Gioacchino da Fiore, Petra Lata e il sarcofago col cingolo militare
Un reperto unico in Italia che si trova nella cattedrale di Squillace e un gigantesco monolito offrono indizi sull'identità del potente Benefattore dell'Abate silano. Una storia di fede, potere e damnatio memoriae nel cuore della Calabria
Nella cattedrale di Squillace è esposto un sarcofago in marmo proconnesio decorato sul fronte con un basso rilievo, rappresentante un cinguli militaris, costituito da tre fibbie con ardiglioni, disposte a mo’ di ghirlande, decorate con foglie di alloro, simbolo di sapienza, vittoria, trionfo e gloria. Va sottolineato che il sarcofago col cingolo militare costituisce un unicum assoluto in Italia, per la rappresentazione del titolo onorifico che lo connota, indicativo del personaggio che fu in esso seppellito, come se l’alto riconoscimento, raffigurato sul fronte del sarcofago, costituisse l’unico emblema identitario della persona defunta, bastevole a identificarlo inequivocabilmente, dai suoi contemporanei e dai posteri.
Il travalicante e ridondante anonimato del sarcofago, scaturente dalla mancanza di testo lapidario e/o di stemma araldico, scaturisce evidentemente da disposizioni superiori invalicabili, ricorrenti al momento della realizzazione del manufatto, che hanno imposto al committente e all’artista dell’opera scultorea di astenersi a indicare espressamente il nome e l’emblema di famiglia del potente personaggio, assenze che lasciano supporre una possibile condanna a damnatio memoriae.
Comparativamente emerge che nella vita del beato abate Gioacchino da Fiore, scritta da un Anonimo biografo florense tra il 1202 e il 1208, si tramanda che un potente Benefattore (anonimo), indicato come familiares del re, ancorché come “dominus Oliveti”, insignito col cinguli militaris dall’imperatore di Costantinopoli, mise a disposizione dell’Abate un luogo posto su una altura di una sua tenuta denominato Petralata (Pietragrande), desinente verosimilmente dalla presenza di un monolito di grandi dimensioni.
Petralata divenne il primordiale asilo dell’abate Gioacchino all’indomani che Clemente III, con lettera dell’8 giugno 1188, a fronte di esplicita richiesta, l’affrancava dalla guida dell’abbazia di Corazzo, confermandogli la pienezza del voto e la dignità del titolo di abate, esortandolo a portare a compimento le opere teologiche avviate per sottometterle al giudizio della Santa Sede.
Risiedendo a Petra Lata l’abate Gioacchino diede corso al suo definitivo distacco dal modus vivendi dei cistercensi, che a suo dire praticavano una religiosità regolata solo nei loro ricchi e potenti claustrum, chiusi e separati dal mondo. A “Petra, che dicono Lata” (grande), l’abate Gioacchino maturò il suo progetto religioso e consacrò il luogo, rinominandolo Petram Olei (Pietra dell’Olio), intendendo dedicarlo al culto Divino, desideroso di realizzare un collegamento, un ponte spirituale tra quell’ambito terreno e il cielo, la Casa di Dio.
L’Abate con l’unzione di Petra Lata pare accordare il suo sogno con la biblica storia di Giacobbe (Gen. 28, 12-15), che unse d’olio (consacrò) la pietra su cui si era addormentato e aveva sognato la scala percorsa dagli Angeli di Dio, che salivano e scendevano su essa, poiché poggiava sulla terra e la sua cima raggiungeva il cielo.
A Petra Lata l’abate Gioacchino fu raggiunto da Raniero da Ponza, poi legato pontificio nel sud della Francia, e in seguito anche da Luca Campano, poi abate della Sambucina e arcivescovo di Cosenza, che trascorse con loro l’intera quaresima del 1189. La presenza dei famosi monaci attrasse a Petra Lata una moltitudine di gente e così l’abate Gioacchino, fatta salva la generosità del Benefattore, si rese subito conto che il luogo non era adatto per impiantarvi il suo complesso e pluriarticolato progetto religioso. Pertanto, sentendosi un protagonista attivo della storia divina, nel novembre 1188 compì delle perlustrazioni in Sila, selezionando un luogo nella media valle del fiume Arvo, ove si trasferì definitivamente con una moltitudine di seguaci nella primavera del 1189. Petra Lata rappresenta pertanto il luogo emblematico della concretizzazione del distacco dalla “moglie meno amata” (Lia), la Chiesa “chiusa” praticata nel claustrum, per avviare a partire da quel luogo, dopo 14 anni di abbaziato, gli “amplessi della sua unione con Rachele nella propagazione del seme” (la moglie desiderata), la Chiesa giovannea, “aperta”, professata ovunque, in ogni luogo, nelle case, sulle strade e tra le genti del mondo.
Il sarcofago figurato col cingolo militare apre la possibilità che l’anonimo Benefattore e la località Pietragrande (traduzione del termine latino Petra Lata o Petralata) siano strettamente connessi con l’ex contado di Squillace.
La realtà attesta infatti che, oltre al sarcofago esposto nella navata destra della Cattedrale, giace su un’altura, al bordo della strada che collega Stalettì alla marina di Pietragrande, un imponente monolito granitico dormiente (lungo circa 10 mt., largo 6 mt. e alto 4 mt.), che costituisce un rilevante caposaldo naturale inamovibile caratterizzante l’area rurale.
Questo masso erratico grandissimo, domina la natura geologica di quell’ambito pietroso e seccagno coltivato con ulivi (il signore Oliveti), sovrastante la fascia costiera denominata per l’appunto Pietragrande, il cui termine linguistico rimanda significativamente alla presenza su quell’area dell’imponente monolito e non di certo agli scogli che affiorano sulla battigia dell’ambito marino del territorio denominato non per caso Pietragrande.
Le indicazioni fornite dal biografo di Gioacchino relativamente all’alta onorificenza militare posseduta dal Benefattore e ai caratteri fisici del luogo di Petralata sembrano trovare significativi riscontri nel sarcofago rinvenuto nella Cattedrale di Squillace e nell’imponente monolito giacente sull’altura del territorio di Stalettì.
Queste due realtà inappuntabili rendono molto interessante l’ex contado di Squillace per le questioni in essere, compreso quella dell’identificazione del potente Benefattore, che, per come descritto dal biografo dell’abate, pare compatibile con Jordan Lupin, figlio di Clementia di Loritello e Hugo Lupin dei conti di Catanzaro. Questo audace militare è enumerato infatti tra i familiares del Re a partire dal 1187, rivestendo ruoli rilevantissimi oltre che con Guglielmo II, anche con Tancredi e sotto gli svevi, finché nella primavera del 1197, avendo capeggiando l’insurrezione baronale contro Enrico VI, fu accusato di alto tradimento e fatto trucidare con estrema crudeltà dall’imperatore svevo, che per prassi ne proclamò credibilmente anche la damnatio memoriae.
Da questa complessa e pluriarticolata pagina di storia, dai tratti abbastanza simmetrici, intriganti e stupefacenti, sembra emergere inoltre che la germinazione dei primigeni progetti religiosi concepiti da Cassiodoro e da Gioacchino da Fiore pare avvenuta, forse non occasionalmente, nei medesimi luoghi che, in quanto testimoni di eventi eccezionali, meriterebbero una mirata promozione e valorizzazione, configurandosi come capisaldi primari della storia religiosa della Calabria.
*Architetto e storico