Strage di Erba, il pg della Cassazione boccia il ricorso: «Le prove nuove? Solo congetture astratte»
Il sostituto procuratore Giulio Monferini chiede di dichiarare inammissibile la richiesta di revisione del processo per Rosa Bazzi e Olindo Romano. Secondo la procura generale le nuove prove presentate dalla difesa “non scalfiscono i capisaldi della condanna”: confessioni, tracce ematiche e testimonianze restano intatte. La decisione della Corte è attesa in giornata
di Luca Arnaù
È un nuovo, forse definitivo, colpo alle speranze di Olindo Romano e Rosa Bazzi. La procura generale della Cassazione ha chiesto di respingere il ricorso presentato dai legali dei due coniugi contro la decisione della Corte d’appello di Brescia che aveva già rigettato l’istanza di revisione del processo per la strage di Erba. Una richiesta netta, pronunciata in aula dal sostituto procuratore generale Giulio Monferini, che nella sua requisitoria ha definito “inidonei” gli elementi portati dalla difesa a giustificare una riapertura del caso. «Quelle che secondo i legali sarebbero prove nuove – ha dichiarato – sono in realtà mere congetture, astratte, che non possono scalfire i punti cardine delle sentenze di condanna».
Ma la decisione finale spetta ai giudici della Suprema Corte, che si sono riuniti questa mattina e potrebbero pronunciarsi già in serata, o al più tardi nella giornata di domani. In attesa del verdetto, il caso torna a dividersi tra chi continua a ritenere chiuso il capitolo giudiziario e chi, come la difesa, sostiene che siano emersi nuovi elementi in grado di ribaltare una verità consolidata da oltre 17 anni.
La strage di Erba è uno dei casi più agghiaccianti della cronaca italiana. L’11 dicembre del 2006, in un appartamento al primo piano di una palazzina di via Diaz, furono uccisi con inaudita ferocia Raffaella Castagna, suo figlio Youssef Marzouk di soli due anni, la nonna materna del piccolo, Paola Galli, e la vicina di casa Valeria Cherubini. Unico sopravvissuto, Mario Frigerio, marito di Valeria, colpito alla gola ma salvato da una rara malformazione della carotide. Sarà proprio lui, mesi dopo, a riconoscere Olindo Romano come uno degli aggressori.
La ricostruzione dei fatti, confermata da tre gradi di giudizio, si fonda su una serie di elementi considerati solidi: le confessioni rese da Olindo e Rosa durante gli interrogatori, poi ritrattate, ma ritenute attendibili dai giudici; le tracce di sangue di una delle vittime trovate sull’auto della coppia; e soprattutto la testimonianza chiave di Frigerio, che ha sempre indicato in Olindo l'uomo che cercò di ucciderlo. Le sentenze parlano di un delitto nato da dissidi di vicinato e consumato con una violenza che sconvolse l’opinione pubblica. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, fu Rosa Bazzi – mancina – a infliggere il colpo mortale al piccolo Youssef.
Nonostante le condanne all’ergastolo, la difesa non ha mai smesso di sostenere l’innocenza dei due coniugi. Negli ultimi anni sono stati depositati documenti, testimonianze alternative, nuove perizie e persino dichiarazioni di ex detenuti. Il legale Fabio Schembri, storico difensore della coppia, ha ribadito anche oggi, entrando in Cassazione, che «ci sono diverse prove nuove, tutte importanti, perché vanno singolarmente e unitamente a impattare sugli argomenti che sorreggono la sentenza di condanna». E ha aggiunto: «Alcune di esse dimostrerebbero l’incompatibilità fisica e logistica di Olindo e Rosa rispetto alla dinamica della strage». Schembri ha poi rivolto un appello alla Corte affinché «valuti serenamente» e applichi «con rigore i principi del diritto».
Le speranze, però, si scontrano con la linea dura del procuratore generale Monferini, che ha definito “non rilevanti” tutti i nuovi elementi sottoposti all’esame della Cassazione. Una posizione che conferma quella già espressa dalla Corte d’appello di Brescia, che a novembre aveva dichiarato inammissibile la richiesta di revisione.
Intanto, Olindo Romano attende la decisione dal carcere di Opera, Rosa Bazzi da quello di Bollate. Entrambi continuano a proclamarsi innocenti, forti – almeno a loro dire – di quelle nuove “verità” che i loro avvocati hanno cercato di far valere in ogni sede. Ma per la pubblica accusa, le fondamenta del processo restano solide: e oggi come allora, il quadro probatorio non lascia spazio a dubbi. Ora la parola spetta alla Corte. In serata si potrebbe già conoscere l’esito, oppure l’attesa si protrarrà fino a domani. Nel frattempo, in aula e fuori, si riaccende il dibattito su uno dei processi più discussi e divisivi della storia giudiziaria italiana.