Sezioni
Edizioni locali
23/05/2026 ore 15.00
Eventi

A Cosenza appuntamento con “Lu santu jullàre Francesco”, l’opera di Dario Fo e Franca Rame interpretata da Mario Pirovano

Sarà un incontro con una tradizione teatrale che affonda le radici nella giullarata medievale, nella satira popolare, nella poesia. L’evento inserito della decima edizione della kermesse al Museo dei brettii e degli enotri

di Ernesto Mastroianni

Questa sera, all’interno della decima edizione del Reading – Festival della Letteratura, il Museo dei Brettii e degli Enotri di Cosenza ospiterà uno degli appuntamenti più intensi e necessari dell’intera rassegna: “Lu santu jullàre Francesco”, opera di Dario Fo e Franca Rame, interpretata da Mario Pirovano, storico attore della compagnia foiana e custode vivente di un teatro che ha saputo trasformare la parola in coscienza civile.

Non sarà soltanto uno spettacolo. Sarà un incontro con una tradizione teatrale che affonda le radici nella giullarata medievale, nella satira popolare, nella poesia orale, e che in Dario Fo ha trovato una delle sue forme più alte e rivoluzionarie. Lu santu jullàre Francesco racconta un San Francesco lontano dalle immagini oleografiche della devozione convenzionale: il Francesco di Fo è uomo del popolo, corpo inquieto, voce disarmata e incendiaria, creatura capace di parlare agli ultimi con il linguaggio semplice della terra e della fame. È il santo che ride, che scandalizza, che sovverte il potere attraverso la fraternità.

Ma se quest’opera continua ancora oggi a vibrare con una forza rara, il merito appartiene soprattutto a Mario Pirovano.

Parlare di Pirovano significa parlare di uno degli ultimi grandi interpreti del teatro di narrazione italiano. Nato artisticamente accanto a Dario Fo e Franca Rame, Pirovano non è stato un semplice collaboratore o un attore della compagnia: è stato, negli anni, il tramite umano e artistico attraverso cui l’universo teatrale foiano ha continuato a vivere sulle scene anche dopo la scomparsa del Premio Nobel. Da oltre quarant’anni porta in tournée gli spettacoli di Fo in Italia e nel mondo, con una dedizione che ha qualcosa di antico, quasi monastico.

Eppure la sua grandezza non risiede soltanto nella fedeltà. Risiede nella capacità di incarnare quel teatro con autenticità assoluta.

Sul palco, Mario Pirovano non recita: attraversa i personaggi, li plasma con il corpo, con la voce, con una mimica che richiama davvero i giullari medievali. In lui sopravvive un’arte teatrale fisica e totale, fatta di respiro, ritmo, improvvisazione controllata, energia popolare. La sua voce sa essere preghiera e bestemmia, carezza e grido. Riesce a passare dal comico al tragico senza artificio, restituendo al pubblico quel sentimento antico del teatro come rito collettivo.

Giullari e utopie, al Museo dei brettii e degli enotri di Cosenza torna il Festival della lettura-reading

C’è qualcosa di profondamente umano nelle interpretazioni di Pirovano. Non cerca mai l’effetto facile, non indulge nella celebrazione nostalgica di Fo. Al contrario: rende quei testi contemporanei, urgenti, necessari. Nei suoi spettacoli il pubblico ride molto, ma avverte continuamente sotto la comicità una ferita sociale, una domanda morale. È questo il lascito più autentico del teatro foiano, ed è questo che Pirovano custodisce con rara dignità artistica.

In un tempo in cui il teatro spesso rincorre la velocità dell’intrattenimento, Mario Pirovano continua a praticare un’arte povera e potentissima, fondata soltanto sulla presenza dell’attore e sulla forza della parola. Basta lui, un palco e una storia. E improvvisamente il teatro torna a essere ciò che era all’origine: una comunità che si raccoglie per ascoltare un uomo raccontare il mondo.

Lo spettacolo di questa sera assume allora un significato particolare. Non solo per celebrare i cento anni dalla nascita di Dario Fo, ma perché offre la possibilità rara di assistere al lavoro di un interprete che appartiene a quella generazione di attori capaci di consumarsi interamente sulla scena, senza filtri, senza protezioni, mettendo in gioco tutto sé stesso.

E forse è proprio questa la lezione più preziosa di Mario Pirovano: ricordarci che il teatro, quando è vero, non è mai semplice rappresentazione. È carne, memoria, lotta, poesia viva.