Scade il New Start, l’ultimo argine sul nucleare: Mosca parla di “nuova realtà” e il mondo non ha più garanzie
Il trattato firmato nel 2010 da Obama e Medvedev arriva al capolinea: limiti e ispezioni già paralizzati da pandemia e guerra, ora resta solo il rischio corsa agli armamenti
Quando l’ultimo trattato sul disarmo nucleare comincia a “scadere” sul calendario, la politica smette di parlare in metafore e torna a ragionare con le cifre. Il New Start, firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev, non era un testo poetico: era un argine. E come tutti gli argini, finché regge nessuno lo guarda davvero. Poi arrivano le crepe, e all’improvviso ti accorgi che dall’altra parte c’è il fiume grosso.
Il trattato, nelle sue regole essenziali, metteva un limite netto alle due potenze: 1.550 testate strategiche e 800 lanciatori per ciascuna parte. Un impianto pensato per ridurre il rischio di una guerra nucleare e, soprattutto, per tenere sotto controllo la tentazione più antica del Novecento: alzare la posta, rispondere a ogni mossa con una mossa più grande, trasformare la deterrenza in un’escalation permanente.
Ma il New Start aveva anche una debolezza strutturale: prevedeva una sola proroga, già concordata nel 2021. Da quel momento in poi serviva un nuovo accordo. Una nuova firma. Un nuovo pezzo di fiducia tra due capitali che, nel frattempo, hanno smesso di fidarsi persino delle virgole.
La trama degli ultimi anni è quella di un trattato rimasto formalmente in piedi ma sempre più svuotato nella pratica. Le ispezioni previste sono state sospese nel 2020 con la pandemia e poi, nel 2022, con l’inizio della guerra in Ucraina. E quando togli le ispezioni, togli il cuore del controllo: non hai più solo un testo, hai una promessa che si affida alla buona fede. In un contesto di conflitto, la buona fede è un bene rarissimo, quasi un lusso.
Nel febbraio 2023 Mosca ha annunciato la sospensione della propria partecipazione al trattato: non un ritiro formale, ma un congelamento politico. Con una precisazione che sembrava fatta apposta per restare dentro e fuori allo stesso tempo: la Russia avrebbe continuato a rispettare i limiti stabiliti. Un modo per dire due cose insieme: non siamo noi quelli che strappano il foglio e che, da qui in avanti, il foglio conta quanto decidiamo che conti.
A settembre Vladimir Putin ha provato a rimettere la palla al centro con una proposta: continuare a rispettare i limiti imposti per un ulteriore anno, così da avere più tempo per definire i termini di un nuovo trattato. Donald Trump aveva commentato: «Una buona idea». Ma l’impressione è che l’idea sia rimasta appesa a metà.
«Se scade vuol dire che ne faremo uno migliore», aveva detto Trump. Una frase che suona bene in conferenza stampa, ma che nel lessico del controllo degli armamenti assomiglia a un salto nel buio.
Così gli Stati Uniti hanno lasciato cadere l’offerta. E Mosca ha cambiato postura, passando alla finta indifferenza con le velate minacce, segnali di una possibile “nuova realtà”.
Dmitrij Peskov sostiene che «l’iniziativa della parte russa è ancora sul tavolo». Poi arriva la stilettata di Rjabkov: «Anche la mancanza di una risposta è una risposta». È anche un modo per mettere il timer davanti alle telecamere.
In questo gioco entra anche Pechino, evocata come terza potenza nucleare. È il segno che il mondo non è più quello dei due grandi giocatori, ma un sistema più affollato e nervoso, dove la tentazione di far saltare il tavolo cresce.
Non è la prima volta che la rete degli accordi si sgretola. Il primo grande accordo fu il Salt I, siglato nel 1972 da Richard Nixon e Leonid Brezhnev. Negli ultimi anni, però, gli accordi sono stati progressivamente smontati: nel 2019 è saltato anche l’Inf.
Torna così la voce di Obama, che avverte del rischio di innescare un’altra corsa agli armamenti e rendere il mondo meno sicuro. È l’ABC del controllo degli armamenti.
Medvedev evoca l’Orologio dell’Apocalisse: «L’orologio corre». Un messaggio che indica come la scadenza non sia una pratica burocratica, ma un passaggio di epoca.
Il New Start non era soltanto un elenco di numeri: era un sistema che teneva un canale aperto. Oggi il rischio più grande è la mancanza di regole, perché significa più incertezza, più sospetto, più spazio per gli incidenti. E quando l’argine sparisce, il fiume non chiede permesso.