Calabria povera? Forse di racconto. Dieci cliché da rottamare prima che diventino identità
Occhiuto non ha bisogno di essere difeso. È la Calabria che avrebbe bisogno di essere liberata dalla liturgia degli ultimi: povera per definizione, emigrante per vocazione, assistita per destino. Dieci provocazioni contro l’oicofobia calabrese
Diciamolo subito, così evitiamo di perdere tempo dietro il riflesso pavloviano del tifo politico: Roberto Occhiuto non ha alcun bisogno di essere difeso. Vola talmente alto rispetto al dibattito politico regionale che, per raggiungerlo, più che una replica servirebbe un radar.
E non è questo che mi interessa.
Mi interessa, invece, approfittare di un editoriale pubblicato da LaC News24 – uno dei tanti, perché il genere letterario è ormai affollatissimo – per provare a smontare alcuni dei cliché attraverso i quali continuiamo ostinatamente a raccontarci. Sempre poveri. Sempre ultimi. Sempre periferici. Sempre senza lavoro. Sempre costretti a partire. Sempre in attesa che qualcuno venga a salvarci.
È l'oicofobia tutta calabrese che ci spinge sempre verso un compiacimento autolesionistico nel descrivere casa nostra peggio di come sia, che alla lunga produce un effetto molto più grave di una cattiva reputazione: ci convince che quella caricatura siamo davvero noi. E allora prendiamoli uno per uno, questi luoghi comuni. Non per dimostrare che la Calabria sia il migliore dei mondi possibili. Ma almeno per concederle il diritto di essere il mondo reale.
La povertà in Calabria sarebbe “non astratta”. Strano: è proprio qui che si vede meno
Leggo testualmente: «La Calabria è una terra nella quale la povertà non è un concetto astratto».
Ecco. Io penso esattamente il contrario. Se c’è un posto nel quale la povertà rischia di diventare soprattutto un concetto statistico è proprio la Calabria. Andate a Milano. Torino. Genova. Roma. Non serve scaricare un rapporto Istat: basta uscire da una stazione. La povertà la vedete. Ha un volto, un cartone sul quale dormire, una coperta, una fila davanti a una mensa, una periferia nella quale concentrarsi.
Poi tornate in Calabria. Naturalmente troverete disagio, fragilità, famiglie che hanno difficoltà economiche. Ci mancherebbe. Ma dov'è quella rappresentazione plastica di una società nella quale quasi una famiglia su quattro dovrebbe vivere sotto una soglia economica dignitosa? Dove sono le proporzioni visibili di quella fotografia? È una domanda, non una negazione. Perché magari il problema non è stabilire se il dato esista ma capire che cosa stia realmente fotografando.
“I numeri Istat non consentono equivoci”. È proprio l’equivoco il problema
Poi arriva la frase sacrale: «I numeri dell'Istat non consentono equivoci». E invece è precisamente qui che nasce l'equivoco. Non perché l'Istat racconti frottole. Ma perché noi continuiamo a pretendere che un numero nominale coincida con una società reale. È lo stesso cortocircuito del PIL. È lo stesso delle classifiche sulla qualità della vita che ogni anno ci consegnano cerimoniosamente agli ultimi posti e che noi accogliamo con la puntualità con cui si ritira un certificato anagrafico: ecco, siamo questi.
Sulla carta.
Ma la Calabria è probabilmente una delle regioni italiane nella quale la distanza tra ciò che esiste sulla carta e ciò che esiste nella vita quotidiana è più larga. Patrimonio immobiliare. Economia familiare. Autoconsumo. Reti parentali. Trasferimenti di denaro tra generazioni. Economia informale. E sì, anche lavoro irregolare ed evasione, che non sono virtù da rivendicare ma pezzi di realtà economica che non evaporano soltanto perché non possiamo metterli con orgoglio in una statistica. Il punto, dunque, non è smentire l'Istat ma smettere di utilizzare l'Istat come oroscopo della Calabria e come paravento per giustificare la pratica del piangerci addosso, sempre e comunque.
Una famiglia su quattro è povera. Poi entri al bar, al supermercato o guardi quanto giochiamo e… cambia tutto
Quasi una famiglia calabrese su quattro sarebbe sotto la soglia della povertà relativa. Bene. Anzi, male… se così fosse. Perché poi uno esce dal foglio Excel. Entra in un supermercato. Entra in un ristorante. Si siede in un bar. Guarda il parco automobilisticoche scorrazza tra i nostri paesi e le nostre città. E Osserva i consumi e infine incontra anche quella meravigliosa variabile impazzita che è il gioco d'azzardo.
Nel 2025 in Calabria sono stati giocati oltre 6 miliardi di euro. Stiamo parlando di soldi veri, di economia reale. E dentro questa Calabria statisticamente poverissima troviamo piccoli centri con cifre di gioco online pro capite impressionanti: San Luca 7.610 euro, Melito Porto Salvo quasi 5.919. E poi Rende, Cassano allo Ionio, Cirò Marina, Scalea, Crotone, Corigliano-Rossano e altri territori sopra quota 4 mila. Ora, prima che qualche solerte esegeta mi spieghi che anche i poveri giocano – grazie, lo sappiamo – il punto è un altro. Con quali soldi? Perché a un certo punto la sproporzione diventa essa stessa informazione.
Se un territorio dichiaratamente povero muove miliardi nell'azzardo, mantiene un patrimonio automobilistico enorme, possiede diffusamente immobili e continua a sostenere economicamente pezzi di famiglia trasferiti altrove, forse non abbiamo scoperto che la Calabria è ricca. Abbiamo scoperto qualcosa di molto più interessante: che non sappiamo ancora misurare fino in fondo come vive.
La famiglia calabrese sarebbe più indifesa di quella del Nord. Davvero?
Leggo ancora che una famiglia calabrese non disporrebbe degli stessi strumenti di difesa economica di una famiglia che vive in territori con salari più alti. Io vedo esattamente il contrario. Perché la difesa economica non è soltanto lo stipendio.
È la casa che molto spesso non devi affittare. È la famiglia allargata. È il nonno che accompagna il bambino e ti risparmia un servizio. È il pezzo di terra. È l'olio che non compri. Sono i pomodori che arrivano da casa. È la dispensa che continua ad avere una funzione economica prima ancora che folkloristica. È il patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti. È una rete di relazioni che altrove devi comprare e qui, nel bene e nel male, continui ad avere.
Poi c'è il capolavoro. Il ragazzo calabrese parte perché qui sarebbe povero. Va a studiare a Milano, Bologna, Roma. Diventa immediatamente, per decreto giornalistico, un “cervello in fuga”– spesso fuori corso, dettaglio che la retorica eroica omette – e scopre che con 1.000 euro al mese non riesce neppure a pagarsi una stanza. A quel punto telefona alla famiglia (povera) rimasta in Calabria. E la famiglia povera fa il bonifico (e questo succede solo qui). Dunque abbiamo un fenomeno economico straordinario: la regione povera finanzia la sopravvivenza dei propri emigrati nelle regioni ricche. Almeno studiamolo questo fenomeno, prima di piangerci addosso.
Benzina cara, auto indispensabile. Ma quante macchine abbiamo? E quali?
Anche il caro carburanti diventa immediatamente prova ontologica della questione calabrese. Peccato che il carburante costi in tutta Italia e in tutta Europa. Poi naturalmente arriva la frase: in Calabria l'automobile non sarebbe una comodità, ma molto spesso l'unico mezzo disponibile. Il deficit del trasporto pubblico esiste. Punto. Ma perché ci fermiamo sempre alla metà del ragionamento che ci fa più comodo? Perché nessuno accompagna quella frase con un'indagine seria su quante automobili siano immatricolate in Calabria rispetto alla popolazione residente? E soprattutto: quali automobili? Quanto costano? Quante ne possiede ogni nucleo familiare? Quanto spendiamo ogni anno per acquistarle, assicurarle, manutenerle e alimentarle? Sarebbe interessante scoprire come una delle regioni più povere d'Italia riesca a sostenere un tenore automobilisticoche poverissimo non sembra.
Magari scopriremmo un'altra volta che tra il reddito nominale e l'economia reale c'è di mezzo la Calabria.
“La Calabria deve diventare una questione nazionale”. Ma non era proprio questo il problema di Occhiuto?
Qui arriviamo al sublime. L'editoriale parte sostanzialmente da un rimprovero: Occhiuto guarda troppo a Roma. E finisce con un auspicio: la Calabria deve diventare una questione nazionale.
Decidiamoci.
Perché una delle ragioni per cui la Calabria è già diventata una questione nazionale è precisamente la riconoscibilità nazionale del suo Presidente. Provate per un momento a mettere accanto la Calabria del 2019 e quella del 2026. Sembra trascorsa un'era geologica.
Prima avevamo presidenti che andavano a Roma per minacciare di incatenarsi davanti a Palazzo Chigi nella speranza che qualcuno li ascoltasse. Oggi abbiamo un Presidente che parla direttamente con i CEO di Ryanair e porta gli aeroporti calabresi a numeri mai visti; che apre un dossier con Uber; che inventa una liberalizzazione degli NCC che diventa materia di confronto nazionale; che, non trovando medici italiani, va a prenderli a Cuba. Potranno piacere o meno le singole operazioni. Ma questa è esattamente la differenza tra chiedere attenzione nazionale ed essere un interlocutore nazionale.
E non è una sfumatura.
Più che la Calabria, forse dovrebbe lamentarsi il Nord per la Calabria
E poi ci sono le infrastrutture. Qui rischiamo quasi il paradosso inverso: forse dovrebbe essere il Nord a lamentarsi dell'eccessiva presenza della Calabria nelle scelte del Governo nazionale.
Perché una concentrazione di investimenti infrastrutturali di questa portata, tutta insieme, io nella storia repubblicana recente della Calabria faccio fatica a ricordarla. E c'è perfino una piccola ironia geografica: una parte consistente di queste risorse arriva attraverso un Ministero guidato da un uomo politico del Nord.
Dunque siamo passati dalla Calabria dimenticata dallo Stato alla Calabria che riceve miliardi dallo Stato senza concederci neppure cinque minuti per registrare il cambiamento. Non significa che le infrastrutture siano finite. Significa che prima di continuare a raccontare l'abbandono bisognerebbe almeno aggiornare il copione.
Il “lavoro stabile”. Cioè il cliché dei cliché
Poi compare lui. Il lavoro stabile. La chimera delle chimere. La più longeva sostanza dopante somministrata a generazioni di ragazzi calabresi da genitori, nonni, politica e spesso perfino scuola.
Studia. Laureati. Fai il concorso. Cerca il posto. Possibilmente pubblico. Possibilmente sotto casa. Possibilmente per sempre.
Praticamente Checco Zalone elevato a modello di sviluppo regionale. Solo che nel frattempo il mondo è cambiato. Intelligenza artificiale, automazione, professioni che nascono e muoiono in pochi anni, lavoro digitale, mobilità, autoimpresa. E noi, nella terra nella quale manca quasi tutto, continuiamo a spiegare ai giovani che devono aspettare che qualcuno offra loro qualcosa.
È un suicidio culturale. Perché proprio dove manca tutto si può inventare tutto. L'assenza genera valore. Manca un servizio? È un'impresa possibile. Manca un prodotto? È mercato. Manca un'esperienza? È economia potenziale. Manca innovazione? C'è spazio per chi la porta. Naturalmente servono credito, formazione, infrastrutture, accompagnamento. Ma continuare a indicare il “lavoro stabile” come orizzonte significa inoltrare il giovane calabrese una patente per l’emigrazione. Poi, magari, lo chiamiamo cervello in fuga e organizziamo pure il convegno per capire perché se n'è andato! E infine c’è il paradosso nel paradosso della regione povera e senza lavoro: le imprese cercano lavoratori. Piccole, medie e grandi aziende cercano competenze, provano ad assumere, ma non arrivano curricula né risorse umane adeguate.
“Occhiuto usi Roma per la Calabria”. Ci si potrebbe scrivere un libro. Anzi, l'ha già scritto
Arriviamo infine alla frase: la Calabria non gli chiede di rinunciare a Roma, gli chiede di usare Roma per la Calabria. Ma è esattamente quello che sta facendo. L'elenco è talmente lungo che rischierebbe di diventare un libro. Anzi, il libro esiste già. Si intitola, guarda caso, Il coraggio di governare.
Lo dico con una punta di perfidia: magari prima di utilizzare quell'espressione per spiegare a Occhiuto dove dovrebbe esercitare il coraggio di governare, una sfogliata al volume potrebbe risultare utile. Ma possiamo persino risparmiarcela. Bastano le ultime ventiquattro ore. Nel nuovo Ospedale della Sibaritide sono stati aperti 22 ambulatori. Ventidue. Dentro un ospedale promesso quasi vent'anni fa, rimasto per anni un rendering, una promessa elettorale, una processione di sopralluoghi e caschetti. Non è ancora tutto l'ospedale? Certo che no. Ma siamo passati dal discutere se avrebbe mai aperto al discutere di quanto rapidamente debba aprire il resto.
Anche questa differenza, se permettete, si chiama realtà.
Occhiuto non c'entra. Il problema è quella strana necessità di sentirci sempre ultimi
E quindi torniamo all'inizio. Non sto difendendo Occhiuto. Sto contestando qualcosa di molto più antico di Occhiuto: la necessità calabrese di riconoscersi sempre nella propria disgrazia.
Quasi che uscire dall'ultimo posto rappresentasse un tradimento identitario. Abbiamo costruito per decenni una narrazione nella quale essere calabresi significa essere periferici, poveri, costretti a emigrare, privi di opportunità, dimenticati dallo Stato. E attenzione: molti di quei problemi esistono.
Tuttavia esiste anche una Calabria che prova a sostituire il governo dell’emergenza con il Governo della Bellezza: amministrare ciò che abbiamo non come una rendita ricevuta dalla natura o dalla storia, ma come capitale identitario, reputazionale ed economico. Tropea, con il Sindaco Giovanni Macrì, lo dimostra da anni sul campo: la bellezza non semplicemente esibita, ma governata; trasformata in posizionamento, destinazione, reputazione. È forse questa una delle rivoluzioni culturali che ci mancano: smettere di considerare la bellezza una cartolina e cominciare a trattarla come politica pubblica.
Il punto è un altro. Quando qualcosa cambia, noi continuiamo a raccontarlo con le parole di prima. Gli aeroporti crescono? Sì, però. Arrivano miliardi sulle infrastrutture? Sì, però. Apre finalmente un pezzo dell'Ospedale della Sibaritide? Sì, però. La Calabria entra con maggiore forza nel dibattito nazionale? Sì, però Occhiuto guarda troppo a Roma. È sempre quel “però” a salvarci dalla terribile eventualità di dover ammettere che qualcosa sia cambiato.
Ed è questo il cliché più difficile da demolire. Perché una strada si costruisce con il cemento. Un ospedale con cemento, tecnologie e medici. Un aeroporto cresce con rotte e passeggeri. Ma per ricostruire l'immagine che una comunità ha di se stessa non basta un appalto. Serve forse il più difficile dei lavori pubblici. Quello sulla testa dei calabresi. Perché la Calabria non ha bisogno di essere raccontata migliore di quella che è. Ma nemmeno, finalmente, peggiore per abitudine. Stop oicofobia