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06/02/2026 ore 16.40
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Zakharova si copre di ridicolo: accusa l’Italia, ma gli hacker filorussi firmano l’attacco alle Olimpiadi con tanto di bandierina

Prima l’ambasciata russa che canzona Tajani, poi Maria Zakharova che parla di “calunnie”. Solo che, stavolta, la controreplica italiana è da ko: «Sono stati gli hacker di NoName057(16) a rivendicare e motivare l’attacco». Non è l’Italia che “immagina” la Russia ovunque, sono i gruppi filorussi che si presentano da soli, con nome e cognome

di Luca Arnaù
Spokeswoman Maria Zakharova for Foreign Minister of Russia attends 80th session of General Assembly debate at UN Headquarters in New York, NY on September 27, 2025. (Photo by Lev Radin/Pacific Press) - 1.1115.JPG//PACIFICPRESS_xyz00005581_000009/Credit:Lev Radin/PACIFIC PRESS/SIPA/2509281442

La scena è questa: da una parte Antonio Tajani che denuncia cyberattacchi in coincidenza con le Olimpiadi, dall’altra Mosca che si indigna, ringhia e prova a trasformare tutto in una barzelletta. Peccato che, come spesso accade quando si insiste troppo con la battuta, la risata si strozza in gola. Perché la risposta russa questa volta non è soltanto stonata: è proprio un autogol. E Maria Zakharova, con il suo stile da conferenza stampa permanente, finisce per fare la figura peggiore proprio nel tentativo di “mostrare i denti”.

L’ambasciata russa in Italia sceglie la linea dell’ironia muscolare, quella che finge superiorità mentre punta il dito. La frase è costruita per ridicolizzare l’accusa e, insieme, per insinuare che l’Italia stia vivendo di ossessioni: “Per voi la Russia è colpevole di tutto”. E rincara, in versione sarcasmo da meme istituzionale: “Qualcuno dubita che la Russia sia colpevole anche dello scioglimento dei ghiacciai e del maltempo in Sicilia?”. È la classica torsione propagandistica: se ti contestano un fatto specifico, tu allarghi il campo fino all’assurdo, così da far sembrare assurdo anche il punto di partenza.

Poi arriva Zakharova, portavoce del ministro Lavrov, e decide che non basta. Ci mette sopra il timbro ufficiale: “Sono calunnie”. Punto. Nessun dettaglio, nessuna replica sul merito, solo una parola che dovrebbe chiudere la questione come una porta sbattuta.

Il problema è che la porta, in questa storia, non la chiude Mosca. La chiude la Farnesina. E lo fa con una frase che taglia corto e, soprattutto, taglia via la sceneggiata: “Sono stati gli hacker di NoName057(16) a rivendicare e motivare l’attacco”. Fine. Non “secondo indiscrezioni”, non “si ipotizza”, non “si sospetta”: rivendicare. Motivare. Nome del gruppo. Un’etichetta che, nel linguaggio delle cyber-guerre contemporanee, vale più di cento comunicati indignati.

E qui il castello retorico russo comincia a scricchiolare, perché il punto non è più Tajani che “accusa la Russia”. Il punto diventa molto più banale e, per questo, più difficile da demolire: se un gruppo filorusso rivendica un attacco, con tanto di firma, il problema non è l’immaginazione italiana. Il problema è la realtà dei fatti. Puoi contestare l’attribuzione politica, puoi dire che il Cremlino non c’entra, puoi giocare la carta dell’autonomia dei gruppi. Ma non puoi trasformare tutto in una barzelletta meteorologica, sperando che la gente dimentichi la rivendicazione.

È qui che Zakharova scivola. Perché la sua linea comunicativa è costruita per funzionare quando l’avversario resta sul piano delle insinuazioni. Quando invece entra in campo un elemento così netto, “rivendicato e motivato”, la parola “calunnie” perde peso, diventa fumo. E l’effetto finale è grottesco: Mosca prova a dipingere l’Italia come paranoica, mentre l’Italia risponde indicando la firma lasciata sul crimine digitale. È come negare un furto mentre l’altro ti mostra il video di chi esce dal negozio con la merce in mano e il volto scoperto.

In un contesto già nervoso, legato alla visibilità internazionale delle Olimpiadi e alla sicurezza dei sistemi, la polemica assume un tono da braccio di ferro. Da una parte Tajani alza l’asticella e denuncia, dall’altra l’ambasciata russa alza la voce e ridicolizza. Ma ridicolizzare non è confutare. E soprattutto, in questa storia, ridicolizzare diventa un boomerang perché tocca il nervo scoperto di tutte le “operazioni” moderne: la plausibile negazione, quella zona grigia in cui nessuno ammette, tutti strizzano l’occhio e intanto gli attacchi arrivano.

Solo che la zona grigia, quando viene rivendicata con nome e sigla, diventa meno grigia. Diventa una scritta al neon. E la Farnesina, citando NoName057(16), porta la discussione fuori dal ring delle battute. La sposta sul terreno dove i comunicati ironici perdono potere: l’evidenza della rivendicazione. A quel punto la domanda non è più “perché accusate la Russia di tutto”, ma “perché fate finta di non vedere chi si attribuisce l’azione?”.

Il punto politico, inevitabilmente, resta sospeso e taglia in due le interpretazioni. Mosca può sostenere che un gruppo filorusso non equivalga allo Stato russo, e lo fa spesso. Ma l’Italia, in questa versione, non sta dicendo “è stato il Cremlino” in modo indimostrabile: sta dicendo “questo gruppo ha rivendicato”. Che è un’altra cosa, e infatti mette la propaganda in difficoltà. Perché la propaganda vive di ambiguità, non di firme.

Alla fine, quello che resta è un paradosso: nell’ansia di respingere l’accusa, l’ambasciata russa sceglie l’ironia pesante e Zakharova sceglie la formula secca. Ma entrambe le mosse ignorano il dettaglio decisivo, e cioè che qualcuno, dall’altra parte, ha già scritto il proprio nome sul muro. In una stagione in cui la comunicazione è guerra e la guerra è comunicazione, è una distrazione che costa cara. E in questa partita, più che un contrattacco, sembra una caduta: perché quando ti rispondono “lo hanno rivendicato loro”, l’unica cosa che non puoi permetterti è fare lo spiritoso.

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