Ungheria, crolla Orbán. Trionfa Magyar: «È la fine del regime». L’Europa dopo 16 anni può ripartire
Ha conquistato la supermaggioranza dei due terzi dei seggi. Una sconfitta politica per il Cremlino e anche per l’America di Trump. Queste elezioni possono ridisegnare gli equilibri del continente
L’altissima partecipazione al voto aveva già anticipato il risultato della serata. La grande vittoria dell’opposizione, di destra certo, ma non una destra oscurantista e antieuropea come quella di Orbán.
Un dato straordinario che da solo racconta la portata della giornata di ieri. Si tratta di una svolta storica non solo per l’Ungheria, ma per l’intera Europa.
Dopo sedici anni, il sistema di potere filosovietico costruito da Orbán viene travolto dal voto popolare. Trionfa Peter Magyar, ha conquistato la 'supermaggioranza' dei due terzi dei seggi in Ungheria. Un esito che molti leggono come la fine di un modello politico sempre più isolato, accusato di aver compresso libertà e diritti dietro una legittimazione formale democratica.
Magyar: «Gli ungheresi hanno scelto l'Europa»
«Gli ungheresi hanno detto sì all'Europa» -ha detto Peter Magyar, sul palco del raduno di Tisza in piazza Batthyany, a Budapest, celebrando la vittoria su Viktor Orban.
«Abbiamo liberato l'Ungheria» – ha detto ancora Magyar rivolgendosi ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle elezioni in Ungheria. «Ce l'abbiamo fatta. Insieme, abbiamo liberato l'Ungheria e ci siamo sbarazzati del regime di Orbán». ha proseguito citato dalla Bbc, sottolineando che tutto ciò non sarebbe stato possibile senza il popolo ungherese.
Nuovo scenario
Le conseguenze superano i confini nazionali. Per anni, il meccanismo dell’unanimità ha consentito a Budapest di esercitare un potere di veto capace di rallentare o bloccare decisioni cruciali dell’Unione. Dalle sanzioni alla politica estera, fino agli aiuti all’Ucraina, più volte fermati o rinviati.
Ora lo scenario cambia. Cade uno dei principali ostacoli a un’integrazione più profonda. Cade soprattutto un interlocutore considerato legato alla Russia, accusato di indebolire il fronte europeo dall’interno. In questo senso, quella di Orbán è anche una sconfitta politica per il Cremlino: perde un alleato strategico dentro l’Unione, una voce capace di rallentarne le scelte e incrinarne la compattezza.
Una sconfitta anche per l’America di Trump, il cui vicepresidente è stato in Ungheria per sostenere il presidente uscente, in funzione anche in questo caso antieuropea. Una chiara intromissione e un tentativo di condizionare il voto che ha visto uniti Trump, Putin ma anche la destra italiana, considerato che Salvini ha seguito la campagna elettorale di Orbán e lo ha fortemente incoraggiato.
Il segnale fa riflettere anche l’Italia. È una sconfitta, indiretta ma evidente, per quegli esponenti della destra che in questi anni hanno sostenuto Orbán, spesso in modo incomprensibile. Non ci si può proclamare europeisti e, allo stesso tempo, difendere e appoggiare un modello che dell’Europa ha rappresentato il principale fattore di blocco.
Per l’Europa si apre una fase nuova. Non ci sono più alibi. La possibilità di costruire una vera politica comune — dalla difesa all’economia, fino alla politica estera — torna al centro dell’agenda. L’Unione, già realtà economica e istituzionale, è chiamata a diventare finalmente soggetto politico compiuto, secondo un piano che già da tre anni ha presentato Draghi e che rappresenta la rinascita dell’Unione, in una versione sempre più vicina agli Stati Uniti d’Europa.
Il voto ungherese manda un segnale chiaro: domanda di cambiamento, richiesta di libertà, volontà di tornare pienamente dentro il progetto europeo. Ed è anche un avvertimento politico più ampio.
Per quanto riguarda l’Italia, il segnale arriva dopo il referendum ed è un altro messaggio del corpo elettorale: così non si può andare avanti.
Quello ungherese non è solo un passaggio elettorale. È un passaggio politico che può ridisegnare gli equilibri del continente. Ancora una volta, la storia europea passa dalle urne. Ancora una volta gli elettori hanno mandato un segnale netto e chiaro, per un’Europa più libera, più forte, più unita.