Bibbiano, la famiglia del bosco e l’equivoco della libertà
Dai due casi emerge un tema comune: il limite dell’autonomia genitoriale quando incide su istruzione e sviluppo sociale dei minori e sul loro benessere complessivo
Ricordate il caso Bibbiano? Per anni è bastato pronunciare quel nome perché il dibattito pubblico italiano si incendiasse. Bibbiano è diventato una parola-simbolo, un totem mediatico, un luogo dell'immaginario collettivo prima ancora che un comune della provincia emiliana. Attorno a quel nome si sono stratificate accuse, campagne politiche, inchieste giornalistiche, slogan e contro-slogan. Per una parte dell'opinione pubblica è stato il paradigma dell’invadenza dello Stato nella vita delle famiglie; per un'altra, il simbolo di un sistema di tutela dei minori travolto da una narrazione spesso semplificata e strumentale.
A distanza di anni, quando le vicende giudiziarie hanno mostrato una realtà molto più complessa rispetto alle rappresentazioni offerte nel pieno della tempesta mediatica e al populismo mediatico, vale la pena tornare a interrogarsi su ciò che Bibbiano ha realmente rappresentato nel dibattito culturale italiano. E vale la pena farlo osservando una vicenda apparentemente lontanissima, ma che tocca la medesima questione di fondo: il recente caso della cosiddetta "famiglia del bosco".
Le due storie sembrano appartenere a universi incompatibili. Da una parte l’Emilia delle istituzioni, dei servizi sociali, delle équipe multidisciplinari, dei tribunali per i minorenni. Dall’altra una famiglia che sceglie l’isolamento, rifugiandosi in un’area boschiva dell’entroterra abruzzese e costruendo la propria esistenza ai margini della società organizzata.
Tuttavia, entrambe le vicende costringono a rispondere a una domanda fondamentale: quale rapporto deve esistere tra l’autonomia della famiglia e il diritto della collettività alla tutela dei minori?
La risposta fornita dalla tradizione giuridica europea è chiara da decenni. L’autorità genitoriale non costituisce un potere assoluto, ma una funzione esercitata nell’interesse del figlio e limitata dalla tutela del minore, della sua salute, della sua formazione e del suo sviluppo.
Si tratta di un principio che affonda le proprie radici nella cultura democratica contemporanea e che ha sostituito una concezione patrimoniale della famiglia, secondo la quale i figli erano quasi esclusiva disponibilità degli adulti.
L’infanzia, nella sensibilità moderna, non appartiene soltanto alla famiglia ma anche alla comunità civile. Da questa premessa nasce l’intero sistema di protezione minorile: scuole, pediatri, psicologi, assistenti sociali, tribunali, servizi territoriali.
Una rete complessa, spesso imperfetta, talvolta criticabile, ma fondata su un principio preciso: quando il percorso di crescita di un bambino presenta elementi di vulnerabilità, la società non può restare indifferente.
La vicenda di Bibbiano si collocava esattamente dentro questo orizzonte.
Le indagini avviate nel 2019 nella Val d’Enza hanno riguardato il sistema degli affidi familiari. Le contestazioni hanno generato uno dei più intensi cortocircuiti mediatici della storia recente italiana.
Nel dibattito pubblico si è spesso verificata una sovrapposizione tra le eventuali responsabilità individuali e il principio generale della tutela dei minori.
Sono due piani distinti. Un conto è discutere l’operato dei singoli e verificare eventuali errori o abusi. Altro conto è mettere in discussione l’idea stessa che lo Stato debba intervenire quando è in gioco l’interesse del minore. Confondere questi livelli significa smarrire il cuore della questione.
La cronaca della “famiglia del bosco” offre una prospettiva diversa: non l’intervento dello Stato, ma una scelta radicale di sottrazione alla società.
Una vita costruita lontano da istituzioni, scuola e processi di socializzazione.
Parte dell’opinione pubblica ha interpretato questa scelta in chiave romantica, come rifiuto della modernità e delle sue contraddizioni.
Il problema cambia però prospettiva quando lo sguardo si sposta sui figli.
Un adulto può scegliere liberamente il proprio modello di vita. Un minore no: la sua esperienza dipende dalle decisioni degli adulti.
L’isolamento incide su elementi fondamentali come istruzione, socializzazione e sviluppo emotivo.
La ricerca scientifica sullo sviluppo umano converge sul valore decisivo dell’interazione sociale.
Per Vygotskij, l’apprendimento nasce dalla relazione con gli altri.
Per Bronfenbrenner, lo sviluppo avviene attraverso una rete di ambienti sociali.
Per Bowlby, l’attaccamento è la base da cui il bambino esplora il mondo, non una condizione di chiusura.
La socializzazione tra pari sviluppa autonomia, empatia e competenze relazionali che nessun contesto isolato può sostituire.
Un modello educativo basato sull’isolamento rischia di riflettere una visione adultocentrica.
La libertà degli adulti non coincide automaticamente con la libertà dei bambini.
La domanda centrale diventa allora: quale libertà hanno i minori?
La crescita avviene nell’incontro, non nella chiusura o nella sottrazione.
L’educazione richiede pluralità di relazioni, saperi, esperienze e punti di vista.
La civiltà democratica si fonda su questa consapevolezza.
Una società che protegge i minori, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta una conquista di civiltà.
La vera posta in gioco non è il primato dello Stato sulla famiglia o della famiglia sullo Stato, ma il primato dell’interesse del minore.
Un bambino non necessita soltanto di una madre e di un padre, ma di cura, stabilità affettiva, istruzione, sicurezza materiale e accesso alla cultura.
Non è la forma della famiglia a determinare la qualità della crescita, ma la possibilità di costruire relazioni significative e confrontarsi con la complessità del mondo.
Per diventare adulto, un bambino ha bisogno di radici, ma anche di orizzonti. E nessun orizzonte può essere contenuto interamente entro i confini di un bosco.