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05/10/2026 ore 07.00
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Trump, il conto delle guerre arriva alle urne: le midterm diventano un referendum

A un mese dalle midterm Usa del 3 novembre, guerra con l’Iran, costo della vita e prezzi dell’energia pesano sul bilancio politico del presidente americano che punta a trasformare il voto sul Congresso in un referendum sulla sua leadership, mentre i democratici avanzano in Stati finora solidamente repubblicani

di Redazione Esteri
Donald Trump (Ipa)

Donald Trump aveva promesso di tenere l’America lontana dalle guerre infinite, di contribuire a chiudere i conflitti ereditati e di presentarsi al mondo come il presidente capace di imporre la pace attraverso la forza. A un mese dalle midterm Usa 2026, le elezioni americane del 3 novembre che rinnoveranno la Camera e una parte del Senato, quella promessa entra però nel bilancio politico che gli elettori saranno chiamati a giudicare nelle urne. La guerra con l’Iran rappresenta il fronte sul quale il dissenso dell’opinione pubblica è più netto, mentre le altre crisi internazionali che Trump aveva assicurato di poter contribuire a risolvere continuano ad accompagnare la sua seconda presidenza; soprattutto, politica estera, energia e costo della vita stanno finendo dentro la stessa campagna elettorale. Quasi sette americani su dieci ritengono che la guerra con l’Iran non sia valsa la pena di essere combattuta e, mentre cresce l’insoddisfazione economica, i democratici sono diventati competitivi persino in diversi Stati conquistati nettamente da Trump nel 2024. Le elezioni di metà mandato nate per rinnovare il Congresso stanno così assumendo sempre più i contorni di un referendum sul presidente.

Midterm Usa 2026, sette americani su dieci bocciano la guerra con l’Iran

Il numero che più di ogni altro fotografa il problema arriva dall’ultimo sondaggio AP-NORC, realizzato tra il 24 e il 28 settembre su 2.140 adulti americani, con un margine di errore di 2,9 punti percentuali: il 69 per cento degli intervistati sostiene che la guerra con l’Iran non sia valsa la pena di essere combattuta e il 71 per cento disapprova il modo in cui Trump sta gestendo la questione iraniana.

Non significa che la politica estera sia improvvisamente diventata la principale preoccupazione degli americani. È quasi il contrario, ed è proprio questo il passaggio politicamente più interessante. Il Chicago Council on Global Affairs rileva che appena il 2 per cento indica direttamente la guerra tra Stati Uniti e Iran come il tema principale nella propria scelta elettorale, contro il 37 per cento che indica inflazione e costo della vita. Ma l’86 per cento ritiene contemporaneamente che il conflitto abbia avuto conseguenze negative proprio sul costo della vita negli Stati Uniti.

La guerra entra dunque nella campagna non soltanto attraverso ciò che accade in Medio Oriente, ma dalla porta molto più concreta del bilancio familiare.

Trump tra Iran, Ucraina e Gaza: il peso delle promesse

Le diverse crisi internazionali devono essere tenute rigorosamente distinte. La guerra in Ucraina era iniziata quasi tre anni prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca e anche il conflitto di Gaza era già in corso: attribuirne l’origine al presidente americano sarebbe storicamente sbagliato. Politicamente, tuttavia, finiscono inevitabilmente nel bilancio della sua amministrazione perché Trump aveva scelto personalmente di alzare enormemente l’asticella, presentandosi come il leader capace di ottenere rapidamente risultati che le precedenti amministrazioni non avevano raggiunto.

L’Iran rappresenta un caso differente ed è su questo fronte che il giudizio dell’opinione pubblica americana appare particolarmente severo. Ma il punto decisivo, a poche settimane dalle urne, è che le conseguenze percepite della politica internazionale si sovrappongono alle preoccupazioni economiche che stanno dominando la campagna.

Guerra, benzina e costo della vita entrano nella campagna elettorale

In Ohio, dove Trump è tornato per sostenere il repubblicano Jon Husted nella sfida per il Senato contro il democratico Sherrod Brown, il prezzo medio della benzina è arrivato a 4,16 dollari al gallone, circa il 35 per cento in più rispetto a un anno fa. È un dato politicamente significativo in uno Stato che Trump aveva conquistato nettamente nel 2024 e dove la competizione per il Senato è diventata uno dei principali campi di battaglia delle midterm.

Sarebbe semplicistico attribuire l’andamento dei prezzi a un’unica causa, così come sarebbe scorretto trasformare automaticamente il malcontento economico in un voto contro il presidente. Ma la percezione degli elettori conta nella determinazione del comportamento politico e il collegamento che molti americani stabiliscono tra guerra, energia e costo della vita è ormai entrato nella campagna.

La distanza tra Teheran e una stazione di servizio dell’Ohio diventa così, elettoralmente, molto più corta.

Economia Usa, il costo della vita diventa il problema di Trump

I numeri sull’economia sono persino più pesanti. Secondo AP-NORC, il 65 per cento degli adulti americani attribuisce alle politiche di Trump la responsabilità dei prezzi più alti del normale, mentre il 69 per cento sostiene che la gestione del costo della vita da parte del presidente sia stata peggiore di quanto si aspettasse. Il dato attraversa in parte anche il suo elettorato: il 52 per cento dei repubblicani giudica la gestione del costo della vita inferiore alle proprie aspettative.

È su questo terreno che politica internazionale e politica interna smettono di essere due capitoli separati. Gli americani possono seguire con maggiore o minore attenzione ciò che accade a migliaia di chilometri da casa, ma incontrano il prezzo del carburante quando riempiono il serbatoio e quello dei generi alimentari quando entrano in un supermercato.

Trump lo ha capito e ha iniziato una maratona elettorale di 32 giorni, tornando a fare ciò che politicamente conosce meglio: trasformarsi nel candidato permanente.

Trump: «Fate finta che sia io a candidarmi»

Il presidente ha scelto di mettersi personalmente al centro delle midterm. Durante la tappa di Durant, in Oklahoma, il primo ottobre ha chiesto ai propri sostenitori: «Pretend I’m running please», letteralmente: «Fate finta che sia io a candidarmi».

Non è soltanto una battuta da comizio. È la sintesi della strategia repubblicana. Trump vuole trasferire sui candidati del GOP la capacità di mobilitazione che continua ad avere sulla propria base, soprattutto perché alle elezioni di metà mandato una parte degli elettori che votarono personalmente per lui nel 2024 potrebbe non presentarsi alle urne. Ma la strategia contiene anche il rischio opposto: trasformando le midterm in un voto sulla propria presidenza, offre ai democratici lo stesso argomento per mobilitare chi vuole contrastarlo.

Ed è proprio qui che arriva uno dei numeri più interessanti dell’intera campagna.

Sondaggi Usa, il 45 per cento considera le midterm un voto contro Trump

Secondo il sondaggio nazionale NPR/PBS News/Marist di settembre, il 45 per cento degli elettori registrati considera il proprio voto per il Congresso soprattutto un voto contro Trump, mentre il 24 per cento lo considera principalmente un voto per sostenere il presidente; il 30 per cento afferma invece che Trump non rappresenterà un fattore importante nella propria decisione.

È una fotografia, non una previsione del risultato del 3 novembre. Ma mostra il paradosso nel quale è entrata la Casa Bianca: Trump vuole trasformare le elezioni congressuali in una mobilitazione personale mentre una quota più ampia dell’elettorato dichiara di essere pronta a utilizzare quelle stesse elezioni per esprimere un voto contrario al presidente.

La polarizzazione diventa così il carburante di entrambe le parti.

Democratici competitivi anche negli Stati vinti da Trump

Il secondo segnale arriva dalla geografia elettorale. I democratici risultano competitivi in dieci Stati conquistati da Trump nel 2024 con margini a doppia cifra: Ohio, Alaska, Iowa, Texas, Florida, Kansas, Nebraska, Mississippi, South Carolina e Kentucky.

Le situazioni sono profondamente differenti e parlare di dieci Stati sul punto di cambiare colore sarebbe scorretto. Il dato politicamente rilevante è un altro: i repubblicani sono costretti a destinare denaro, organizzazione e attenzione a territori che all’inizio del ciclo elettorale avrebbero dovuto richiedere molte meno risorse.

Il Senato è controllato dal GOP con 53 seggi contro 47 democratici e indipendenti che votano con loro. Ai democratici serve quindi un guadagno netto di quattro seggi per raggiungere la maggioranza, il che significa conquistare terreno repubblicano mantenendo contemporaneamente i propri seggi vulnerabili. La strada resta complessa e nessun sondaggio permette oggi di trasformare una competizione aperta in un risultato acquisito.

Ma la mappa elettorale si è allargata.

Elezioni Usa, l’Ohio diventa il laboratorio delle midterm

Il caso più significativo è probabilmente l’Ohio. Un sondaggio Marist condotto tra il 24 e il 27 settembre assegna all’ex senatore democratico Sherrod Brown il 51 per cento contro il 43 per cento del repubblicano Jon Husted tra gli elettori registrati, con un margine di errore di 3,8 punti.

Si tratta di una rilevazione effettuata a più di un mese dal voto, non di una previsione del risultato. Ma un altro numero spiega perché Trump abbia deciso di tornare personalmente nello Stato: il 41 per cento degli intervistati afferma che il proprio voto per il Congresso sarà principalmente un voto contro il presidente, contro il 25 per cento che dichiara di voler votare soprattutto per sostenerlo; il 33 per cento dice invece che Trump non rappresenterà un fattore rilevante.

Uno Stato conquistato nettamente da Trump appena due anni fa diventa così uno dei laboratori della nuova campagna americana.

Le elezioni di metà mandato diventano un referendum su Trump

Trump conserva tuttavia un patrimonio politico che sarebbe un errore sottovalutare. La sua base resta fortemente mobilitata, il presidente domina il Partito repubblicano e continua a possedere una capacità di occupare lo spazio politico e mediatico che nessun altro dirigente del GOP può eguagliare. Una parte consistente dell’elettorato conservatore continua inoltre a sostenere la sua politica internazionale e a interpretare diversamente i risultati economici della Casa Bianca.

Per questo il risultato del 3 novembre resta aperto.

Qualcosa rispetto al 2024, però, è cambiato. Due anni fa Trump chiedeva agli americani di riportarlo alla Casa Bianca promettendo un Paese più prospero e meno coinvolto nei conflitti; oggi affronta elezioni nelle quali costo della vita, prezzi dell’energia e guerra con l’Iran sono entrati nel bilancio politico della sua presidenza. E soprattutto la battaglia non si combatte più soltanto nell’America incerta, ma anche in una parte di quella che nel 2024 aveva scelto nettamente Trump.

Le elezioni del 3 novembre dovrebbero scegliere deputati e senatori. Il presidente ha deciso di metterci sopra anche il proprio nome.

«Fate finta che sia io a candidarmi», ha chiesto agli elettori. Potrebbero prenderlo alla lettera.