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22/09/2026 ore 19.06
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Trump allo specchio. Il monologo di New York: l'Onu non media più, fa da palco alla sua idea di mondo

Dalla minaccia a Cuba al «bottino» del Venezuela, fino a clima, Iran, Ucraina e intelligenza artificiale: il discorso all’Assemblea fotografa un ordine globale sempre più affidato alla forza

di Rocco Sicoli*

Mentre Donald Trump annunciava dal podio dell'Assemblea generale che il regime cubano «cadrà», la delegazione de L'Avana si è alzata ed è uscita dall'aula. Qualche sedia vuota, un gesto vecchio quanto la diplomazia. Eppure quell'immagine dice più di qualsiasi analisi su cosa sia diventata l'Onu: non più il luogo dove ci si parla, ma quello da cui ci si alza.

Squarciamo subito l’ipocrisia dell’Onu come luogo in cui tutti i Paesi hanno voce in capitolo. Le Nazioni Unite sono sempre state a trazione statunitense. Sono state pensate da Washington nel 1945, hanno sede a New York e sono state sostenute per decenni dal bilancio americano. Per ottant'anni hanno funzionato come l'interfaccia di un ordine globale a guida Usa. E oggi il proprietario ristruttura, buttando giù l’infrastruttura geopolitica dell’Onu come fatto con l’ala est della Casa Bianca: Trump ha rivendicato dal podio un taglio del 15 per cento al bilancio Onu e l'eliminazione di oltre 4.000 posti.

Una volta quell'egemonia aveva un linguaggio ben preciso. Il presidente americano saliva su quel podio e, anche quando minacciava, parlava a tutti, avversari compresi. Kennedy, nel pieno della Guerra fredda, disse il 25 settembre 1961all'Assemblea che l'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità. Era deterrenza e inclusione nello stesso respiro. Persino George W. Bush, nel 2002, andò al Palazzo di Vetro a pretendere una risoluzione sull'Iraq. Lo fece con arroganza, ma riconoscendo che la legittimità passava ancora da lì.

Oggi quella stanza è una platea. «Mentre gli altri parlavano, io ho agito. Mentre gli altri parlavano di pace, io l'ho fatta.» Davanti a circa 130 capi di Stato, mancava la delegazione cinese che punta tutto sul bilaterale di stasera, Trump non ha cercato interlocutori: ha distribuito pagelle. E sul Venezuela, dopo aver rivendicato l'arresto di Maduro a Caracas e l'accordo petrolifero da 65 miliardi di barili, ha pronunciato la frase che ottant'anni di Carta delle Nazioni Unite avrebbero dovuto seppellire: «Al vincitore spetta il bottino». Detta lì, in quell'aula, è un manifesto di quello che Trump pensa del mondo e del modo di stare al mondo: il più forte fa quello che vuole e gli altri meglio che stiano zitti.

Poi eccolo che si guarda allo specchio, quello incantato di Disney. Trump ha letto in aula le lettere di ringraziamento ricevute. Il premier pakistano gli attribuisce il merito di aver salvato «30 milioni di vite». Per il presidente azero ha compiuto «un miracolo assoluto». Il presidente ruandese loda la sua prontezza. Tra i leader citati ci sono quelli di governi che nessuno scambierebbe per democrazie liberali, come Azerbaigian e Ruanda. Il modello occidentale, quello che è stato il riferimento del mondo fino alla sua rielezione, si misurava sulle istituzioni e sui contrappesi, non sulle lettere di gratitudine.

Lo stesso discorso colloca gli Stati Uniti sopra il diritto internazionale. La Corte penale internazionale diventa un «tribunale antiamericano» e un'«istituzione canaglia», e Trump chiede a tutti i Paesi membri di abbandonarla «immediatamente»: Italia compresa. La tassa globale sul carbonio che l'Organizzazione marittima internazionale stava costruendo per il trasporto navale è stata fermata, rivendica, con una formula che è una dottrina: «Non esiste un governo globale, e finché sarò presidente non ci saranno tasse globali». Il cambiamento climatico torna a essere la profezia sbagliata di chi diceva che «saremmo morti tutti in dodici anni».

E dalla tribuna del mondo ecco anche un messaggio chiaro ai suoi elettori e agli Stati Uniti. I funzionari Onu sono accusati di criticare Washington mentre «protegge i bambini dalla mutilazione transgender e dalla follia transgender». Il Consiglio per i diritti umani diventa un covo di «ipocriti codardi». L'Unesco è accusata di distruggere le culture del mondo promuovendo le migrazioni. La parola woke non viene pronunciata, ma il vocabolario è quello. Il sistema dei diritti umani nato dalle macerie del 1945 viene trattato come un avversario politico interno. Come un mucchio di regole che non valgono più nulla, perché il bullo ha deciso così e nessuno può opporsi.

Sulle crisi vere, dove si misura la capacità politica e strategica, la visione si restringe. Sull'Iran, a sette mesi dall'inizio della guerra, con gli Houthi che stanno mettendo alle strette l’Arabia Saudita, Trump dice (come ripete da settimane…) di avere «una grande decisione» da prendere: un accordo, che prevede «subito dopo le elezioni», oppure annientare la Repubblica islamica e «trascinarla all'inferno». Il destino di novanta milioni di persone resta appeso al calendario elettorale americano, anche se lui giura che le midterm non c'entrano.

Sull'Ucraina torna la promessa di sempre: la pace arriverà «più in fretta di quanto la gente pensi». Nel frattempo Trump stesso parla di 25mila morti al mese. Sui droni che negli ultimi giorni hanno violato lo spazio aereo lituano, abbattuti anche da caccia italiani, e sulle operazioni aeree polacche di questa notte, sui palloni lanciati dalla Bielorussia per bloccare gli aeroporti delle repubbliche baltiche, non una parola. Il fianco est della Nato, dove la guerra lambisce l'Alleanza, semplicemente non esiste nel discorso.

Sull'intelligenza artificiale la proposta è ribattezzarla, come fatto con mari e laghi: da ora in poi «superintelligenza», perché «artificiale» la farebbe sembrare finta. Poi il rifiuto totale di qualsiasi schema globale di controllo, rispedito al mittente l’appello di Amodei, Altman e Musk, con la sorveglianza affidata al Dipartimento di Giustizia americano. E una regola sola: «Chi vince la superintelligenza, vince». Chi avverte dei rischi viene messo nello stesso calderone dei climatologi e della «bufala» russa.

Il finale promette un futuro «più luminoso, più pieno di speranza e più magnifico che mai». È l'ultima pennellata dell'autoritratto. Trump non ha raccontato il mondo che vediamo, ma quello che vede di sé: il salvatore che ha già risolto otto guerre e si prepara a risolvere le altre.

Ed è qui la considerazione che resta. L'Onu che abbiamo conosciuto negli anni Novanta non esiste più. Era l'Onu del dopo Guerra fredda, dei caschi blu, di Rio 1992 e di Kyoto 1997, di una stagione in cui sembrava possibile affrontare insieme le grandi questioni del pianeta. Oggi gli Stati si affidano a rapporti diretti e ad alleanze su misura. Il segnale più eloquente di questa Assemblea è l'accordo sulla Groenlandia, annunciato la settimana scorsa e firmato oggi stesso a margine dell’Assemblea tra tre governi, che secondo Trump dà agli Stati Uniti «il controllo permanente» sulla sicurezza dell'isola. Le cose vere si decidono nelle stanze laterali, il plenum fa da scenografia. Lo ha ammesso perfino Lula, dallo stesso podio: l'Onu sta fallendo nella sua missione di liberare l'umanità dalla guerra e dai conflitti.

Da qui, dalla Calabria, dall’Europa questo non è un dibattito astratto. Guerre, clima e intelligenza artificiale sono le tre questioni da cui dipendono la nostra vita e la nostra sopravvivenza e su cui non abbiamo alcun controllo né sovranità. Arrivano qui sotto forma di bollette, di estati sempre più roventi, di lavori che cambiano senza che nessuno abbia scritto le regole. Se quello che era l'unico tavolo globale di dialogo si trasforma in un palco, quelle regole le scriverà chi ha il microfono più potente. E quel microfono, al Palazzo di Vetro, ha parlato soprattutto a se stesso, ignorando gli eventi, la storia, gli alteri (nel senso latino).

*esperto di comunicazione politica