A Reggio Calabria va in scena la commedia del risentimento tra Barabba, diavoli danteschi e luci staccate
Il comizio del generale diventa un teatro di simboli, attacchi e slogan: l’Inferno di Dante, il buio sul palco e la guerra in Ucraina entrano in scena mentre il confronto sulle idee lascia spazio alla politica della pancia e del risentimento
Non sono stato a Reggio direttamente, ma alcuni amici mi hanno procurato un video affinché potessi fare un’analisi accurata. Bene, l’ho fatta. Procediamo. Piazza Duomo bolliva di un tepore umido, denso, di quelli che ti s'appiccicano alle caviglie e non ti lasciano respirare. Sul palco non c’era un comizio ma c’era una messa da campo, un rito pagano celebrato col microfono e col sudore. E poi, il vuoto improvviso. Le luci si spengono, la cassa gracchia e muore. Buio pesto. Un politico qualsiasi avrebbe preso tempo, avrebbe cercato con gli occhi lo sguardo panico dello staff. Roberto Vannacci no. Il Generale ha afferrato il silenzio per il collo, ne ha fatto una trincea e ci s'è arroccato sopra: «Abbiamo risolto anche questo sabotaggio». Fine della trasmissione. Anzi, inizio della commedia.
Non serve una laurea per capire cosa sia successo quella sera a Reggio Calabria. Basta aver visto qualche mercato rionale al mattino prestissimo, quando i banchi si montano nel fango e la voce più forte è quella che vende i limoni peggiori. L’antropologia del comizio vannacciano non appartiene alla storia della Repubblica, ma appartiene a quella dei teatri di varietà di provincia, laddove la farsa si mescola al dramma sacro e la gente applaude non perché capisce, ma perché riconosce il rumore.
Il punto d’innesco non è stata una proposta di legge, né un’idea di sviluppo per un Mezzogiorno stremato. È stato un nome. O meglio, un’equazione da catechismo distorto: «Chi volete, Reggio o Barabba?». Ecco la trappola. Invocare il Vangelo sul sagrato di una cattedrale è un trucco vecchio come il cuoio, ma applicarlo a una sfida elettorale di periferia richiede un cinismo quasi artistico.
Barabba, nella parabola vannacciana, era Fabio Roscioli, l’avvocato calato da Roma per conto del centrodestra ufficiale. Reggio era Domenico Giannetta. Il popolo, manco a dirlo, doveva fare la parte della plebe di Gerusalemme. È la politica ridotta a teatro della passione, dove la complessità viene sistematicamente massacrata a colpi di metafore primordiali. Buoni contro cattivi. Autoctoni contro stranieri. Santi contro ladri.
Non si tratta di farina del suo sacco, sia chiaro. È una sintassi arcaica. Riconoscibile. Funziona esattamente perché cancella la fatica del pensiero e la sostituisce con la pancia.
Poi è arrivata la parte più feroce, quella riservata ai compagni di cordata. Perché il vero bersaglio non era la sinistra, sterile comparsa di questo girone infernale, ma il centrodestra di governo. L’attacco al deputato Francesco Cannizzaro ha toccato vette di virulenza che in piazza non si sentivano dai tempi dei moti del Settanta. Parlare di cittadini trattati «come asini» a cui si mostra la carota delle deleghe non è una critica politica ma è un insulto. È dire all’elettore che finora è stato una bestia da soma e che soltanto il Generale possiede la frusta giusta per farlo diventare uomo. C’era dell’odio vero in quelle parole, ma anche una lucidissima calcolata disperazione. Per rompere il blocco di potere della democrazia cristiana in salsa calabrese serviva una picconata secca, e la picconata è arrivata sul muso dell’alleato.
I gesti contavano più dei concetti. La postura rigida, quasi plastica, specchio di una disciplina militare esibita come un trofeo e dissacrata un secondo dopo da battute da osteria. Poi l’Iscariote, poi Dante. Quando ha evocato i nove deputati già eletti come i «nove gironi dell’Inferno», promettendo di mandare a Roma il «decimo diavolo», Vannacci ha scoperto del tutto le carte. La sua comunicazione non parla al paese reale ma parla alle sue paure più buie, quelle che di notte ti fanno stringere i pugni nel letto. Usa l’Inferno perché la Diagnosi del presente richiede troppi numeri, troppi bilanci, troppe responsabilità. Il demonio è semplice. Il demonio lo vedi, lo indichi, lo punti col dito.
Pure la geopolitica, dentro quella piazza, è diventata una faccenda da banco del pesce. «Basta soldi all’Ucraina, viva la pace». Nessuna analisi sui trattati, nessun cenno agli equilibri atlantici, zero ipocrisia diplomatica. Solo un conto della serva sparato in faccia a una folla che fatica a pagare la bolletta della luce. È populismo allo stato puro, distillato in provetta e somministrato a dosi massicce. Funziona? Certo che funziona. L’anestesia del ragionamento produce un sollievo immediato. Ti dicono che il tuo problema si risolve chiudendo il rubinetto a Kiev e tu ci credi, perché crederci costa molto meno che studiare come funziona il mondo.
La forma, in questo show, ha inghiottito del tutto la sostanza. Non c’era differenza tra la satira di se stesso e la propaganda politica. Quando la corrente è saltata, il buio ha restituito la vera natura dell'evento, cioè uno specchio riflettente in cui una fetta di paese guarda le proprie frustrazioni trasformarsi in urla. Nessuno ha chiesto a Giannetta cosa farà lunedì mattina per i trasporti locali o per gli ospedali sventrati della regione. Nessuno voleva saperlo. La piazza chiedeva sangue verbale, ed è stata accontentata con generosità.
Mentre le luci si riaccendevano a fatica e la gente cominciava a sciamare verso le traverse del corso, rimaneva nell’aria, probabilmente, un odore strano, di fumo d'artificio spento male. Resta da capire se questa pancia urlante sia il sintomo di una febbre passeggiera o la nuova struttura portante di un consenso che non chiede più risposte, ma solo carne da macello da buttare nella contesa.
Sul sagrato del Duomo, intanto, i netturbini raccoglievano i volantini calpestati. La commedia era finita. Ma la sensazione è che il sipario, da quelle parti, sia stato appena alzato.
*Documentarista