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15/04/2026 ore 06.47
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Cervicati riapre gli occhi: la fiera di San Nicola torna a rompere il silenzio di un paese che non vuole morire

Domenica 12 aprile, la Valle del Crati si è fermata in Piazza Guzolini. Artigiani, vicini e "paesani" di ritorno hanno trasformato una fiera storica in un atto di resistenza civile contro lo spopolamento

di Gianfranco Donadio

La gente è venuta numerosa e il silenzio che si rompe in Piazza Luigi Guzolini. È domenica, è il 12 aprile 2026, e Cervicati si sveglia con il fiatone di chi ha dimenticato come si corre. Una fiera. Dopo tanti anni di assenza, qualcuno ha deciso di disseppellire un evento eccellente: la memoria collettiva. Non è un’operazione nostalgia, è un’insurrezione.

Cervicati non è un posto per turisti distratti. È un grumo di case su un cocuzzolo di tufo che sembra scivolare giù da una collina della Valle del Crati, in quella provincia di Cosenza dove la terra ha il colore del ferro e dell'olivo. È un paese verticale. Qui le strade si chiamano "rughe", cicatrici urbane che testimoniano un passato medievale dove ci si stringeva per difendersi dal freddo e dagli invasori. Ma oggi il nemico è più sottile, non usa la spada ma usa il silenzio dello spopolamento. Le finestre cieche fissano la valle come occhi che hanno smesso di aspettare qualcuno. Eppure, in questa domenica di aprile, il paese ha deciso di riaprire le palpebre.

L’associazione culturale San Nicola ha piantato un presidio di resistenza. Gustavo Maritato e i coraggiosi associati hanno richiamato i commercianti ambulanti, gli artigiani, quelli veri, quelli che portano sotto le unghie il residuo della materia che lavorano. C’è una strana urgenza nell'aria, un profumo di resina, di cuoio e di vimini che riempie le narici. È l’odore del fare, un’alternativa seria al catalogo asettico degli acquisti a portata di clic. Gli artigiani non espongono solo mercanzia; esibiscono il tempo necessario a prepararla, una valuta che in città abbiamo svalutato fino all'irrilevanza.

Il paradosso è tutto qui, nel cuore dell’Ottava di Pasqua. San Nicola di Bari, il patrono, probabilmente osserva dall’alto di una fede che qui è radice prima di essere rito. La fiera storica era il motore del mondo rurale. Era il giorno del sangue e dei peli, delle grida dei sensali, dei muggiti e della puzza di stalla che significava ricchezza. Oggi le normative igieniche hanno sterilizzato il selciato: niente animali. La legge ringrazia, l’antropologia piange. Ma se togli la carne, cosa resta? Resta l’uomo. Resta la necessità biologica di trovarsi nello stesso metro quadrato di spazio per dirsi che si esiste ancora.

Cervicati vive una contraddizione feroce. È un paese di un’autenticità che spaventa, dove il tempo non scorre, ma ristagna in pozze di saggezza popolare contadina e artigiana di un passato che difficilmente potrà tornare. Vederlo brulicare di banchi è un atto politico, nel senso nobile del termine. In un’epoca di paesi-vetrina, trasformati in parchi giochi per il fine settimana, Cervicati tenta una strada più difficile e onesta. Vivere di ricordi non per imbalsamarli, ma per usarli come carburante. Se dimentichi perché ci si riuniva per la fiera di aprile, se perdi il senso profondo di quella sosta votiva, smetti di essere una comunità e diventi un semplice raggruppamento di codici fiscali in attesa di estinzione.

L'identità non si fa con i bandi europei o con i PDF delle consulenze territoriali. Si fa con la polvere delle scarpe sulla strada. La scelta di ripristinare la fiera proprio ora è una scommessa al buio. Il rinfresco di mezzogiorno in Piazza Guzolini non è un aperitivo ma è una liturgia laica. Vedere la gente del paese mescolarsi a quella delle aree rurali, a qualche “paesano” tornato per l'occasione e ai curiosi dei paesi limitrofi, significa ricostruire un tessuto che si era sfilacciato fino a diventare trasparente. Il panino spezzato sotto questo sole di aprile è l’unico collante rimasto contro la forza d’urto di un mondo che ci vuole soli davanti a uno schermo.

Ma non facciamoci illusioni da cartolina. Cervicati potrebbe restare un laboratorio di sopravvivenza estrema. Ogni artigiano che ha accettato l'invito dell'Associazione è un fante in una guerra di trincea contro il nulla. Vendono cesti intrecciati, tessuti, formaggi che profumano di pascolo vero. È roba che ha un peso, un volume, un’anima. È il contrario del vuoto che avanza tra i vicoli deserti per il resto dell'anno. La fiera è un presidio di civiltà. Chi arriva da fuori non compra solo un oggetto, ma partecipa a un esorcismo collettivo contro lo svuotamento dell’anima calabrese.

La sfida della San Nicola è ambiziosa. Restituire prestigio a un paese che tende a svuotarsi. Cervicati oggi è un luogo dove la memoria non è un magazzino di roba vecchia, ma un’arma di difesa. Chi l’ha detto che si debba per forza correre verso il “nuovo” dimenticando chi siamo stati? A volte, voltarsi indietro è l’unico modo per capire dove mettere i piedi domani senza sprofondare nel fango dell'indifferenza.

Mentre il sole inizia a scendere dietro le creste e l'eco della fiera si attenua tra le “rughe”, resta una sensazione di sospensione vibrante. La fiera di San Nicola è tornata, le mani si sono strette, la piazza ha tremato di voci. Ma il vuoto delle case intorno rimane lì, a osservare con le sue finestre cieche, come a chiedere: “E domani?”.

La scommessa è tutta qui. Non si tratta di riportare indietro le lancette dell'orologio, impresa vana e patetica, ma di decidere se vogliamo essere gli ultimi custodi di un museo della polvere o i primi abitanti di una nuova resistenza umana. Cervicati, con la sua fiera ritrovata, ha scelto di non spegnersi in silenzio. Ha scelto di fare rumore, di offrire un rinfresco, di invitare venditori e acquirenti a mostrare la bellezza che ancora nasce dal sudore. Forse, dopotutto, gli animali non erano la cosa più importante. Bastava ricordarsi che una comunità, per chiamarsi tale, ha bisogno di una piazza piena e di un motivo per tornarci l'anno prossimo.

*Documentarista