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05/04/2026 ore 18.07
Storie

Mastru Brunu, 80 anni di fucina e passione: il fabbro che ha fatto della Calabria la sua casa

Tornato dalla Germania nel 1974, ha aperto bottega e appeso una targa in onore dei clienti morosi. A Rombiolo, tra le colline del Vibonese, racconta una vita tra bottega e forgia: «Ciò che ti piace fare non è mai pesante», dice mentre celebra un mestiere che resiste al tempo

di Paolo Mazza

C'è un cagnolino che si chiama Ciro, un'officina aperta nel 1974 e una targa che accoglie i clienti con un avvertimento scritto in stampatello: «Se lei alla puntualità tanto ci tiene, alla consegna deve pagare». È il biglietto da visita di Bruno De Luca, per tutti Mastru Brunu, ottant'anni portati con la leggerezza di chi ha fatto pace con il tempo e con sè stesso. Lo trovi a Moladi, frazione di Rombiolo, nel Vibonese, duecento anime incastonate tra le colline calabresi. Lui è lì dal 1974, da quando ha deciso di tornare, di rimettere i piedi su questa terra e di piantarci sopra una vita.

Ma prima c'è stata la Germania. Ci è arrivato a diciassette anni, «con due valigione di cartone», come racconta con il sorriso di chi ormai può permettersi di sorridere di tutto. Dieci anni lì, a imparare non solo un mestiere ma un modo di stare nel lavoro – preciso, puntuale, rigoroso – che la Calabria di quegli anni difficilmente avrebbe potuto insegnargli. Poi il ritorno, nel 1974, e quella bottega aperta quasi come atto di fede: fabbro, saldatore, forgiatore. Mastru Brunu.

Il suo orario di lavoro è scandito con ordine quasi germanico: dalle 8 alle 12, poi la pausa, poi di nuovo dalle 14:30 alle 17. Dentro quell'officina, il tempo sembra scorrere diversamente. L'odore del metallo arroventato, il suono del martello sul ferro, la fucina che brucia. Quando il reporter Saverio Caracciolo lo va a trovare per la puntata “Battiti di ferro” (qui si può recuperare), Mastru Brunu sta preparando la “forgia” per rinnovare e temperare degli scalpelli. Lo fa con la calma di chi conosce ogni gesto a memoria, illustrando uno per uno tutti i passaggi, senza fretta e senza fronzoli.

Come ha cominciato? «Io mi sono diplomato a un istituto professionale, che mi ha dato il titolo per diventare tornitore e fresatore», spiega. Ma la vita, come spesso accade, ha avuto altri piani. «Qui non era possibile fare il tornitore, perché la zona non lo permetteva tanto, così sono diventato un fabbro». Una scelta obbligata, certo, ma che col tempo si è trasformata in vocazione. E poi c'è quella cosa che dice con una punta d'orgoglio, e che forse racconta tutto di lui: «Non ho mai avuto un mastro, è stata la mia volontà. Ho sempre pensato che dovessi seguire le mie passioni. Ciò che ti piace fare non è mai pesante. Io spesso sognavo la notte i lavori da fare. Ho sbagliato poche volte, se devo essere onesto».

Sognare di notte i lavori da fare. In questa frase c'è qualcosa che appartiene a una generazione che per necessità non separava la vita dal lavoro, che non conosceva il confine tra l'uno e l'altra. Mastru Brunu ha fatto cancelli, porte, edifici, grandi opere. Ha lavorato il ferro battuto con le mani e con la testa, trasformando il metallo grezzo in manufatti che ancora oggi campeggiano su qualche palazzo, qualche chiesa, qualche casa del circondario. «Ho fatto di tutto», dice con quella sobrietà che è propria di chi non ha bisogno di esagerare. «Ora ho piccoli acciacchi ma ancora me la cavo».

E poi c'è la storia della targa. Quella che ogni cliente legge appena entra, e che Mastru Brunu non ha appeso per vezzo ma per necessità, per risposta a un torto subito. Una mattina – racconta – si è svegliato con sette milioni di lire di tasse da pagare. Si è alzato presto, è andato a fare il giro dei clienti che gli dovevano dei soldi. Un giro lunghissimo, porta per porta. Nessuno ha aperto il portafoglio. Alla fine è andato alla posta, ha prelevato un buono fruttifero e ha pagato di tasca sua. Quel giorno ha deciso che qualcosa doveva cambiare. Da lì la targa, scritta come un monito e come una confessione insieme.

Ma Mastru Brunu non si è fermato lì. Da quella stessa consapevolezza – la necessità di non dimenticare, di tenere viva la memoria di chi si è stati – è nato anche un progetto più intimo: un diario dal titolo “Le mie riflessioni”. «Lo faccio sia per tenermi attivo mentalmente», dice, «ma anche per non dimenticare chi sono stato e cosa ho visto». In quelle pagine scritte a mano ci sono probabilmente le valigione di cartone della Germania, i clienti che non pagavano, i lavori sognati di notte, gli scalpelli temperati nella fucina. Una vita intera raccontata a sè stesso, per non perderla.

C'è anche un pensiero amaro, però, che Mastru Brunu non nasconde. «L'artigiano è stato sempre malvisto», dice, «ancor di più in epoca recente, dunque la gente è sempre meno spinta a imparare mestieri come il mio, pesanti e difficili». È una riflessione che suona come un epitaffio su un mondo che sta scomparendo, fatto di mani callose e saperi trasmessi non da scuole ma da botteghe, da fucine, da anni passati a guardare e a fare. Lui stesso, ai suoi figli, ha sempre detto di fare altro nella vita – «erano tanti i clienti che non pagavano», ripete – eppure è rimasto lì, davanti alla forgia, ogni mattina dalle otto.

Forse perché certi mestieri non si lasciano davvero. O forse perché Mastru Brunu, in fondo, lo sa bene: ciò che ti piace fare non è mai pesante. E lui, il ferro, lo ha sempre amato. Lo ama ancora adesso, a ottant'anni, con Ciro che gli gira intorno all'officina e gli scalpelli che aspettano di essere temperati. «La mia mano batte il ferro e mi dà pane da una vita», dice. E in quella frase c'è tutto: la dignità di un uomo, la storia di un mestiere, il racconto silenzioso di una Calabria che resiste.

Quanto alla morte, Mastru Brunu non ci perde il sonno. «Non ho paura», dice con quella serenità disarmante che solo gli ottant'anni ben vissuti sanno dare. «Peccatori lo siamo tutti. Io però non ho peccato molto». Difficile dargli torto.