Vannacci vale il 4% e apre la guerra nella Lega: “traditore”, “Frankenstein” e sospetti sul filo diretto con la Russia
Rottura consumata su Instagram: Salvini lo voleva vedere in faccia, il generale esce e lancia Futuro nazionale. In rete il sentiment è negativo all’85,3%
Roberto Vannacci oggi “vale” il 4%. È un dato che sembra piccolo, ma in politica è una miccia: abbastanza per fare rumore, abbastanza per ricattare, troppo poco per vivere di rendita da qui al 2027 senza logorarsi. E infatti il punto non è solo la percentuale: è la traiettoria. Perché la strada verso le elezioni è lunga, e chi nasce come caso mediatico rischia di finire come un ricordo. O peggio: come una parentesi.
La rottura con la Lega si consuma come si consumano le cose davvero moderne: in un tango di telefonate, fonti, post e smentite. Il prologo, però, è molto più “politico” di quanto sembri. Lunedì pomeriggio, al Mit, Vannacci arriva invitato da Matteo Salvini. È l’incontro chiarificatore che da giorni viene annunciato e che in via Bellerio aspettano come si aspetta un responso: o rientra nei ranghi, o salta il tavolo.
Salvini, che nel maggio scorso lo aveva persino indicato come vice, vuole capire che carte ha in mano il generale. Fino a quel momento aveva sempre dato credito alla parola di Vannacci: “Ha detto che non uscirà”. E qui sta il nervo scoperto che nel Carroccio brucia più della strategia: la parola data. Per un militare, dicono i leghisti, vale tutto. Tradirla significa perdere l’unica cosa che non dovrebbe mai mancare: l’onore. È il motivo per cui nei corridoi la definizione “traditore” non arriva a freddo, arriva come un giudizio morale.
Nel faccia a faccia, Salvini lo avverte con la brutalità dei capipartito che hanno visto scissioni morire in silenzio: “Guarda che chi è uscito dalla Lega non ha mai fatto grande strada”. E allarga il discorso a tutto il centrodestra: “Nessuno si è più visto. Pensa a Gianfranco Fini, pensa ad Angelino Alfano”. È un elenco usato come spauracchio, quasi una maledizione politica. Salvini prova anche a stanare le mosse del generale: “Ho letto di tuoi incontri con Matteo Renzi…”. Vannacci smentisce e annuncia querela, ma i leghisti annotano un dettaglio che per loro pesa come un indizio: Renzi sarebbe stato il primo a esultare per la mossa.
Poi arriva la scena madre, quella che fa impazzire i nervi: la Lega precisa che la vicenda Vannacci non è all’ordine del giorno del consiglio federale. E subito dopo, oplà, pochi minuti prima che inizi la riunione, Vannacci rende ufficiale e pubblica l’uscita. Un tempismo che a via Bellerio leggono come uno schiaffo: non un addio concordato, ma una “fuga” trasformata in show. Il divorzio, scrive qualcuno, è via Instagram. Salvini non può dire che lo ha sbattuto fuori, altrimenti Vannacci diventa martire. E allora si rifugia nella formula che salva la faccia: “Deluso e amareggiato”.
Vannacci al 4,2% nei sondaggi: Futuro Nazionale rosicchia più a FdI che alla Lega e riapre la guerra dei consensiIntanto, mentre la Lega ribolle, i numeri raccontano un’altra storia. Secondo Instant mood, nelle ore calde si registra un picco massimo sulla parola chiave “Roberto Vannacci” e il sentiment delle ultime 24 ore risulta negativo all’85,3%. È un dato che nel partito viene usato come prova: “La gente non lo segue, lo respinge”. Ma è anche una fotografia più ambigua: la rete è un tribunale che condanna in massa e, nello stesso tempo, tiene l’imputato al centro della scena. E Vannacci, se vuole sopravvivere fino al 2027, ha bisogno esattamente di questo: non essere dimenticato.
Per questo la prima mossa è mediatica. Stasera la prima ospitata a “Realpolitik” su Rete4. Scelta chirurgica: far parlare di sé, spiegare la “destra vitale” e il nuovo marchio Futuro nazionale, e tentare di cambiare il frame. Perché nel Carroccio la narrazione è già pronta e, se passa quella, il generale rischia di diventare un personaggio chiuso in una definizione: megalomane, disertore, “uno che scrive chi mi ama mi segua”, un dottor Frankenstein creato da Salvini e poi scaricato quando ha iniziato a camminare da solo.
Dentro la Lega, però, il caso Vannacci è anche un processo a Salvini. Il Federale, raccontano, lo “processa” in contumacia: “Non ha voti”, “non ha il senso dell’onore”, “l’ho fatto votare io”. Sembra una resa dei conti tardiva, quasi la confessione di un errore: al posto dell’espulsione gli è stato offerto per mesi un predellino. E adesso, nel momento in cui se ne va, resta la domanda che non riguarda più il generale ma il partito: quanto danno ha fatto? E quanto ne farà ancora, da fuori?
La reazione interna non è compatta. C’è chi spinge per “fare il partito serio”, chi vuole distinguersi dalla destra di Fratelli d’Italia e da Vannacci, e chi invece propone la mossa opposta: “andiamo più a destra di lui”. Il nome che circola come “nomina importante” è uno solo: Zaia cosegretario. Fuori dal Federale, qualcuno parla di festa, perfino di bottiglie pronte, come quando si abbassa la saracinesca di un’osteria e finisce un turno infinito. Ma anche quel clima euforico ha un retrogusto: “e chi lo caccia?”, si chiedevano fino a poche ore prima. E la risposta, alla fine, è arrivata da un post.
Sul piano nazionale, intanto, gli equilibri si muovono. Secondo quanto filtra, Meloni non vuole Vannacci: il sostegno all’Ucraina resta il primo punto politico che separa la filiera di governo dall’area più radicale che il generale prova a intercettare. E si parla di una soglia di sbarramento al 4%: un numero che, se confermato, diventa contemporaneamente una tagliola e una tentazione. Perché Vannacci oggi è lì, su quel crinale: dentro o fuori dipende da quanto riesce a tenere alta l’attenzione su di sé senza bruciarsi.
È qui che spunta il sospetto più velenoso, affidato ai “moderati” del Carroccio: “Bisogna capire chi tira i fili di Vannacci: i russi?”. Se lo dicono loro, il segnale è doppio: paura e delegittimazione. È il modo più rapido per trasformare un avversario interno in un problema di sicurezza politica, e al tempo stesso per blindare la linea atlantista che la maggioranza rivendica. Vannacci dovrà rispondere anche a questo, perché nel racconto contemporaneo non basta dire “non sono io”: bisogna dimostrare di non essere utile a qualcun altro.
Nel frattempo, a valle della frattura, Forza Italia guarda e si allarga: Tajani si avvicina a Calenda, si ragiona di ricomposizioni e geometrie più “presentabili”. È il classico effetto collaterale delle scissioni: mentre uno esce dalla porta, qualcun altro prova a rimettere ordine nel salotto.
Resta una certezza: se Vannacci vuole arrivare vivo politicamenre al 2027, non può permettersi di diventare una moda del mese. Stasera va in tv per questo, non per spiegare un simbolo. Deve convincere che non è un incidente di percorso, che non è solo una polemica ambulante, e soprattutto deve far dimenticare il “tradimento” della parola data, che nel suo personaggio pesa più di una percentuale. Il 4% è un punto di partenza. Il problema è il tempo. E il tempo, in politica, è l’unico nemico che non puoi querelare.