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14/03/2026 ore 06.15
Storie

«La Calabria è un lusso: qui abbiamo tempo, spazio e silenzio»: il viaggio nella meraviglia di Francesco Bevilacqua

La riscoperta dei cammini, del trekking e del turismo lento può diventare un’opportunità di sviluppo sostenibile. Lo scrittore ci racconta come orientare i flussi turistici verso esperienze consapevoli e valorizzare le risorse locali permette di proteggere i paesaggi, le tradizioni e le economie delle aree interne

di Battista Bruno

Oggi i veri lussi dell’Occidente sembrano essere diventati lo spazio, il tempo e il silenzio: elementi che in Calabria esistono ancora in abbondanza.

E c’è chi, come Francesco Bevilacqua, racconta quotidianamente la Calabria delle meraviglie, nel suo continuo e incessante viaggio alla scoperta delle aree interne e delle montagne straordinarie. Tocca ai calabresi prendersi cura di questa terra.

Lei che percorre continuamente le meravigliose montagne calabresi, quanto questa terra può rappresentare oggi una risposta moderna al bisogno di benessere interiore?

Il filosofo francese Thierry Paquot ha teorizzato, in un suo libro dal titolo “Elogio del lusso”, la tesi secondo la quale i nuovi lussi dell’Occidente opulento non sono più i classici simboli di status sociale, ma sono, piuttosto, elementi fondamentali della vita, come lo spazio, il tempo e il silenzio. Tutti “beni” introvabili nelle grandi metropoli e nelle zone industrializzate. Ecco dunque che regioni come la Calabria, ricche di natura, campagne e piccoli paesi, diventano subito appetibili come luoghi dove questi lussi sono ancora largamente presenti. Consideriamo che la Calabria ha una densità abitativa pari alla metà di quella della Lombardia, è ricca di montagne e paesi spopolati dall’emigrazione, e può vantare record positivi: è tra le prime quattro regioni più forestate d’Italia, ha un lungo perimetro costiero, un’alta percentuale di territorio in altura, una varietà di paesaggi e biodiversità unica in Italia, e un alto indice di ruralità, che rappresenta un vantaggio in un’epoca in cui si è passati dal “mito urbano” all’“idillio rurale”.

Nei suoi lunghi cammini tra montagne, boschi e aree protette, qual è il momento in cui avverte più forte il senso di libertà e di riconnessione con sé stessi?

Quando percorro vecchi sentieri di montagna, anche all’interno di una delle tante aree protette della Calabria, e mi accorgo che per un’intera giornata non ho incontrato nessun essere umano. In quei momenti percepisco la realtà in modo completamente nuovo, partendo dalla mia interiorità. Capisco che ciò che mi circonda è un prolungamento della mia anima, solitaria, eremitica e claustrale, ma allo stesso tempo parte del tutto. È in quelle occasioni che spazio, tempo e silenzio diventano categorie interiori, dilatandosi e facendo defluire ogni residua forma di egotismo. E quando incontro tracce dell’antica civiltà contadina, comprendo che non tutto è perduto e aderisco all’epocale battaglia di Pier Paolo Pasolini contro la “mutazione antropologica” del consumismo e dell’edonismo industriale.

Lei racconta la Calabria attraverso fotografie e narrazioni, spesso lontano dai luoghi più conosciuti: quanto è importante mostrare una Calabria diversa da quella stereotipata che troppo spesso domina il racconto mediatico?

È fondamentale. Anche la realtà è soggetta a rappresentazione. La più classica è quella di un paradiso di mare, sole e calore, ma abitato da diavoli, stereotipo esteso dal Rinascimento. La Calabria ha anche dovuto scontare la cattiva fama derivante dalla criminalità organizzata e dalla carenza di servizi pubblici efficienti. I media hanno spesso costruito una rappresentazione impietosa che ripete sempre sé stessa. Tuttavia, le cose cambiano, e i calabresi dimostrano la volontà di riscattarsi. Non è solo mare: la Calabria è soprattutto aree interne e montagne, abitate da epigoni della civiltà contadina, resistenti e veri rivoluzionari contro falsificazioni e violenza gratuita. È necessario combattere anche le autorappresentazioni negative dei calabresi stessi, frutto dei complessi di inferiorità degli emigranti verso i simboli di ricchezza e progresso del Nord.

I social network, che spesso alimentano rumore e velocità, diventano nei suoi profili uno spazio di contemplazione e lentezza. È possibile educare alla bellezza anche attraverso strumenti digitali?

Sì, è possibile. Ma la tendenza dei social media è opposta: tutto viene mercificato, banalizzato e velocizzato. Con le mie foto e i miei racconti seguo una contro-tendenza, mostrando la realtà sotto le apparenze. La realtà dimenticata è memoria: non tutto cambia con la rapidità imposta dal mercato e dal consumismo. Ci sono cose che durano, non scadono e mantengono memoria. Come insegnava Corrado Alvaro, bisogna serbare più memoria possibile, senza piangere sul passato. Il mio scopo è educare alla bellezza e alla memoria dei luoghi e delle comunità.

Camminando lunghi i grandi e meravigliosi parchi nazionali calabresi, quali cambiamenti ambientali ha osservato negli ultimi anni, legati al clima e alla presenza dell’uomo?

Purtroppo, anche in Calabria, nonostante sia la regione più piovosa del Sud Italia e ricca di acque interne, si registra un aumento preoccupante delle temperature, siccità e fenomeni meteorologici estremi. La presenza stabile degli abitanti è diminuita, e lo spopolamento delle aree interne è evidente. Il problema maggiore è la cancellazione dei servizi pubblici essenziali. Al contrario, i flussi turistici occasionali sono aumentati, con attività legate all’outdoor, eno-gastronomia, agricoltura, zootecnia e accoglienza.

Secondo lei, la riscoperta del turismo lento, dei cammini e dell’escursionismo può diventare una vera occasione di sviluppo sostenibile per le aree interne della Calabria?

Ne ero certo già negli anni Ottanta, durante le mie esplorazioni, letture e scrittura. Ora il compito è orientare i flussi verso esperienze consapevoli, che portino alla conoscenza reale di luoghi e comunità. Solo così si evita l’over tourism. Bisogna sviluppare un’industria manifatturiera vocazionale, legata alle vere risorse e saperi della Calabria. È fondamentale diffondere la consapevolezza che la Calabria non è come appare: si può restare, tornare e approdare, e ai calabresi spetta prendersi cura della regione, dei suoi paesaggi e bellezze materiali e immateriali.

Dopo centinaia di chilometri percorsi tra montagne, sentieri e silenzi impenetrabili, che cosa continua ancora a sorprenderla della Calabria?

L’incredibile varietà dei paesaggi. La Calabria combina elementi diversi come foreste nordiche, steppe mediterranee, cascate, fiumi, praterie e calanchi pittoreschi. Questa varietà riflette la molteplicità delle vite, economie, tradizioni e culture. Durante la presentazione del mio ultimo libro a Crotone, una signora tedesca trasferita in Calabria disse: “voi non sapete sopra quale tesoro vi trovate”. Aveva ragione: noi calabresi siamo sempre gli ultimi a riconoscere il valore della nostra terra.

E quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani e a chi questa terra non la conosce o ha smesso di crederci?

Vorrei dire loro che prima di decidere di andarsene perché “in Calabria non c’è niente”, devono capire che non conoscono la Calabria. Nessuno, né a casa né a scuola, ha parlato loro di questa terra oltre i luoghi comuni. Ho incontrato giovani che sono rimasti, tornati e approdati in Calabria, creando, innovando, valorizzando e amando questa terra, che li ricambia rendendoli felici. E a chi dubita rispondo: “ci vivo, forse, da diversamente felice”.