Trump punta l’isola di Kharg, arrivano i marines: da qui passa il 90% delle esportazioni di greggio dell’Iran
Washington non esclude più un’operazione di terra. Nel mirino del presidente Usa c’è il più grande terminal petrolifero iraniano con i suoi 45 miliardi di dollari all’anno
L’isola di Kharg si estende per soli otto chilometri ma ospita la principale piattaforma di esportazione del greggio iraniano. Ogni giorno, attraverso una fitta rete di oleodotti sottomarini, vi confluiscono milioni di barili di petrolio provenienti dai principali giacimenti del paese. I carichi di greggio raggiungono le banchine da cui partono le superpetroliere dirette verso i paesi asiatici: la Cina è tra i principali acquirenti. L’isola è situata a circa 55 chilometri dal porto commerciale di Bushehr e si trova in acque particolarmente profonde, una caratteristica naturale che la rende unica. Dal terminale transitano circa 1,3 milioni di barili al giorno, il 90% delle esportazioni di greggio dell'Iran. Secondo l'Opec, le entrate petrolifere dell'Iran nel 2025 hanno superato i 51 miliardi di dollari, segnando un aumento del 14% rispetto al 2024.
Kharg ha un alto valore strategico oltre che commerciale. Il suo controllo significa assicurarsi il 5% delle forniture di petrolio mondiale su giacimenti che rappresentano, secondo le stime, l’11% delle riserve globali di greggio. I movimenti al terminal valgono quarantacinque miliardi di dollari all’anno.
Secondo TankerTrackers.com, sito che utilizza immagini satellitari, fotografie delle coste e dati per tracciare le spedizioni di greggio, l'isola ha caricato petroliere «senza sosta dall'inizio della guerra».
In una nota riportata da Reuters la banca d'investimento statunitense Jp Morgan ha accertato che nelle settimane che hanno preceduto l’inizio del conflitto le esportazioni da Kharg sono aumentate fino a raggiungere livelli record: 1,6 milioni di barili al giorno.
L'isola è fondamentale per l'economia iraniana e non da oggi. Un documento della Cia del 1984 citato dalla Cnn affermava che «le infrastrutture sono le più vitali del sistema petrolifero iraniano e il loro continuo funzionamento è essenziale per il benessere economico dell'Iran». Da qui la decisione di Washington di colpire le basi e le postazioni militari dei pasdaran risparmiando le infrastrutture petrolifere. Una mossa mirata a fare pressione su Teheran e a convincere i Guardiani della rivoluzione a togliere il blocco sullo Stretto di Hormuz. Ma l’Iran ha replicato minacciando di «ridurre in cenere» le infrastrutture petrolifere legate agli Usa in Medio Oriente. Missili e droni sono stati lanciati verso gli Emirati Arabi e un drone sfuggito al fuoco della contraerea ha colpito l’area industriale del porto commerciale di Fujairah.
Il leader dell'opposizione israeliana Yair Lapid ha dichiarato che la distruzione del terminal di Kharg «paralizzerebbe l'economia iraniana e rovescerebbe il regime». Ma gli Usa frenano. Il presidente americano Trump ha chiesto a Tel Aviv di non colpire pozzi e raffinerie. Israele la scorsa settimana aveva portato a segno 6 attacchi su siti petroliferi “strategici” di Teheran. Verso il Golfo sta muovendo una unità da battaglia proveniente dal Mar del Giappone: 6 navi, tra cui una portaelicotteri, e 2.500 marines. Una opzione di terra era stata fin qui esclusa dallo stesso Trump per l’altissimo rischio di perdite di vite umane. Per il completo dispiegamento delle forze ci vorranno due settimane. Ora la priorità è liberare il passaggio dello Stretto di Hormuz.
Se non sarà Kharg l’obiettivo, è molto probabile che Washington punti a conquistare le isole di Abu Musa, Grande e Piccola Tumb appartenenti agli Emirati Arabi ma occupate dai soldati dello Scià di Persia negli anni ’70 e oggi in mano a Teheran. Il loro controllo potrebbe aprire un passaggio sicuro. Trump ieri ha chiesto a Nato e paesi importatori di gas e petrolio dal Golfo di inviare le loro navi da guerra per assicurare il transito delle navi e riavviare i commerci. Arabia Saudita, Bahrein, Oman, Qatar ed Emirati Arabi restano obiettivi principali delle ritorsioni dei pasdaran. «Target legittimi» ha ribadito anche oggi Teheran, per la presenza di basi militari Usa ed altri obiettivi, banche e centri di interesse commerciale internazionale, legati ai nemici degli ayatollah.
Secondo la Cnn le operazioni militari potrebbero durare altri 3 mesi con conseguenze disastrose per l’economia mondiale. Agli Usa la guerra costa un miliardo di dollari al giorno. I paesi del Golfo stanno pagando un prezzo altissimo con il blocco dei commerci e lo stop delle principali filiere produttive, dall’industria al turismo. L’Europa e l’Asia rischiano lo shock energetico e commerciale con riflessi immediati sul costo della vita e sulla spesa delle imprese.