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27/09/2026 ore 11.58
Storie

Da Girifalco ai format nazionali, ora Libra torna alle radici con “Vruscia”: «Un brano che racchiude la mia fame di Calabria»

La Calabria che parte, che torna e che continua a bruciare dentro nonostante lontana: è questa l’anima del nuovo singolo di Libra. Il brano racconta con ironia e identità la «fame di casa» e anticipa il nuovo album di Francesco Rosanò

di Gabriella Chiarella

Originario di Girifalco, Francesco Rosanò lascia il paese catanzarese a 18 anni per trasferirsi a Roma e inseguire la musica. Eppure, quelle radici rimangono ben piantate nella sua scrittura. Vruscia, il nuovo singolo disponibile su tutte le piattaforme (qui il videoclip ufficiale), nasce proprio da lì: dalla voglia di narrare la Calabria senza trasformarla in una cartolina, con le sue contraddizioni, la sua ironia, la sua testardaggine e quel rapporto particolare con chi parte, ma prima o poi sente il bisogno di tornare. Ecco cosa ci ha raccontato.

Francesco, partiamo dal principio. Quando hai iniziato a cantare?

«Ufficialmente a 11 anni, ma già da prima avevo l’abitudine di chiudermi a chiave in bagno e cantare senza farmi vedere dai miei genitori, che mi hanno spinto poi a iscrivermi a un’accademia di canto. Attraverso i primi concorsi ho scoperto quanto il palco riuscisse a riempirmi di emozioni e, paradossalmente, ad aiutarmi a superare quella timidezza che da bambino mi portava a nascondermi in bagno per cantare.

Ho studiato in diverse accademie tra Girifalco e Cosenza fino ai 18 anni, con insegnanti che mi hanno invogliato a essere curioso e a esplorare mondi musicali anche molto lontani da quelli che normalmente ascoltava un adolescente. A 14-15 anni mi ritrovavo a studiare jazz, funky, R&B e questo ha fatto sì che la mia formazione musicale fosse fortemente legata al mondo black. Terminato il liceo mi sono trasferito a Roma. Qui ho formato la mia prima band, sono entrato a far parte di un importante coro gospel e ho iniziato a esibirmi nei club della capitale.

E Libra quando arriva?

«Libra è arrivato più avanti. Dopo diverse audizioni ed esperienze televisive ho sentito il bisogno di allontanarmi per qualche anno, ritrovare me stesso e poi tornare con un nuovo progetto, un nuovo nome e soprattutto canzoni che avessero la mia firma. Ho iniziato a scrivere quando ho capito di avere davvero qualcosa da dire».

Oggi la musica è il tuo unico lavoro?

«Oggi vivere esclusivamente di musica, se non hai numeri enormi di streaming, è molto difficile. A 23 anni ho capito che, per poter fare musica nel modo in cui volevo e senza scendere a compromessi, avrei avuto bisogno di autofinanziarmi. Per me è sempre stato importante poter scegliere i miei musicisti e i miei collaboratori e lavorare mi ha permesso di costruire questa libertà. Attraverso un bassista ho conosciuto il mio attuale datore di lavoro, un vero visionario del design con una grande passione per l’arte. Proprio dalla condivisione di queste passioni è nata la nostra collaborazione, che dura ormai da 13 anni. Mi occupo di occhialeria artigianale di design: ricerchiamo designer particolari e visionari provenienti da tutto il mondo e proponiamo le loro creazioni ai nostri visitatori. Sono riuscito, per fortuna, a incastrare tutto, anche se la mia settimana è molto piena: lavoro, musica e studio convivono continuamente».

E musicalmente? Come definiresti Libra?

«Ho sempre amato sperimentare. Se mi chiedessi qual è il mio genere, probabilmente ti risponderei semplicemente: “contaminato”. Non credo che esistano generi migliori di altri. Credo che esista la bella musica e la musica meno bella, indipendentemente dall’etichetta che le mettiamo addosso. Fin da piccolo ho avuto una forte attrazione per le grandi voci e per la tecnica vocale. In Italia, quando mi sono affacciato al canto, Giorgia e Alex Baroni sono stati due punti di riferimento importantissimi. Sono quindi un grande appassionato del virtuosismo, quando è fatto bene, ma anche delle grandi interpretazioni, che non devono necessariamente essere separate dalla tecnica. Amo profondamente Lucio Dalla. A livello internazionale seguo moltissimo Beyoncé, anche per la sua mentalità da macchina da guerra, il suo stacanovismo e il controllo totale che ha sulla propria produzione. Poi Frank Ocean, James Blake, Alicia Keys, Yebba… ma in generale ascolto davvero tantissime cose diverse. E, per citare un po’ di Calabria, sono un “figlio di Loredana”!».

Deejay On Stage, CasaSanremo, Una voce per San Marino… e adesso ritorni alle radici con Vruscia. I tuoi pezzi precedenti hanno tematiche e ambientazioni differenti. Come nasce il brano?

«La mia scrittura si basa soprattutto sulla verità. Scrivo di sensazioni ed esperienze vissute da vicino, ricreando le emozioni che ho vissuto. Credo che solo qualcosa di autentico possa davvero arrivare alle persone. Magari nessuno ha vissuto esattamente la mia stessa esperienza, ma probabilmente ha provato quella stessa emozione in un altro contesto. E penso che sia proprio questo a unirci: la possibilità di riconoscersi in un’emozione. Vruscia nasce dopo aver visto un’intervista a Mia Martini in cui diceva: “Io sono la Calabria”. Durante quella trasmissione dissi a un mio amico che avrei potuto riconoscere la “calabresità” di Mimì anche solo dalle sue sopracciglia. Da lì è nata la prima frase della canzone: “Ci riconosci da un sopracciglio, mai troppo basso, mai senza ritegno e troppe volte non vogliamo consiglio”. Da quella frase è iniziato tutto».

“Vruscia” non è però una cartolina della Calabria.

«Per me Vruscia è un po’ un inno e un invito a non perdere quel fuoco che contraddistingue noi calabresi da sempre, nel bene e nel male. Non volevo fare una cartolina patinata della Calabria. Volevo raccontarla in maniera realistica, con la nostra faccia tosta, il nostro carattere, il bisogno di andare via e, allo stesso tempo, quella voglia costante di ritornare. Vruscia è anche fame di casa. È il desiderio di qualcosa che magari hai lasciato indietro ma che continua a vivere dentro di te».

Stai già lavorando a nuovi brani sulla stessa scia ironica e identitaria o hai intenzione di tornare a esplorare temi e sonorità diverse?

«Vruscia fa parte di un progetto più ampio, un album che uscirà a breve. Gli altri brani non saranno necessariamente sulla stessa scia di Vruscia, ma hanno tutti un filo conduttore molto preciso. Pubblico le mie canzoni da circa sei anni e, all’interno di questo progetto, ci saranno brani scritti molto prima di altri che sono già usciti. Li ho tenuti insieme perché sentivo che, nonostante le differenze, c’era un filo che li collegava. Il tema è la FAME. Una fame che in ogni brano assume una sfaccettatura diversa: fame d’amore, di riscatto, di salvezza, di giustizia, di perdono. E, nel caso di Vruscia, fame di casa. Quindi sì, continuerò sicuramente a sperimentare sonorità e linguaggi diversi. Vruscia è una parte del progetto, non la sua definizione totale».

Con chi collabori per la produzione dei brani?

«Da diversi anni collaboro con Eros Nanni e il suo CrazyHorseStudio. Nel tempo siamo diventati grandi amici oltre che partner musicali. Il suo ruolo è molto importante perché io scrivo parole e musica al pianoforte, arrivando spesso con un’idea molto precisa di quello che vorrei ottenere. Eros ha imparato a trasformare quelle idee in musica, riuscendo a dare forma a qualcosa che magari nella mia testa esiste già ma non è ancora completamente definito».

Il tuo stile resterà quindi contaminato?

«Sì, continuo a definire il mio stile “contaminato”. Mi piace pensare che la mia identità musicale non debba necessariamente stare dentro un genere preciso. Vorrei continuare a sperimentare, ma rimanendo sempre coerente con quello che sono. Per me la cosa più importante è riuscire a trasmettere qualcosa di vero e di emozionante. Sono un maniaco del controllo e un perfezionista, quindi probabilmente non sarò mai completamente soddisfatto di quello che faccio. Ma forse è proprio questa insoddisfazione a spingermi a cercare sempre qualcosa in più. La strada è ancora lunga e i sogni sono sempre più grandi e ambiziosi».

“No”, “Icaro”, “Come ti pare” e le altre canzoni: sei soddisfatto del percorso fatto finora?

«Sì, sono felice del percorso che sto facendo, soprattutto perché è un percorso costruito nel tempo. Ho pubblicato canzoni anche molto diverse tra loro e oggi vedere che chi mi segue dall’inizio continua a esserci per me ha un valore enorme. Più che il singolo riscontro di un brano, mi interessa proprio questa continuità. Significa che, nonostante i cambiamenti e le sperimentazioni, qualcosa del mio modo di raccontarmi riesce ancora ad arrivare. E dopo tutti questi anni ho ancora tanta voglia di fare musica. Credo che questa sia la cosa che mi rende più felice».

Sei di Girifalco, quindi ironico per natura. Dicci qualcosa di simpatico che faccia pensare “eh sì, è proprio calabrese!”

«Non so quanto io possa essere considerato simpatico, ma sicuramente “calabrese” è un aggettivo che mi descrive molto bene. Sono testardo, ambizioso e tendo a voler gestire tutto io. E, da buon calabrese, naturalmente non sbaglio quasi mai! [Ride]. Diciamo che, se proprio devo trovare un difetto, è che probabilmente ho sempre una risposta pronta e un’opinione su tutto. Ma, come diciamo noi, magari alla fine… avevo ragione io!»