A 26 anni lasciò Londra per riprendere la fattoria del nonno in Sila: «Mi dicevano che avrei fallito, ma ho scelto di restare»
Dieci anni dopo Lorenzo Pupo racconta paure e sacrifici di una scelta diventata un modello di “restanza”: «Non basta chiedere ai giovani di restare, bisogna creare le condizioni»
Ci sono storie che vale la pena tornare a raccontare. Non perché siano finite, ma perché, a distanza di anni, si capisce meglio il senso delle scelte che le hanno attraversate. Abbiamo visto Lorenzo dimenarsi e stringere i pugni davanti alle grandi difficoltà dei primi anni, nel cuore della montagna silana che apparve subito ostile. Lorenzo ha temuto di non farcela. L’angoscia del fallimento sembrava prevalere.
Dieci anni fa Lorenzo Pupo lasciava Londra e tornava in Sila. Aveva 26 anni, una laurea, esperienze professionali fuori dalla Calabria e davanti a sé la possibilità di continuare a vivere e lavorare lontano da casa. Scelse invece di tornare nella fattoria della sua famiglia, nella località Aceretto, a oltre 1.300 metri di quota, vicino al Lago Cecita.
Non tornò soltanto per nostalgia. Tornò per fare impresa.
Da allora sono passati dieci anni. Sono arrivati momenti difficili, raccolti andati male, problemi economici e burocratici, ma anche nuove coltivazioni, trasformazione dei prodotti, frutti di bosco e una fattoria diventata nel tempo un luogo capace di raccontare la Sila attraverso il lavoro e i suoi prodotti.
Oggi la Fattoria Pupo è alla quinta generazione di una storia familiare che affonda le proprie radici nel 1830.
E allora, questa volta, abbiamo deciso di sederci idealmente davanti a un focolare e parlare con Lorenzo senza fretta. Di Londra e della Sila, della paura di fallire, della solitudine, della famiglia e di quella parola che ormai accompagna la sua storia: restanza.
Perché forse la parte più interessante della sua vicenda non è soltanto che Lorenzo sia tornato.
È che ha scelto di restare.
Lorenzo, sono passati dieci anni da quando hai lasciato Londra e sei tornato in Sila. Se oggi ti guardi indietro, rifaresti esattamente la stessa scelta?
Vorrei poter rispondere semplicemente di sì. Ma la verità è che questa scelta mi è costata tantissimo, e non parlo di soldi. Mi è costata in termini di famiglia, amicizie, tempo libero, serenità. Mi ha caricato di responsabilità che, soprattutto nei primi anni, ho sentito enormemente. Ma probabilmente il prezzo più alto è stato la solitudine: la paura di non farcela, i dubbi, la diffidenza che a volte ho percepito anche da persone vicine e, spesso, dalle stesse istituzioni.
Oggi sarebbe facile dire che rifarei tutto, perché i risultati sono arrivati e hanno superato persino le mie migliori aspettative. Ma sarebbe anche troppo comodo guardare questi dieci anni soltanto dal punto di arrivo, dimenticando tutto quello che c’è stato nel mezzo.
Quindi sì, oggi rifarei quella scelta. Ma lo dico con una consapevolezza molto diversa rispetto al ragazzo che dieci anni fa lasciava Londra: so quanto può essere alto il prezzo da pagare per provare a costruire qualcosa nel posto in cui hai scelto di vivere.
Londra, però, era una grande opportunità. Che cosa ti mancava allora, che soltanto tornando qui hai capito di avere perduto?
Londra è una città unica. È difficile dire che lì possa mancarti qualcosa: offre opportunità, esperienze, persone e possibilità che difficilmente trovi altrove.
Per questo non sono tornato perché a Londra stessi male o perché cercassi qualcosa che quella città non poteva darmi. Sono tornato perché sentivo che qui c’era qualcosa che rischiava di andare perduto.
Era la fattoria di mio nonno. Un luogo nel quale sono cresciuto e che, senza una mia scelta precisa, probabilmente non avrebbe avuto un futuro. A un certo punto ho sentito il bisogno di provare a farla vivere ancora, anche se allora non avevo minimamente idea di quello che sarebbe diventata.
Forse ciò che avevo davvero perduto, andando via, era proprio questo legame: la possibilità di prendere qualcosa che apparteneva alla storia della mia famiglia e provare a dargli un futuro.
Poi sei tornato e hai scoperto che tra il sogno e la realtà c’era di mezzo una montagna. Qual è stato il momento più duro di questi dieci anni? Quello in cui hai pensato davvero di non farcela?
Di momenti difficili ce ne sono stati davvero tanti. Ricordo il primo raccolto di patate, andato malissimo, con quasi tutto il prodotto da buttare. Ricordo le persone che quasi mi ridevano in faccia perché coltivavo pochi ettari di patate o perché avevo poche mucche: quello che facevo sembrava sempre troppo piccolo per poter funzionare.
Poi sono arrivati i frutti di bosco e mi dicevano che non li avrebbe comprati nessuno. Lo stesso è successo quando ho iniziato a fare le confetture. Alcuni lo dicevano con cattiveria, altri probabilmente perché si aspettavano che prima o poi fallissi, altri ancora semplicemente perché non riuscivano a immaginare un modo diverso di fare agricoltura.
Con il tempo, però, ho capito una cosa: in parte avevano ragione.
Se avessi costruito un’azienda agricola convenzionale, nella quale il contadino produce una materia prima e poi cerca un commerciante disposto a comprarla al prezzo di mercato, spesso persino sottocosto, probabilmente le mie scelte sarebbero state fallimentari. Oggi, per riuscire a vivere soltanto producendo, devi fare decine di ettari di patate, avere un numero importante di animali o coltivare grandi superfici.
Ma io non ho mai voluto costruire quell’azienda.
Ho cercato di fare l’opposto: partire da produzioni relativamente piccole e provare a dare loro più valore, trasformandole, raccontandole e soprattutto arrivando direttamente alle persone. È stata questa probabilmente la mia fortuna: non cercare di diventare più grande degli altri sul loro stesso terreno, ma avere il coraggio, o forse all’inizio anche un po’ di incoscienza, di andare controcorrente.
Quello che mi ha impedito di tornare indietro è stata la convinzione che quel modello potesse funzionare. Anche nei momenti in cui i risultati ancora non si vedevano.
A 26 anni ti sei ritrovato tra le mani un’azienda praticamente ferma agli anni Settanta. Oggi è diventata una realtà completamente diversa. Quanto è difficile fare impresa in montagna?
A 26 anni mi sono ritrovato tra le mani un’azienda che era rimasta praticamente ferma agli anni Settanta. C’era tutto da rifare e, soprattutto, tutto da costruire.
La Sila è un territorio straordinario, pieno di opportunità, ma sa essere anche particolarmente spietato. Qui è ancora la natura a dettare i ritmi. In molte colture hai una sola possibilità all’anno: se sbagli, o se semplicemente quell’annata va male per qualcosa che non dipende da te, non puoi riprovare il mese successivo. Devi aspettare un altro anno. Non ci sono scorciatoie.
Ed è forse questo che la politica, europea, nazionale e regionale, continua a fare fatica a comprendere. Non possiamo pensare che regole costruite in maniera uniforme per l’agricoltura delle grandi pianure europee funzionino allo stesso modo per chi fa impresa in montagna, magari a 1.200 metri di altitudine. Le condizioni di partenza sono completamente diverse e dovrebbero esserlo anche gli strumenti messi a disposizione delle imprese.
Ma nel mio percorso ho scoperto anche un ostacolo più difficile da spiegare, perché non riguarda la burocrazia o il clima: riguarda la mentalità.
In questi anni ho incontrato persone, alcune anche molto vicine a me, che invece di incoraggiare quello che stavo cercando di costruire hanno provato a ostacolarmi. È stata probabilmente una delle cose più amare da affrontare.
A parole tutti vogliamo che un ragazzo rimanga, investa, crei lavoro e costruisca qualcosa nel proprio territorio. Poi, quando quel ragazzo prova davvero a cambiare le cose, inevitabilmente rompe degli equilibri. E non sempre il suo successo viene vissuto come un’opportunità per tutta la comunità. A volte sembra quasi che sia più rassicurante vederlo fallire, così da poter dire: “Lo avevo detto che qui non si poteva fare”.
Se vogliamo davvero che altri giovani scelgano di restare o di tornare, quindi, non bastano gli incentivi. Servono regole pensate per questi territori, istituzioni capaci di accompagnare chi investe, ma serve anche un cambiamento culturale.
Dobbiamo smettere di raccontare ai giovani che devono restare e cominciare a creare le condizioni perché valga davvero la pena farlo.
E forse qui arriviamo alla parola “restanza”. Perché tu sei tornato dopo aver conosciuto il mondo. Non sei rimasto perché non avevi alternative. Quanto ti è servito essere emigrante per diventare l’imprenditore che sei oggi?
Probabilmente, se non fossi andato all’estero, non avrei mai avuto il coraggio di fare il primo passo.
Quando nasci e cresci in un paese di tremila abitanti, inevitabilmente pensi che il mondo funzioni più o meno come il piccolo pezzo di mondo che conosci. Ma soprattutto non ti rendi conto di quanto sia grande, diverso e variegato ciò che esiste fuori.
A Londra, lavorando negli hotel Marriott, ho avuto la possibilità di incontrare e parlare con persone provenienti da decine di Paesi e culture diverse. È stata una scuola enorme, non soltanto dal punto di vista professionale. Quando ogni giorno lavori accanto a persone che hanno lingue, religioni, abitudini e storie completamente diverse dalla tua, inizi a guardare anche te stesso e il luogo da cui provieni in maniera differente.
E alla fine capisci una cosa apparentemente semplice, ma che semplice non è affatto: siamo maledettamente simili, ma mai uguali.
Essere emigrante mi ha insegnato soprattutto a non avere paura di ciò che è diverso da quello che conosco e, probabilmente, è proprio questo che mi è servito quando sono tornato. Molte delle scelte che ho fatto in azienda andavano contro quello che qui si era sempre fatto e contro quello che molti consideravano normale.
Per questo non considero gli anni trascorsi a Londra come gli anni precedenti alla mia storia in Sila. Ne fanno pienamente parte. Forse avevo bisogno di andare così lontano per riuscire a tornare e guardare quello che avevo lasciato con occhi completamente diversi.
Se potessi incontrare adesso quel Lorenzo di 26 anni, quello che stava per lasciare Londra e tornare in Calabria, che cosa gli diresti? E soprattutto: gli diresti ancora di tornare?
È una domanda difficile per me.
Quel ragazzo di 26 anni non aveva davvero idea di quello che stava facendo e, forse, è stato meglio così.
Se potessi incontrarlo oggi, credo che prima di tutto lo abbraccerei. Gli direi che sarà molto più difficile di quanto immagina, che ci saranno momenti in cui penserà di aver sbagliato tutto e altri in cui si sentirà completamente solo.
Ma gli direi anche di non avere paura, perché è abbastanza forte da affrontare tutto quello che la vita gli metterà davanti.
E poi non credo gli direi molto altro.
Gli direi semplicemente: grazie.
Nel frattempo, mentre combattevi con le mille difficoltà di vivere e fare impresa nel cuore della Sila, è arrivata anche la famiglia. È arrivato un figlio. Che cosa cambia quando diventi padre?
Diventare papà ti cambia la vita. Cambia inevitabilmente anche il modo in cui guardi quello che stai costruendo.
Prima lavoravo pensando al futuro dell’azienda, ai progetti, a quello che avrei potuto realizzare. Oggi penso anche che tutto quello che sto facendo possa diventare un trampolino di lancio per mio figlio.
Non significa che un giorno dovrà necessariamente continuare quello che ho iniziato io. Anzi, vorrei che fosse completamente libero di scegliere la propria strada, anche lontano da qui, se sarà quello che desidera.
Ma mi piacerebbe sapere di avergli lasciato una possibilità in più. Qualcosa da cui partire, non qualcosa a cui essere legato.
Se un giorno vorrà usare quello che abbiamo costruito per volare ancora più in alto, ne sarò felice. Se sceglierà un’altra strada, sarò felice lo stesso.
Forse è questo che cambia quando diventi padre: non costruisci più pensando soltanto a dove vuoi arrivare tu, ma anche a quanto lontano potrà arrivare chi viene dopo di te.
E allora, dieci anni dopo, forse la domanda non è più perché Lorenzo sia tornato.
La domanda è perché abbia scelto di restare.
La risposta non è nella nostalgia. E nemmeno nella rinuncia.
Lorenzo non ha cancellato Londra. Non ha rinnegato quello che ha imparato fuori dalla Calabria. Al contrario, ha portato quell’esperienza dentro la sua azienda, trasformando ciò che aveva visto lontano da casa in uno strumento per reinventare ciò che aveva trovato tornando.
La sua è una forma diversa di restanza. Quella di chi ha conosciuto le alternative e, proprio per questo, ha scelto consapevolmente dove costruire il proprio futuro.
Dieci anni dopo, Lorenzo non è più soltanto il ragazzo che è tornato da Londra.
È diventato uno di quelli che possono raccontare cosa significa davvero restare.
E forse, davanti a quel focolare, la storia potrebbe finire proprio qui.
Non con un ritorno.
Con una scelta.