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06/09/2026 ore 16.18
Storie

La scommessa di Maria De Cicco: «Non ho lasciato la Calabria. Coi fichi ho deciso di farla assaggiare al mondo»

La scelta di costruire il proprio futuro in Calabria, trasformando il Fico Bianco Dottato e la memoria della sua terra nel progetto imprenditoriale de Le Colline degli Enotri: «Gli ostacoli più grandi? La burocrazia e la grande distribuzione»

di Alessandro Fortino

Dai fichi lasciati cadere a terra alla sfida de “Le Colline degli Enotri”: la storia di una donna calabrese che ha scelto di restare, trasformando la terra, la memoria e l’identità calabrese in un progetto d’impresa.

Lei è Maria De Cicco. In suo post scrive: “Tutti se ne vanno. Io sono rimasta”. Le abbiamo chiesto: Quando ha capito che voleva restare in Calabria e costruire qui il suo futuro?

L’ho capito guardando i miei compagni di classe: uno a Milano, uno a Londra, uno a Bologna. E a Mendicino, perché io sono originaria di Mendicino, vedevo solo case chiuse e nonne alle finestre.

Un giorno mia madre mi ha detto: «Anche i nostri fichi quest’anno non li raccoglie nessuno, lasciali cadere».

Quella notte non ho dormito. Non era rabbia, era vergogna. Vergogna di lasciare marcire a terra una cosa così buona perché nessuno aveva più voglia di chinarsi.

La mattina dopo sono andata io. Con il secchio. E ho capito che restare non era un sacrificio. Era una scelta di libertà.

Non volevo chiedere un posto a Milano. Volevo crearmi il mio posto qui, in Calabria.

Il Fico Bianco Dottato per molti è stato a lungo considerato un prodotto povero, quasi senza valore economico. Oggi è un’eccellenza calabrese. Lei ha deciso di scommetterci: cosa ha visto in quel fico che altri non riuscivano più a vedere?

Ho visto quello che vedeva mia nonna. Gli altri vedevano un fico secco da tre euro che si vende al mercato e che nessuno vuole. Io ho visto un prodotto DOP riconosciuto dall’Europa, che cresce nella Valle del Crati. Un fico con la buccia sottile come un velo, che quando lo essicchi al sole diventa caramello puro.

Gli altri lo vendevano come “prodotto povero” perché lo trattavano da povero: raccolto male, essiccato in forno, venduto sfuso nei sacchi di plastica.

Io ho solo deciso di trattarlo da ricco.

Raccoglierlo a mano all’alba, essiccarlo sulla cannizza per sette giorni, metterlo in una confezione elegante, con una storia dietro.

E all’improvviso quel fico povero è diventato il fico più ricercato che ho.

Il valore non era nel fico. Era negli occhi di chi lo guardava.

Il suo lavoro significa svegliarsi all’alba, stare nei campi, sopportare fatica e difficoltà. Quanto è dura oggi fare impresa agricola in Calabria e quali sono gli ostacoli più grandi?

È durissima. Non vi dico una favola.

L’ostacolo più grande non è la fatica. La fatica mi piace, mi tiene viva.

L’ostacolo è che sei sola contro tutto.

La burocrazia, che ti chiede venti carte per poter vendere una confettura che tua nonna faceva senza carte.

La grande distribuzione, che ti dice: «Se non mi fai mille chili a quattro euro, non mi interessi».

E poi il caldo. Quest’anno abbiamo avuto più di 40 gradi per quindici giorni. Metà dei fichi si sono cotti sull’albero. Lavori un anno e in una settimana perdi tutto. E nessuno te lo rimborsa.

Ma la cosa più dura è psicologica: tutti ti dicono «ma chi te lo fa fare? Vattene».

E tu devi avere la testa dura più di un mulo per restare e dire: «No, io ci credo».

“Qui non manca niente. Manca solo chi ha il coraggio di vederlo”: è una frase molto forte. Che cosa manca davvero alla Calabria per permettere a tanti giovani di restare e trasformare le proprie idee in lavoro?

Mancano gli esempi.

Non mancano i soldi, non mancano le idee.

Quando un ragazzo di vent’anni, a Mendicino o a Bisignano, guarda intorno, cosa vede? Vede che chi è rimasto è considerato sfigato. Chi è andato via è considerato furbo.

Manca qualcuno che gli dica: «Guarda, si può fare. Io l’ho fatto con i fichi. Tu puoi farlo con l’olio, con il vino, con il miele, con un B&B».

Mancano i servizi veri: internet che funziona nei campi, una strada decente per far arrivare un turista, un commercialista che non ti spenna perché sei piccola.

Ma soprattutto manca il coraggio collettivo.

La Calabria è ricchissima. Abbiamo il sole, la terra, il mare a venti minuti dalla montagna. Abbiamo tutto.

Ma ci hanno convinto che non valiamo niente.

E finché ci crediamo noi, non resterà nessuno.

Le Colline degli Enotri non è soltanto un’azienda, ma sembra voler raccontare un territorio, la sua storia e le sue produzioni. Quanto conta oggi legare agricoltura, identità, turismo e cultura?

Conta tutto.

Oggi non vendi più un fico. Vendi una storia.

Se io ti vendo solo 250 grammi di fichi secchi, mi confronti con quello del supermercato a tre euro e perdi tu.

Se io ti vendo il fico di Bisignano, di Luzzi, essiccato come lo facevano gli Enotri 2.500 anni fa, raccolto da una donna che è rimasta in Calabria, nella Valle del Crati, dove c’era la Magna Grecia, allora non compri più un fico.

Compri un pezzo di Calabria.

E quello non ha prezzo.

L’agricoltura senza identità è solo fatica. Con l’identità diventa cultura.

E la gente oggi vuole comprare cultura. Vuole sapere da dove viene quello che mangia.

Noi non abbiamo un’azienda.

Abbiamo un territorio in una confezione.

Lei dice: “Non ho lasciato la Calabria. Ho deciso di farla assaggiare al mondo”. Qual è il sogno che ancora non ha realizzato e dove vorrebbe portare Le Colline degli Enotri nei prossimi anni?

Il mio sogno è piccolo e grande allo stesso tempo.

Voglio che una persona a New York, a Berlino, a Tokyo, apra una mia confezione e dica: «Mamma mia, questo è il sapore della Calabria».

E voglio che, per farlo, non debba andare via nessuno.

Il mio sogno è fare qui, a Bisignano, dove risiedo oggi, una piccola casa di accoglienza. Un posto con due o tre stanze, dove la gente viene a dormire, la mattina si alza e viene con me a raccogliere i fichi, poi li essicchiamo insieme, poi cuciniamo.

Voglio portare la gente nei campi, non solo il campo a casa della gente.

E voglio che le ragazze di qui, che ora pensano di andare a fare le commesse a Cosenza, capiscano che possono restare e vivere della loro terra, e vivere bene.

Se ci riesco io, imprenditrice visionaria e umanista, possono riuscirci loro.

Portare Le Colline degli Enotri nel mondo, ma tenere i piedi ben piantati in questa terra.

Questo è il sogno.