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17/01/2026 ore 20.58
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Trump giù nei sondaggi: l’America boccia sanità, immigrazione e dazi, e la “fissa” per la Groenlandia diventa un boomerang

Cnn/Ssrs parla di “fallimento” per il 58% degli intervistati: l’economia resta la priorità che gli elettori non vedono affrontata. Approvazione al 39%. Il 75% rifiuta l’idea di “prendere la Groenlandia”, mentre dazi e costo della vita alimentano la sensazione che le condizioni siano peggiorate

di Luca Arnaù
Donald Trump

La notizia, per la Casa Bianca, è di quelle che non si riescono a coprire con un tweet, un video o una battuta a effetto: Donald Trump sta scendendo nei sondaggi e lo sta facendo su tutta la linea, non su un singolo tema che si può archiviare come “rumore di fondo”. Il quadro che emerge dai numeri citati è quello di un presidente che perde terreno proprio sulle questioni che decidono la vita quotidiana degli elettori e, quindi, la politica reale: economia e costo della vita.

Un sondaggio Cnn/Ssrs racconta un primo dato che pesa come un’etichetta: il 58% degli intervistati definisce il primo anno del secondo mandato un “fallimento” e parla apertamente di “disastro”. Non è solo una bocciatura, è una diagnosi. E dentro questa diagnosi c’è la frattura più insidiosa: gli americani non credono che Trump stia lavorando sulla loro preoccupazione principale, cioè la situazione economica e il caro-vita. Anzi, molti ritengono che, alla fine, le condizioni finanziarie siano peggiorate. Il risultato è una percezione di scollamento: soltanto il 36% pensa che le priorità del presidente siano quelle giuste.

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C’è poi l’elemento che rende il dato politicamente ancora più irritante per Trump: negli ultimi anni i sondaggisti statunitensi hanno perso credibilità e hanno sbagliato nel 2024, quando avevano fotografato un testa a testa alle presidenziali tra Trump e Kamala Harris. Il presidente lo sa, lo ripete, lo usa come scudo quando i numeri gli sono ostili. Ma proprio perché la memoria del 2024 è ancora fresca, ciò che arriva adesso viene letto in controluce anche dentro la sua stessa macchina politica: se il consenso scende, scende nonostante l’idea che Trump, storicamente, venga sottovalutato. E questa è la parte che fa più male.

Il dato complessivo di approvazione citato scende al 39%. Ma il problema, per la Casa Bianca, non è solo la media generale: è il dettaglio. Scorporando il giudizio, infatti, si vede un trend che non riguarda una tempesta passeggera ma una sfilacciatura costante. Gli americani disapprovano “quasi tutto” ciò che il presidente sta facendo, e lo fanno su capitoli che normalmente sono il carburante elettorale dei repubblicani.

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La sanità è un macigno: il 63% boccia la politica sanitaria, dentro cui viene richiamata anche la cancellazione dei sussidi federali per garantire l’assicurazione medica a venti milioni di americani a basso reddito. È un dossier che non perdona perché tocca la pelle, le famiglie, i conti, la paura. E quando quel dossier si sposa con l’idea che il costo della vita stia salendo o comunque non stia migliorando, il sentimento diventa più semplice e più brutale: “ci state peggiorando le condizioni”.

Anche l’immigrazione, che nel 2024 era stata uno dei motori della vittoria trumpiana, ora appare meno sicura del previsto. Il 58% esprime un parere negativo, e la motivazione indicata nel testo è precisa: pesano le immagini di violenze sui cittadini americani da parte degli agenti dell’Ice e del Border Patrol. Qui il problema non è solo la linea dura, è come quella linea viene percepita quando le scene finiscono davanti agli occhi di chi vota: ordine e sicurezza possono trasformarsi in abuso, e l’abuso è un detonatore di consenso al contrario.

La politica estera viene bocciata da sei americani su dieci. Ma dentro la politica estera c’è un punto che, nei numeri citati, diventa quasi simbolico: l’ossessione per la Groenlandia. L’idea di “prenderla a ogni costo” non piace al 75% degli intervistati. È una percentuale che racconta un rigetto netto, trasversale, di una priorità percepita come fuori fuoco rispetto ai problemi veri. E quando la gente pensa che l’economia non venga affrontata, ogni distrazione diventa un’accusa.

Sul fronte economico, le percentuali citate consolidano il quadro: più della metà, il 55%, ritiene che le politiche di Trump abbiano peggiorato le condizioni economiche del Paese. E il 62% disapprova la politica dei dazi. In altre parole, il terreno che dovrebbe essere più “naturale” per un presidente che promette la “Golden Age” si sta trasformando in sabbie mobili, perché la promessa non viene associata a un miglioramento percepito.

A rendere l’immagine ancora più pesante c’è la sequenza di rilevamenti riportati: dal sondaggio di Nate Silver, con l’approvazione che scende dal 51,6 del 21 gennaio 2025 al 41,9 “di ieri”, e la disapprovazione che sale dal 40 al 55%, fino alle altre misurazioni citate, in cui i giudizi negativi prevalgono con scarti che vanno da pochi punti a oltre venti. L’effetto, al netto delle differenze tra istituti, è uno: la corrente generale è contraria.

Questo scenario, inevitabilmente, accende i democratici in vista delle elezioni di midterm di novembre, quando si rinnova il Congresso. Ma il testo indica anche la contromossa che Trump starebbe preparando: iniziative “popolari” nei prossimi dieci mesi per riconquistare l’elettorato e riprendersi la scena. Il punto politico, però, è che neppure lo staff saprebbe davvero come intenda farlo. Nel frattempo la decisione operativa sarebbe già presa: girare gli Stati Uniti, comizi ovunque, occupare palinsesti televisivi, spingere il racconto della “Golden Age americana”.

È una strategia vecchia quanto Trump: quando i numeri si mettono di traverso, si alza il volume. Resta da capire se, questa volta, alzare il volume basterà a coprire la domanda che, nei sondaggi citati, suona sempre uguale e sempre più tagliente: perché la priorità degli americani è l’economia, e loro non vedono la risposta.

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