«Quella voce non deve scomparire»: a Gallicianò vivono in 30 e il grecanico resiste tra memoria, fede e tradizioni
Tra maschere apotropaiche, canti antichi, santi italo-greci e la fontana dell’amore, il borgo dell’Aspromonte custodisce una cultura millenaria. Ma il numero esiguo degli abitanti mette a rischio il futuro della lingua. Il racconto a LaC Storie
Due signori seduti a una panchina parlano tra di loro. Verrebbe voglia di inserirsi nella conversazione, ma è difficile capire di che lingua si tratti. È un dialetto calabrese? No. Anche l’ipotesi che siano stranieri viene smentita. Sì, perché sono di Gallicianò. E a Gallicianò, ancora oggi, si parla la lingua grecanica.
Siamo nella frazione di appena trenta abitanti del comune di Condofuri, nel cuore dell’area grecanica dell’Aspromonte reggino. Lo storico Domenico Nucera racconta che qui il grecanico si parla dall’VIII secolo a.C., dal momento della fondazione delle colonie greche. Una lingua che ha attraversato i secoli, passando dalla Magna Grecia ai Bizantini fino ad arrivare ai giorni nostri. Una vera e propria impresa, considerando che per lunghi secoli è stata tramandata esclusivamente per via orale, senza lezioni impartite nelle scuole e senza lasciare tracce scritte significative. Oggi, però, per salvarla dall’oblio, gli abitanti hanno iniziato a scriverla, e non conoscendo i caratteri greci, hanno scelto l’alfabeto latino.
Testimonianza di resistenza della tradizione ellenica è l’incisione della prima strofa di un canto antichissimo, cantato dai coltivatori di grano sul Monte Scafi. È proprio per questo motivo che si usa riferirsi a questo genere di canti con l’appellativo di “scafisti”, come rimando al massiccio dell’Aspromonte, le cui alture facevano risuonare un canto il cui motivo, purtroppo, è andato perduto. Ne rimane il testo, scritto con caratteri latini e inciso su un’installazione realizzata a cura degli artisti dell’Associazione Kronos. Sole che cammini per tutto il mondo / Sole che percorri tutto il mondo / Da levante a ponente vai / Chi io amo tu sole lo vedi / Guardalo e dimmi se lui ti sorride
È una delle tante tracce di una cultura che a Gallicianò non appartiene soltanto al passato. Vive nelle parole, nelle pietre, nelle tradizioni e nei gesti quotidiani.
Un numero particolarmente basso attira l’attenzione: 30 abitanti. La sua singolarità potrebbe farlo apparire come un errore tipografico, ma non lo è affatto. Lo storico Nucera sottolinea che il numero effettivo degli abitanti è di trenta, per poi aumentare nei giorni festivi, quando il borgo accoglie le persone che nel frattempo si sono trasferite verso la marina o nei comuni vicini.
La piccola frazione di Condofuri, poi, è conosciuta per la sua ospitalità, nel pieno spirito della filoxenia, l’accoglienza calorosa del forestiero che per i Greci era un grande valore e che lo è ancora oggi nell’area grecanica calabrese.
Come vediamo dalle telecamere di Saverio Caracciolo (qui la puntata di LaC Storie), camminando lungo le vie del borgo, notiamo che gli archi dei portoni sono adornati da alcune maschere. Sebbene ben curate nella forma, tali raffigurazioni non hanno scopo estetico, bensì apotropaico: uno dei diversi metodi per allontanare gli spiriti maligni e il malocchio. L’ispirazione per le forme deriva dalle maschere utilizzate dagli attori a teatro in età greca e ancora oggi guida la mano degli artisti ceramisti come Gennaro Condurso, il quale ci accoglie nel suo laboratorio. Qui la tradizione continua a trasformarsi in materia, attraverso un’arte che conserva il legame con un passato lontano e, allo stesso tempo, prova a parlare al presente.
La piazza principale, anticamente chiamata Rocca Tu Coracu (Piazza della pietra del corvo), dal 1992 prende il nome di Platia Alimos, a seguito di un gemellaggio con Alimos, un grande quartiere di Atene. I santi italo-greci sono santi perlopiù sconosciuti. A Gallicianò, però, la tradizione greco-ortodossa resiste al tempo, e con essa le abitudini prima di entrare nell’edificio sacro della chiesa. Gli abitanti, quindi, prima di varcare la porta suonano la campana, come saluto e ricordo di quei santi la cui esistenza è ignorata dai più.
La Cappella della Madonna di Grecia (Panaghìa tis Elladas) è stata costruita alla fine degli anni ’90 e aperta al pubblico proprio nel 1999, sui ruderi di una vecchia abitazione. Eredita il nome da un antichissimo monastero che si ergeva sopra le montagne del paese, in una località chiamata “Grecia”. Al suo interno, le insenature tra le pietre, il colore caldo dei muri, la suggestione evocata dai dipinti religiosi la rendono un piccolo spettacolo architettonico, oltre che una testimonianza di fede e tradizione. A Gallicianò troviamo anche la chiesa cattolica dedicata a San Giovanni Battista. Due confessioni, dunque, che convivono dentro un borgo nel quale il legame con la Grecia non è soltanto una memoria storica, ma una presenza ancora concreta.
La lingua parlata a Gallicianò è più comprensibile da persone che hanno studiato il greco antico che non dagli italiani o dai parlanti di greco moderno.
È una delle caratteristiche che rendono il grecanico qualcosa di più di un semplice dialetto. È la traccia linguistica di una storia millenaria, conservata attraverso generazioni che hanno continuato a usare quelle parole anche quando tutto intorno cambiava.
C’è anche un luogo che sembra custodire una storia diversa, più intima e popolare: la fontana dell’amore. Per tradizione, prima di bere alla fontana bisogna esprimere un desiderio nei confronti della persona a cui si vuole bere. In tempi passati, erano le ragazze a recarsi a prendere l’acqua. I giovani, di conseguenza, orbitavano attorno alla fontana nella speranza di trovare la propria compagna. È per questo motivo che tale luogo conserva ancora la magia dell’amore.
Lo storico Giovanni Maesano ci accompagna nel Museo etnografico. Dall’arte contadina, all’intagliatura del legno, dalle coperte di ginestra all’arte vasaia, ogni oggetto racconta un frammento della vita del paese. Sono testimonianze derivate dagli antenati della Macedonia o di Creta, tracce materiali di una storia che a Gallicianò non è mai stata completamente consegnata al passato.
Anche le targhe che incontriamo in giro per il borgo raccontano questa doppia anima: la dicitura è riportata in greco antico e in greco di Calabria. Ma il rischio che il grecanico scompaia c’è.
Proprio il numero esiguo degli abitanti fa emergere la preoccupazione più grande: che una lingua tramandata per secoli possa un giorno scomparire.
L’auspicio di Giovanni Maesano è che «possa vivere ancora per tanti secoli», cercando di tramandarla. Lo sottolinea anche Domenico Nucera: «Tramandare la nostra lingua è importantissimo perché rappresenta la nostra tradizione culturale antichissima e quindi la nostra identità greca».
Quella voce è diventata anche scrittura. Le parole vengono fissate sulla carta, sulle targhe, sulle installazioni. Non per trasformare una lingua viva in un reperto, ma per darle la possibilità di continuare a vivere.
A Gallicianò basta ascoltare due anziani che conversano seduti a una panchina per rendersi conto che quella storia non è ancora finita. E forse è proprio questa la più grande testimonianza di resistenza: una lingua antica che, tra le montagne dell’Aspromonte, riecheggia e continua ancora a farsi ascoltare.