantità con cui viene riprodotto e rilanciato.

Fake news russe costruite come veri articoli

Un ulteriore salto di qualità riguarda l’imitazione dell’informazione professionale. Secondo un rapporto pubblicato il 28 settembre da NewsGuard, dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina sono stati individuati 906 falsi contenuti giornalistici attribuiti a 163 testate di 21 Paesi, con articoli e video realizzati riproducendo grafica, marchi e linguaggio di organizzazioni giornalistiche realmente esistenti, così da rendere molto più difficile per un lettore riconoscere immediatamente la falsificazione.

NewsGuard indica tra le operazioni più rilevanti Matrioska e Storm-1516, sistemi capaci di costruire falsi servizi e successivamente amplificarli attraverso reti di account social, mentre l’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore elemento di potenza perché consente di produrre rapidamente testi, immagini e video e di moltiplicarne le varianti a costi e in tempi enormemente inferiori rispetto al passato. È qui che la guerra cognitiva assume una dimensione quasi industriale: non occorre che ogni falso riesca a convincere, se migliaia di contenuti differenti riescono complessivamente a rendere più confuso l’ambiente informativo.

Anche l’Italia nel mirino delle attività russe

Esiste poi una dimensione che esce dal territorio della disinformazione e arriva direttamente alla sicurezza nazionale. Il 9 luglio 2026 la Farnesina ha espulso due funzionari russi con status diplomatico, Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, dopo una segnalazione dell’Aisi: il ministero degli Esteri parlò ufficialmente di «attività illegali» e di una grave ingerenza ai danni della sicurezza nazionale e delle istituzioni italiane.

Anche l’Unione europea considera ormai disinformazione e manipolazione dell’informazione parti di un fenomeno molto più vasto, nel quale possono rientrare cyberattacchi, sabotaggi, pressioni sulle infrastrutture critiche e tentativi di interferenza nei processi democratici. Sono attività differenti e sarebbe sbagliato sovrapporle automaticamente o attribuire alla Russia ogni episodio sospetto che si verifica in Europa, ma è proprio la possibile combinazione di strumenti convenzionali e non convenzionali, palesi e occulti, fisici e digitali, a definire la guerra ibrida.

La frontiera, dunque, non passa necessariamente da un confine geografico, perché può attraversare lo schermo di un telefono e inserirsi nello spazio nel quale milioni di persone costruiscono ogni giorno la propria percezione della realtà. Il risultato più efficace della guerra cognitiva, infatti, non è necessariamente convincere qualcuno che una bugia sia vera, ma ottenere qualcosa di più sottile e forse più pericoloso: fare in modo che, davanti a dieci versioni dello stesso fatto, diventi sempre più difficile capire quale sia quella vera.