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27/01/2026 ore 20.50
Opinioni

Pacifismo da salotto e realtà della guerra: quando la banalità morale viene elevata a discorso civile

Il monologo di Benigni da Fazio suscita rispetto ma anche fastidio: ridurre i conflitti a una volgarità da condannare ne ignora la complessità storica e umana 

di Raffaele Piccolo

Di fronte al monologo di Roberto Benigni da Fabio Fazio si prova una sensazione ambigua: rispetto per l’uomo, per l’artista, per l’intenzione dichiaratamente umanistica del suo messaggio, e allo stesso tempo un fastidio profondo. Non per ciò che dice, perché è ovvio, condivisibile, persino incontestabile, ma per il modo in cui lo dice e per ciò che evita di dire.

«La guerra è un’atrocità, è disumana, è una volgarità». Davvero? Nel 2026 serviva un premio Oscar, una standing ovation e la prima serata del servizio pubblico per scoprire che la guerra è brutta?

Il problema non è Benigni. Il problema è la banalità morale elevata a discorso civile, la riduzione di una delle questioni più tragiche e strutturali della storia umana a un’esclamazione emotiva, a uno sfogo liberatorio che non costa nulla a chi lo pronuncia e non chiede nulla a chi lo ascolta. Dire che la guerra è brutta non è un atto di coraggio. È un riflesso condizionato. È come dire che la fame fa male o che la morte è triste. È una verità talmente evidente da risultare sterile.

Benigni invoca l’abolizione della guerra e invita tutti i Paesi a scrivere nelle loro Costituzioni che la ripudiano. Ma quell’articolo, il celebre articolo 11 della Costituzione italiana, non nasce da una visione poetica dell’umanità, bensì da una sconfitta militare. Come in Giappone. Non è il frutto di un’illuminazione etica collettiva, ma la conseguenza storica di una guerra persa. Anche questo andrebbe ricordato, se si vuole parlare seriamente.

E poi c’è l’affermazione più rivelatrice: «La guerra è disumana». No. La guerra è tragicamente umana. È così umana che accompagna l’uomo da millenni. È così umana che precede gli Stati, le Costituzioni, i diritti, la diplomazia. Questo non la rende giusta, né bella, né desiderabile. Ma la rende reale. Ignorare questa realtà non è pacifismo: è rimozione.

Lo spiegava bene Prezzolini: non tutti i conflitti si risolvono con le buone parole, e non perché le parole siano inutili, ma perché esiste sempre qualcuno che, messo di fronte alla scelta tra diplomazia e violenza, sceglierà la violenza. Fingere che questo “qualcuno” non esista è il vero lusso del pacifismo da salotto.

Non essere pacifisti alla Benigni non significa essere guerrafondai. Significa accettare una verità scomoda: il mondo dei diritti in cui viviamo non lo abbiamo costruito noi. Ci è stato consegnato. E spesso è stato difeso, piaccia o no, anche con la forza.

Dire “mai più guerra” senza chiedersi chi difenderà ciò che amiamo quando qualcuno proverà a distruggerlo è un atto di irresponsabilità morale travestito da bontà. È una posizione che funziona solo finché qualcun altro è disposto a fare il lavoro sporco al posto nostro.

Per questo, quando sento discorsi così ovvi, così unanimemente applauditi, così innocui, mi viene quasi voglia di arruolarmi. Non per amore della guerra, ma per allergia alla sua semplificazione. Perché la guerra non si combatte solo con le armi, ma anche con il pensiero. E ridurla a una volgarità da abolire significa smettere di capirla. E ciò che non si capisce, prima o poi, si subisce.

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