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14/05/2026 ore 17.43
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«Siamo tutti costruttori di pace»: le parole di Papa Leone alla Sapienza e il lavoro che spetta a chi resta

Davanti agli studenti dell’università romana, il Pontefice denuncia il riarmo e richiama il valore della diplomazia, della complessità e della responsabilità collettiva

di Luca Falbo

Visita pastorale alla più grande università d’Europa. Davanti a centinaia di studenti e docenti, Papa Leone XIV chiede di essere «artigiani di pace vera, disarmata e disarmante». Un appello che non basta a sé stesso: senza diplomazia, senza scelte concrete, le parole restano consolazione.

Quando Papa Leone XIV è entrato nell'aula magna del rettorato, accolto da una standing ovation e dal grido "Viva il Papa", la magnifica rettrice Antonella Polimeni stava ancora cercando di farsi udire. Era la prima volta che il nuovo pontefice, eletto poco più di un anno fa, dopo la morte di Francesco, ha varcato la soglia della Sapienza, l'università fondata nel 1303 da Bonifacio VIII, il più grande ateneo laico d'Europa per numero di studenti. La sala era piena. Fuori, dalla scalinata del rettorato e per i viali della città universitaria, migliaia di ragazzi seguivano dagli schermi.

Per quaranta minuti, Leone XIV ha parlato con un tono che oscillava tra l'omelia e l'editoriale. Si è rivolto prima agli studenti, poi ai docenti. Ha citato Sant'Agostino, ha richiamato la Laudato si' del predecessore, ha menzionato il corridoio umanitario universitario aperto con la Diocesi di Roma per accogliere studenti in fuga da Gaza — un gruppo dei quali ha poi salutato personalmente alla fine dell'incontro. Ma il cuore del discorso è stato un altro, e non si presta a equivoci.

«Non si chiami difesa un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Frase pesantissima, pronunciata davanti alle autorità accademiche e politiche presenti in sala. È il passaggio che oggi rimbalza su tutte le agenzie: in un anno in cui la spesa militare globale è cresciuta a livelli record, e in Europa in particolare, il Papa ha messo in fila i conflitti in corso — «Ucraina, Gaza e i territori palestinesi, Libano, Iran» — e li ha definiti «la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento». Ha chiesto agli studenti di essere «artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante». E al congedo, a braccio, ha aggiunto la frase più asciutta di tutta la mattina: «Siamo tutti costruttori di pace nel mondo».

Sentire quelle parole in un'aula universitaria fa un effetto particolare. Le università non sono parlamenti, non firmano trattati, non muovono eserciti. Ma le università sono la fabbrica lenta da cui escono i diplomatici, i giuristi, gli ingegneri, i medici, gli economisti, i giornalisti e — talvolta, soprattutto in università come la Sapienza — i capi di governo che quelle decisioni un giorno le prenderanno. La metà esatta dei presidenti del Consiglio italiani dal 1946 a oggi è passata per le aule della Sapienza, di Bologna o della Cattolica. Quando un Papa parla davanti a una platea di vent'anni, sta in realtà parlando alla classe dirigente dei prossimi quaranta. È un investimento a lungo termine. È, in un certo senso, la stessa diplomazia che lui auspica.

Perché qui sta il punto che il discorso di stamattina, per quanto luminoso, non poteva sciogliere da solo: la pace non è una virtù che si predica e si ottiene. La pace è una pratica. Si costruisce con la diplomazia, una professione difficile fatta di pazienza, mediazione, compromesso, riservatezza, talvolta umiltà. Si costruisce con scelte di bilancio: ogni euro investito in scuola, sanità, cooperazione internazionale, fondi per la ricostruzione è un mattone. Si costruisce con trattati, regole condivise, istituzioni che funzionano. Si costruisce, soprattutto, con la disponibilità a riconoscere che l'altro — l'altro popolo, l'altro Paese, l'altro vicino di casa — non è un nemico da abbattere ma un interlocutore da capire.

Il difficile è che viviamo in un mondo dove questa pratica è in ritirata. Non solo tra gli Stati, dove la diplomazia internazionale è oggi più debole che in qualsiasi momento dalla fine della Guerra fredda. Anche tra le persone. Il «ricatto delle aspettative», la «pressione delle prestazioni», la «menzogna pervasiva di un sistema distorto» che il Papa ha denunciato parlando del disagio giovanile non riguardano solo la salute mentale. Riguardano un modo di stare al mondo che ci ha abituati a vedere l'altro come un ostacolo da sorpassare, un concorrente da battere, un avversario da neutralizzare. Sul lavoro, in famiglia, nei dibattiti pubblici, sui social. Si prevarica per default. «Noi siamo un desiderio, non un algoritmo», ha detto Leone XIV. È vero. Ma siamo anche, sempre più, un algoritmo che ottimizza la nostra capacità di prevalere sugli altri.

Vivremmo meglio se fossimo più tranquilli. Lo sappiamo tutti, e nessuno ci riesce. Vivremmo meglio se imparassimo a non chiedere il massimo a noi stessi e agli altri come se la vita fosse un torneo. Vivremmo meglio se riconoscessimo, anche solo per un istante, che la sopraffazione quotidiana — la mail aggressiva, la replica al volo, la frase tagliente — è parente lontana della logica che fa scoppiare le guerre. Cambiano la scala e i mezzi, non la grammatica.

Per questo le università, quelle vere, contano. Non perché producono pace direttamente, ma perché producono gli strumenti per costruirla: pensiero critico, conoscenza storica, capacità di leggere la complessità senza ridurla a slogan. «La semplificazione che costruisce nemici va corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria», ha detto il Papa. È un compito politico, prima ancora che pedagogico. Una società che semplifica abbastanza a lungo finisce per ritrovarsi nella necessità di odiare qualcuno. Una società che pratica la complessità conserva, almeno, la possibilità di dialogare.

Quando il pontefice è uscito dall'Aula Magna, gli studenti hanno applaudito a lungo. Qualcuno aveva una lacrima pronta a cadere. C'è chi crede e chi non crede, ma è raro, oggi, sentire un'autorità globale parlare con quella schiettezza di una parola usurata come "pace". L'emozione era reale. Ma l'emozione, da sola, dura un pomeriggio. Il lavoro vero comincia adesso, ed è di chi resta: i governi, che possono scegliere se finanziare la diplomazia o solo le armi; i docenti, che possono scegliere se formare professionisti o anche cittadini; gli studenti, che fra dieci o vent'anni siederanno ai tavoli dove si decide. E ciascuno di noi, nei rapporti minuscoli di ogni giorno, dove la pace o la prevaricazione si esercitano molto più spesso di quanto pensiamo.

Costruire la pace è una professione lenta. Ma non c'è altro lavoro che valga la pena di fare.