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02/02/2026 ore 13.45
Opinioni

Askatasuna, tra libertà e conflitto: storia di un simbolo torinese al centro delle tensioni

Dagli inizi nel 1996 fino agli scontri recenti, il centro sociale diventa luogo di partecipazione e teatro di violenze urbane che dividono la città

di Francesco Perri

Gli scontri violenti che si sono verificati a Torino il 31 gennaio scorso hanno nuovamente acceso i riflettori su una realtà che da quasi trent’anni divide l’opinione pubblica: il centro sociale Askatasuna. Il bilancio della giornata è pesante, con oltre cento feriti, tra cui numerosi appartenenti alle forze dell’ordine. A colpire in modo particolare è stato l’episodio del poliziotto ferito alla testa con un martello, un gesto che ha suscitato sdegno e condanna trasversale. Dura la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato apertamente di criminalità organizzata e di violenza che nulla ha a che vedere con la protesta sociale.

Parole che hanno riaperto il dibattito su Askatasuna: cos’è davvero questo luogo? Un presidio di solidarietà e libertà o un centro di conflittualità e illegalità?

Per comprenderlo, bisogna tornare indietro nel tempo. Askatasuna nasce nel 1996 dall’occupazione di un edificio comunale in corso Regina Margherita, a pochi passi dal centro di Torino. Il nome, che in lingua basca significa “libertà”, non è casuale: fin dall’inizio il centro sociale si è proposto come spazio autogestito, alternativo alle istituzioni tradizionali, punto di incontro per movimenti politici antagonisti, artisti, studenti e attivisti. Negli anni, il palazzo dalla facciata rosso acceso è diventato un luogo riconoscibile e simbolico. Al suo interno si sono svolte iniziative culturali, concerti, assemblee, attività sociali e campagne di solidarietà, in particolare legate all’emergenza abitativa, al diritto al cibo e al sostegno alle fasce più fragili della popolazione. Per molti torinesi, Askatasuna ha rappresentato un laboratorio di partecipazione dal basso, uno spazio libero dove esprimere dissenso e costruire reti di mutuo aiuto.

I sostenitori del centro sociale lo descrivono come una risorsa per la città, un luogo che, in assenza di risposte istituzionali sufficienti, ha saputo offrire supporto concreto a chi vive ai margini. Dalle raccolte alimentari alle iniziative per il diritto alla casa, fino alle attività culturali aperte al quartiere, Askatasuna viene vista come un esempio di cittadinanza attiva capace di trasformare uno stabile abbandonato in uno spazio vivo e utile. Anche il recente tentativo dell’amministrazione comunale di riconoscere l’edificio come “bene comune”, avviando un percorso di collaborazione con gli occupanti, si inseriva in questa prospettiva di regolarizzazione e valorizzazione sociale. Per chi difende Askatasuna, gli scontri di piazza non possono cancellare decenni di impegno solidale e culturale, né ridurre l’esperienza a una semplice espressione di violenza.

Di tutt’altro avviso sono i critici, che fin dall’inizio hanno visto nell’occupazione dello stabile un atto abusivo tollerato troppo a lungo. Secondo questa visione, Askatasuna è diventata nel tempo un punto di riferimento per gruppi antagonisti spesso protagonisti di manifestazioni sfociate in disordini, devastazioni e scontri con le forze dell’ordine. Nel corso degli anni il centro sociale è stato collegato a numerosi episodi di conflitto urbano: proteste contro raduni dell’estrema destra, mobilitazioni contro i centri di permanenza per migranti, contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lione e contro gli sfratti. Eventi che in più occasioni hanno prodotto feriti, danni materiali e procedimenti giudiziari. Per questa parte dell’opinione pubblica, Askatasuna non rappresenta un’esperienza di libertà, ma un simbolo di illegalità e di una protesta che troppo spesso ha superato il confine della legalità. Le recenti condanne per reati legati alle manifestazioni e lo sgombero definitivo avvenuto nel dicembre 2025 vengono interpretati come la fine di una lunga stagione di tolleranza istituzionale.

Nel bene e nel male, Askatasuna ha segnato profondamente la storia recente di Torino. È stata luogo di aggregazione per intere generazioni di attivisti, ma anche teatro di forti tensioni sociali che hanno diviso cittadini e istituzioni. Da una parte c’è chi ne rivendica il ruolo di spazio libero, di resistenza alle ingiustizie e di solidarietà concreta; dall’altra chi lo considera un centro di disordine urbano, dove la protesta ha spesso assunto forme violente. Gli scontri del 31 gennaio hanno riportato con forza questo contrasto al centro del dibattito pubblico.

Una cosa, tuttavia, appare chiara e condivisibile al di là delle posizioni ideologiche: la protesta è un diritto, la violenza no. Quanto accaduto nelle ultime ore lo dimostra con drammatica evidenza e impone una riflessione profonda sul futuro del dissenso e sulla capacità della città di rispondere ai bisogni sociali senza scivolare nello scontro.

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