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10/02/2026 ore 12.00
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Schlein scende in piazza sul referendum giustizia: «Il governo vuole essere al di sopra della legge», mentre il centrodestra si incarta sul caso Guardiano

Il “No” stringe la distanza dal “Sì” e la segretaria Pd decide di metterci la faccia. Intanto FI e Lega tornano all’attacco del giudice di Cassazione Alfredo Guardiano dopo la riscrittura del quesito e teme l’effetto boomerang della politicizzazione, il fantasma del 2016

di Luca Arnaù

Altro che discussione “sul merito”. La riforma della giustizia e il referendum confermativo del 22 e 23 marzo stanno scivolando, giorno dopo giorno, dentro lo schema più prevedibile e più pericoloso: la resa dei conti politica. Da una parte il governo che chiede un via libera popolare a un impianto presentato come “modernizzazione”; dall’altra l’opposizione che denuncia una riforma punitiva e un disegno di controllo sulla magistratura. Il punto, però, è che adesso il clima non lo dettano più i convegni dei giuristi o le audizioni paludate: lo dettano i sondaggi e l’ansia di perdere il racconto.

È dentro questa cornice che va letta la scelta di Elly Schlein di farsi vedere in piazza, ai banchetti per il “No”, prima a Testaccio a Roma e poi a un’iniziativa a Padova. Non è solo una comparsata. È una mossa: la segretaria Pd prende atto che il fronte contrario alla riforma non è più una minoranza rassegnata e prova a spingerlo oltre, trasformando il referendum in una battaglia su un concetto semplice e popolare: chi controlla chi.

Il suo attacco è frontale e non lascia margini di ambiguità. Schlein parla di «strumentalizzazioni» e accusa il governo di aver messo in scena «attacchi indegni ai giudici» dopo il passaggio in Cassazione che ha riscritto il quesito referendario aggiungendo gli articoli della Costituzione modificati dalla riforma. È lì che, secondo lei, si vede la natura del conflitto, perché la maggioranza non si limita a difendere la riforma: attacca chi tocca il meccanismo che porta al voto.

La frase che cristallizza la linea Pd è quella che suona come una dichiarazione di guerra istituzionale: “Il governo vuole essere al di sopra della legge”. E subito dopo, Schlein entra nel dettaglio della sua lettura politica: “A Palazzo Chigi pensano che prendere un voto in più alle elezioni li legittimi a non essere controllati e a non avere alcun limite”. Il bersaglio, in sostanza, è l’idea che una vittoria alle urne autorizzi a ridurre i contrappesi, a rendere più deboli gli strumenti di controllo, a piegare l’architettura di garanzie a una logica di forza.

Nella stessa cornice, la segretaria dem cita anche un caso che per l’opposizione è diventato un simbolo: “Questo Governo vuole riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura con questa riforma. Quando la Corte dei conti ha bloccato quel progetto sbagliato e dannoso del ponte sullo stretto di Messina, Giorgia Meloni è uscita con una nota per dire ‘adesso facciamo il referendum costituzionale, così vi facciamo vedere chi comanda’”. È una frase che, al di là del ponte, descrive il referendum come un braccio di ferro tra potere esecutivo e organismi di controllo. Ed è esattamente il terreno su cui Schlein vuole spostare la partita.

Dall’altra parte, il centrodestra reagisce come reagisce sempre quando teme che il voto diventi un test politico: prova a ribaltare l’accusa e parla di “toghe politicizzate”. E qui torna il caso Alfredo Guardiano, giudice di Cassazione, membro dell’ufficio per i referendum, indicato come vicino al fronte del “No” e finito nel mirino dopo la riscrittura del quesito. La maggioranza non molla la presa, anzi alza il livello dello scontro proprio sul tema più delicato: l’imparzialità.

Maurizio Gasparri sceglie la provocazione, e lo fa con una frase che è già pronta per diventare meme e titolo: “L’imparzialità di un magistrato deve essere riscontrabile in ogni atto e in ogni momento. Sono quindi disponibile a ogni tipo di confronto pubblico, semmai lo accettasse tale Guardiano, sui temi della giustizia, del referendum e della imparzialità. Non credo che debba meravigliarsi se qualcuno dubita della sue valutazioni. Il dubbio è lecito e quindi ribadisco che se lui è imparziale, io sono finlandese”. Non è un argomento, è una sfida. Ma nel clima attuale funziona: l’obiettivo non è convincere un costituzionalista, è inoculare il sospetto.

Sulla stessa linea si muove la Lega con Simonetta Matone, che porta l’attacco su un doppio fronte, Guardiano e Donatella Ferranti, definita “ex deputato del Pd”: “Del Collegio che ha deciso il cambio del quesito referendario fanno parte un attivo esponente del fronte del ‘no’ e un ex deputato del Pd che è stato presidente della commissione Giustizia. Si sarebbero dovuti astenere entrambi o lasciare definitivamente la toga per fare politica come ho fatto io 4 anni fa”. È il copione della delegittimazione preventiva: se il voto si politicizza, la colpa non è di chi lo trasforma in un plebiscito, ma di chi lo rende possibile con un atto tecnico.

Il problema, però, è che il centrodestra, mentre accusa la sinistra di politicizzare, sembra a sua volta preoccupato dal fatto che la politicizzazione esploda davvero e diventi ingestibile. Fratelli d’Italia lo dice in modo esplicito con Alfredo Antoniozzi: “È profondamente sbagliato politicizzare il referendum sulla separazione delle carriere come fa la sinistra. Per noi non è mai stato un test sul governo ma solo un esercizio di democrazia”. È una frase che suona come un auspicio, ma anche come una richiesta: non fatelo diventare un giudizio su di noi.

Forza Italia prova a riportare tutto dentro la parola magica, “merito”, con Pierantonio Zanettin: “Spero che finalmente ci si confronti sul merito di questa riforma anziché su cavilli”. È una linea comprensibile, perché se la campagna diventa un regolamento di conti tra governo e magistratura, la riforma rischia di sparire e restano solo due tifoserie. Ma è anche una linea che, nei fatti, fa i conti con la realtà: le campagne referendarie, in Italia, difficilmente restano tecniche quando la posta in gioco è costituzionale.

E infatti il fantasma che aleggia, soprattutto nei palazzi del potere, è quello del 2016. Non perché le riforme siano sovrapponibili, ma perché la dinamica è simile: quando un referendum diventa un voto “su” un leader o “contro” un leader, la storia può girare in un attimo. Per questo, mentre Schlein punta a caricare il referendum di significati politici, il centrodestra prova a depotenziarlo, ma nello stesso tempo continua ad alimentare lo scontro sul caso Guardiano. Un corto circuito perfetto: dici “non politicizziamo”, poi spari addosso alla Cassazione.

Il punto vero, adesso, è che i due fronti hanno capito la stessa cosa: la distanza tra “Sì” e “No” non è più comoda per nessuno. E quando il margine si assottiglia, ogni parola pesa, ogni bersaglio diventa utile, ogni polemica diventa benzina. Il referendum, a quel punto, smette di essere una domanda e diventa un test di nervi. E su quel terreno, di solito, vince chi riesce a imporre il racconto più semplice. Schlein ha scelto il suo: controllo, limiti, potere. La maggioranza, per ora, sembra oscillare tra “merito” e “toghe politicizzate”. E il calendario va dritto verso il 22 e 23 marzo.

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