Umberto Bossi e quel lascito divisivo tra secessionismo, antimeridionalismo e la devolution bocciata al referendum
Dalle invettive contro il Sud al progetto di una Padania indipendente, fino al referendum fallito: l’eredità politica del leader leghista tra fratture territoriali e tensioni mai del tutto superate
Di fronte alla morte di un uomo giù il cappello ma resta difficile negare che se il Sud oggi versa in condizioni disastrose, lo deve in parte considerevole alla presenza sulla scena politica di Umberto Bossi. L’Italia oggi vive senza coltivare memoria del passato, tutta immersa nelle vicende del giorno che i social quasi sempre propinano in versione menzognera ad una larghissima parte di connazionali. Il resto lo fa, come afferma l’Ocse, il livello culturale del nostro paese in plateale decadenza.
Ho seguito Bossi fin dall’inizio della sua carriera politica. Di lui mi colpì subito il linguaggio spesso scurrile e la sconfinata avversione nei confronti del Mezzogiorno, i cui abitanti venivano rappresentati come parassiti che vivevano alle spalle del Nord. Al grido di “Roma ladrona” s’inventò un progetto di secessione gradito, anno dopo anno, a un numero sempre maggiore di settentrionali. Talvolta anche a personaggi colti come Gianfranco Miglio, con il quale il sodalizio dell’Umberto fu intenso ma breve.
L’illustre professore al primo scontro fu liquidato con due parole oscene che si diffusero con la velocità della luce nell’Italia intera “una scureggia nello spazio”. Una frase che nella sua innegabile volgarità tratteggiò con efficacia il personaggio. Gli concesse lo splendore dello spazio, privilegio non da poco, ma sotto forma di “scureggia”. Il fatto che anche uomini di una certa cultura potessero condividere il suo progetto di secessione destò all’epoca meraviglia in tanti meridionali.
Chi ha studiato o semplicemente letto la storia del Risorgimento non può non riconoscere che l’elemento più caratterizzante della passione dei patrioti era l’unità dell’Italia. Si battevano e spesso perdevano la vita per l’unità. Non è un caso che i padri costituenti, quel sentimento, lo trasfusero per intero nell’articolo 5 della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile,”. Bossi, pur fornito di un ottimo istinto politico, quei capisaldi della nostra storia, li interpretava come cianfrusaglie che facevano comodo ai fannulloni del Sud.
Con Berlusconi ebbe un rapporto non semplice. Bossi fin dal suo primo apparire aveva mostrato tendenze di sinistra. Girava voce che avesse venduto frittelle alle feste dell’Unità. Non poteva mai allearsi con la destra del tempo capeggiata da Fini, già legato a Berlusconi. Sul difficile tema si discusse a lungo alla vigilia delle elezioni del 1994 fino a quando Berlusconi non s’inventò una coalizione inedita nella tradizione politica italiana. Un’alleanza con Fini al Sud, un’altra con Bossi al Nord. Fu così che il centrodestra vinse le elezioni. L’alleanza durò poco.
Il capo della Lega aveva stretto nel frattempo un forte legame nel corso di un famoso incontro in Puglia con D’Alema e Buttiglione. Nessuno dei suoi si ribellò. Bossi possedeva i modi sbrigativi del capo tribù. Pretendeva obbedienza cieca. Non a caso veniva definito il “barbaro”. L’epiteto, lungi dal mortificarlo, appagava il suo narcisismo e gli infondeva vigore. La sobrietà, la misura, talvolta il silenzio, che rappresentano le qualità dei leader, gli procuravano un senso di disgusto.
Consumata la rottura con Berlusconi, il capo della Lega intraprende un itinerario magico in cui la Padania, un luogo sconosciuto ai geografi, diventa un giardino fatato. Non esiste lo spazio in un articolo di giornale per raccontare tutti i gesti teatrali di quel periodo mitico della Lega. Ricordo solo un esercito di leghisti invasati, stretti intorno al suo capo, salire fin sul Monviso per riempire un’ampolla di acqua pura da versare, dopo una lunga traversata, che evoca, più che usanze celtiche, memorie bibliche, nella laguna di Venezia.
Ad una signora, che con spirito patriottico si era permessa di esporre alla finestra il tricolore, Bossi rivolse con la sua voce roca un invito perentorio di non comune eleganza: “Con quella si pulisca il culo”. Nelle invettive il capo della Lega dava solitamente del tu, ma in quella occasione, forse sedotto dall’incantesimo veneziano, diede del lei. Gesto, come dire, sorprendentemente signorile che non gli evitò né la denuncia della signora, né la condanna del giudice.
Alle elezioni politiche del1996 Bossi e la sua Lega si presentano all’elettorato da soli e conseguono. praticamente in tre regioni, il 10,7 per cento. Un risultato di straordinario valore.
Saltiamo qualche anno e occupiamoci di quel famoso patto che rimise insieme le vite politiche di Berlusconi e Bossi, su cui scrissi un libro per Donzelli. Si trattò di un accordo storico, depositato presso un notaio a lungo sconosciuto, il cui punto cruciale consisteva nell’approvazione in brevissimo tempo della proposta bossiana di “devolution”. Il cui obiettivo era la rottura del principio di solidarietà tra i vari territori del paese, la conseguente penalizzazione degli italiani delle regioni meno ricche. Probabilmente in quell’accordo, inimmaginabile dopo anni di violenti insulti nei confronti di Berlusconi, un ruolo enorme fu svolto dagli enormi debiti accumulati da Bossi per investimenti sbagliati e per le molte condanne ricevute.
Una breve riflessione finale. La devolution fu sconfitta dagli italiani nel conseguente referendum costituzionale, come quello su cui, su temi diversi, votiamo oggi. Per la statistica aggiungo che in Calabria, dove all’epoca svolgevo il ruolo di presidente, i “no” furono percentualmente i più numerosi dell’Italia intera. Devo però ammettere con rammarico che il fuoco antimeridionale che il capo della Lega aveva attizzato in profondità nell’Italia del Nord non si è mai spento e prevedo che continuerà ad ardere anche oggi che Bossi – pace all’anima sua – non c’è più.