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06/02/2026 ore 23.00
Italia Mondo

Un poliziotto a Temptation Island senza permesso, Pisani lo licenzia: il Tar lo riammette e ora chiede a Mediaset la verità sulla puntata “incriminata”

Partecipò al reality con la fidanzata senza autorizzazione. Dopo la diffida, riappare in tv: per l’agente è un “replay” estivo, per i superiori no. Udienza il 24 marzo

di Luca Arnaù

La divisa, in teoria, non entra in un reality. In pratica, a volte entra eccome: basta accendere la tv e scoprire che tra falò, confessionali e tentazioni ci sei finito anche tu. Non come spettatore, però. Come protagonista.

È la scena che ha acceso il caso finito ora davanti al Tar del Lazio: un assistente capo coordinatore della Polizia di Stato, insieme alla fidanzata, partecipa all’edizione estiva 2024 di Temptation Island, andata in onda su Canale 5, senza la necessaria autorizzazione. La partecipazione non passa inosservata ai vertici e la vicenda diventa rapidamente disciplinare.

A firmare il provvedimento di «decadenza dall’impiego» è il capo della Polizia, Vittorio Pisani: licenziamento secco, con un elemento aggravante che per l’Amministrazione pesa come un macigno. Qui, infatti, non si discute solo della comparsata televisiva, ma del fatto che – una volta scoperto – all’agente viene intimato di fermarsi.

La diffida arriva il 28 agosto 2024. Il messaggio è netto: «astenersi da qualsiasi ulteriore partecipazione al programma». Un avvertimento formale che, nelle intenzioni della Polizia, avrebbe dovuto chiudere la partita. Invece la riapre. Poche settimane dopo, infatti, il poliziotto ricompare anche nell’edizione autunnale del reality.

Ed è proprio qui che scatta lo scontro vero: non più tra «tv sì» e «tv no», ma tra due versioni inconciliabili su ciò che sarebbe realmente accaduto.

Secondo la linea dei superiori, quella presenza successiva equivale a una recidiva: dopo la diffida, l’agente sarebbe tornato in scena, violando un ordine esplicito. Tradotto: non un errore, ma un’insistenza. Da qui la procedura disciplinare fino all’atto finale, con il parere del Consiglio di amministrazione per il personale della Polizia di Stato e la decadenza dall’impiego.

Secondo la difesa dell’agente, invece, la storia sarebbe diversa e più sottile: dopo la diffida, sostiene, non ci sarebbe stata alcuna nuova partecipazione. La comparsa nella stagione autunnale sarebbe stata solo apparente, perché quella puntata sarebbe andata in onda con immagini registrate durante l’estate, quindi prima della diffida. In altre parole: non un ritorno sul set, ma un montaggio tardivo, una scelta editoriale, un «secondo passaggio» di materiale già girato.

È su questo crinale che il Tar del Lazio entra in scena e, almeno per ora, cambia le carte in tavola. I giudici amministrativi hanno sospeso in via cautelare e provvisoria il licenziamento, disponendo la riammissione in servizio dell’agente. Una misura temporanea, che non assolve e non condanna, ma congela gli effetti del provvedimento in attesa della decisione di merito.

Ed è qui che emerge il dettaglio più significativo, perché illumina il punto cieco dell’intera vicenda: per stabilire se l’agente abbia davvero «disobbedito» dopo la diffida, serve una prova oggettiva su date, registrazioni, presenza fisica e lavorazione del programma.

Per questo il Tar ha chiesto alla Polizia di Stato una relazione dettagliata su tutti i fatti. Ma non solo: ha anche richiesto al poliziotto di produrre una dichiarazione giurata del responsabile del programma Mediaset, chiamato a chiarire un aspetto decisivo per il giudizio. La puntata autunnale conteneva materiale girato prima della diffida o vi è stata una partecipazione effettiva, successiva all’ordine di fermarsi?

La risposta non è un tecnicismo televisivo. È il cuore della legittimità del licenziamento. Se la presenza autunnale fosse solo il riutilizzo di immagini estive, l’accusa di «ulteriore partecipazione» perderebbe peso o, quantomeno, cambierebbe prospettiva. Se invece emergesse una presenza reale e successiva alla diffida, la posizione dell’Amministrazione risulterebbe rafforzata.

Nel frattempo, la fotografia del caso resta quella di un cortocircuito tutto italiano: l’agente scoperto quasi per caso, i superiori che lo vedono in tv «accendendo la televisione», la disciplina che si scontra con un prodotto d’intrattenimento costruito per trasformare chiunque in un personaggio.

E la giustizia amministrativa chiamata a rispondere a una domanda che sembra banale ma non lo è: dove finisce la vita privata e dove comincia il dovere di servizio, quando la notorietà diventa parte del problema?

Il giudizio di merito è fissato per il 24 marzo. Fino ad allora l’agente resta riammesso in servizio per effetto della sospensione cautelare. Ma la partita vera si giocherà sulle carte richieste dal Tar: la relazione completa dell’Amministrazione e, soprattutto, la dichiarazione giurata di Mediaset, chiamata a chiarire se la puntata autunnale sia stata solo una coda del materiale estivo o la prova che la diffida non era servita a nulla.

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