Il balcone più spettacolare della Calabria dove il tramonto incantò uno scrittore francese: il fascino del Monte Sant'Elia
Panorami sullo Stretto, boschi, spiritualità e antiche leggende fanno del Monte Sant'Elia uno dei luoghi simbolo della Regione. Tra storia e natura, il rilievo che domina Palmi continua ad affascinare residenti e visitatori. Il racconto di Eugenio Crea
«Come non esser certi dell’esistenza di Dio quando dall’alto delle coste di Palmi si vede tramontare il sole nel mare di Sicilia?». Così si espresse nel 1812 il viaggiatore e scrittore francese, Astolphe de Custine, ammirando lo spettacolo godibile dalla vetta del Monte Sant’Elia, nel reggino. Sospeso tra l’azzurro del Tirreno e le montagne dell’Aspromonte, il rilievo domina la città di Palmi con un fascino che mescola panorami mozzafiato e memorie popolari. Un luogo del cuore per residenti e turisti: c’è chi sale per una passeggiata mattutina, chi per fotografare il tramonto sullo Stretto, chi ancora per cercare un po’ di pace e rifugio dalla calura tra la sua vegetazione mediterranea. Un punto di incontro, dalla semplicità autentica, cornice di feste ed escursioni familiari grazie anche alle aree allestite per picnic. A 582 metri sul livello del mare, il monte è ricoperto da fitti boschi di pini e castagni. Da una serie di balconate realizzate con ringhiera e scale sopra i vari costoni della montagna, offre una varietà straordinaria di scorci da cui si ammira la costa che punta verso Messina e, nelle giornate più limpide, le isole Eolie. La presenza di specie tipiche della macchia mediterranea e di piccoli insetti e uccelli rende l’area ideale anche per escursioni naturalistiche e trekking per chi cerca un contatto con la natura a pochi passi dal centro abitato. Negli ultimi anni la zona ha beneficiato di interventi mirati per offrire maggiori servizi, renderla più fruibile e sicura e permettere così a più persone possibile di godere delle sue bellezze.
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Il Monte Sant’Elia è anche spazio di memoria. La sua cima ospita testimonianze di culto e camminamenti che raccontano secoli di devozione popolare. Anticamente chiamato con un termine di derivazione greca “Aulinas”, il Monte Sant’Elia deve la sua definitiva denominazione a Sant’Elia detto Juniore per distinguerlo da Sant’Elia il Profeta e da Sant’Elia Speleota. Elia di Enna, (Enna, 822-823 – Salonicco 903), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa.
«L'invasione araba della Sicilia lo costrinse ad abbandonare la città natale, espugnata dai Saraceni nell'859 – spiega ai nostri microfoni l’esperto, Eugenio Crea, presidente dell’associazione “Fogghi di Luna”, che incentiva la valorizzazione del territorio e promuove in zona escursioni guidate -. Gli arabi riuscirono ad imprigionare Elia, che fu così portato in Africa per essere venduto quale schiavo. Dopo essere riuscito a liberarsi, decise di predicare il Vangelo, mettendo più volte a repentaglio la propria stessa vita, e, giunto a Gerusalemme, nell'aprile dell'878, si fece monaco. Dopo tre anni trascorsi in un monastero del Sinai, Elia intraprese una serie di viaggi, recandosi prima ad Alessandria d'Egitto, quindi in Persia, ad Antiochia e nuovamente nel continente nero. Elia soggiornò in Calabria, dove fondò nell'anno 884, sull’attuale Monte Sant’Elia, una colonia monastica e un monastero. Elia era ormai un conosciutissimo monaco e l'opera vastissima di evangelizzazione che aveva svolto in tre continenti estese la sua fama fino a Costantinopoli, presso l'imperatore bizantino Leone VI, detto il Filosofo. Elia, però giunto a Salonicco, percependo l'ora del trapasso, espresse il desiderio che la sua salma venisse trasportata presso il Monte Sant’Elia. Il feretro fu portato da Salonicco al porto di Taureana e ad attenderlo vi erano i figli spirituali del santo. Il fedelissimo Daniele lo fece tumulare sul luogo desiderato da Sant’Elia».
Chiesa di Sant’Elia
Nell'anno 884 venne fondato sulla sommità del monte Salinas un luogo di culto ad opera del monaco Elia di Enna.
«L'abbazia fu ricostruita nell'XI secolo da alcuni monaci basiliani e al suo interno furono custodite le spoglie del santo – chiarisce Eugenio Crea -. Già sul finire del XVII secolo, gli abitanti di Palmi rivolgevano le loro preghiere a Sant'Elia in caso di perdurante siccità e prelevavano la statua del santo dalla sua chiesa in cima al monte, scendendola in città per trattenerla fin quando non veniva concessa la grazia della pioggia. L'abbazia e il convento vennero distrutti dal terremoto del 1783. Nel 1804 venne costruita una chiesetta. La chiesa fu rovinata dal terremoto del 1894. La nuova chiesa, riedificata all'inizio del XX secolo, venne nuovamente distrutta nel corso dell'ultimo conflitto mondiale. Nel 1959 venne ricostruito l'attuale luogo di culto, nel 2015 la chiesa è stata completamente restaurata internamente ed esternamente».
La leggenda della pietra del diavolo
Sulla cima dal belvedere, tra l'altro, sono collocate tre croci bianche, a ricordo del monte calvario dove Gesù fu crocifisso. A questo estremo lembo di Aspromonte è legata anche la leggenda della “Pietra del diavolo”, metafora della eterna lotta fra il bene e il male. «Sant’Elia raccolto in meditazione su uno spuntone di roccia a strapiombo sul mare incontra un signore in apparenza distinto ed elegante – racconta Eugenio Crea -. Quest’ultimo porta con sé un sacco pieno di monete d’oro che offre al santo. L'uomo distinto ed elegante era in realtà il diavolo travestito, che offrì le monete d'oro per corrompere Sant'Elia e distoglierlo dalla volontà di costruire una chiesa sul monte. Il santo rifiutò e lo scagliò contro la roccia dove ancora oggi, secondo la credenza popolare, sono visibili i segni dell'impatto. Dopo averlo sconfitto, Sant'Elia scagliò il bastone del maligno fino all'isola di Stromboli, dove quest'ultimo si ritirò. La leggenda narra che il fumo del vulcano, tutt’oggi, testimonia la sua furia».
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