Calabria sotto attacco: gli incendi sono una strategia criminale? Le domande che ora lo Stato deve porsi
Inneschi ritardati, roghi simultanei e strumenti incendiari fanno emergere uno scenario che va oltre l'emergenza estiva. Serve un'indagine unitaria per capire chi sta colpendo la regione e con quali obiettivi
La Calabria non sta combattendo soltanto contro il fuoco. Sta affrontando un’offensiva che, per estensione, modalità operative e contemporaneità degli eventi, impone una riflessione destinata ad andare ben oltre la cronaca di una drammatica estate. Le montagne del Pollino divorate dalle fiamme, i boschi ridotti in cenere, le famiglie costrette ad abbandonare le proprie case, centinaia di uomini impegnati senza tregua sul fronte dell’emergenza e i Canadair in volo dall’alba al tramonto rappresentano soltanto la parte più visibile di una vicenda che, con il passare delle ore, assume sempre più i contorni di una questione di sicurezza pubblica.
Le informazioni che stanno emergendo dalle attività investigative e dalle dichiarazioni della Protezione civile regionale impongono infatti un cambio di prospettiva. Gli incendi che stanno devastando vaste aree della Calabria non possono essere letti esclusivamente come la conseguenza di temperature elevate, vento e siccità. Il ritrovamento di inneschi ritardati, candele predisposte per far partire il fuoco a distanza di tempo, bottiglie trasformate in dispositivi incendiari rudimentali e altri strumenti studiati per consentire agli autori di allontanarsi prima dell’esplosione delle fiamme racconta una realtà diversa, nella quale, almeno per numerosi roghi, la mano dell’uomo non rappresenta più un sospetto ma un elemento concreto sul quale stanno lavorando gli investigatori.
Ancora più sconvolgenti sono le parole pronunciate dal dirigente della Protezione civile della Calabria, Domenico Costarella, che ha parlato pubblicamente di una mente «non solo dolosa, ma criminale», denunciando anche episodi di inaudita crudeltà, tra cui il presunto utilizzo di animali per propagare gli incendi. Circostanze che dovranno naturalmente trovare pieno riscontro nelle indagini della magistratura, ma che restituiscono già oggi il livello di disumanità con cui questa offensiva sarebbe stata pianificata.
È da questo punto che dovrebbe iniziare ogni riflessione seria. Perché quando il fuoco viene acceso con metodo, quando gli inneschi vengono predisposti per entrare in funzione dopo l’allontanamento dei responsabili e quando decine di fronti si sviluppano quasi contemporaneamente in territori diversi, il tema non è più soltanto ambientale. Diventa una questione di ordine pubblico, di sicurezza nazionale e di capacità dello Stato di comprendere quale fenomeno criminale stia realmente affrontando.
Da Castrovillari a Morano Calabro, da Frascineto a San Basile, da Saracena a Cassano allo Ionio, passando per Papasidero, Praia a Mare, Acri, il Lametino, il Vibonese e il Reggino, la geografia del fuoco coincide con alcuni dei territori più importanti della Calabria, interessando il Parco nazionale del Pollino, infrastrutture strategiche, aziende agricole, strutture turistiche e comunità che rappresentano una parte essenziale dell’economia regionale. Non è soltanto un patrimonio naturale a essere aggredito; è una parte dell’identità stessa della Calabria.
Dentro questo scenario emerge inevitabilmente anche una riflessione politica, che però deve restare rigorosamente ancorata ai fatti. La Regione è guidata da Roberto Occhiuto; numerosi territori investiti dall’emergenza ricadono all’interno di un sistema istituzionale amministrato dal centrodestra. Questo dato, da solo, non dimostra nulla e sarebbe gravissimo trasformarlo in una conclusione. Il giornalismo serio non costruisce teoremi, ma pone domande quando la realtà presenta elementi che meritano di essere approfonditi.
Ed è proprio la domanda contenuta nel titolo a richiedere una risposta: perché il fuoco colpisce il cuore delle istituzioni guidate da Occhiuto?
Le possibili spiegazioni sono molteplici e, allo stato, nessuna può essere assunta come verità. La storia giudiziaria della Calabria insegna che dietro gli incendi boschivi si sono nascosti, negli anni, interessi economici, pascoli abusivi, speculazioni, intimidazioni e strategie criminali. Oggi, di fronte a un’emergenza di questa portata e alla presenza documentata di inneschi dolosi, le Procure e le forze dell’ordine hanno il dovere di verificare ogni pista investigativa compatibile con i fatti raccolti. Sarebbe irresponsabile restringere il campo delle indagini; sarebbe altrettanto irresponsabile indicare pubblicamente una matrice specifica senza prove.
Carlo Tansi, geologo ed ex dirigente della Protezione civile calabrese, ha ricordato in queste ore che il caldo può favorire la propagazione delle fiamme, ma non ne rappresenta l’origine quando vengono rinvenuti dispositivi predisposti dall’uomo. È un’affermazione che richiama una responsabilità precisa: la prevenzione non può limitarsi a rafforzare i mezzi di spegnimento, ma deve investire il controllo del territorio, il monitoraggio delle aree più vulnerabili, l’utilizzo delle tecnologie disponibili e il coordinamento tra tutte le articolazioni dello Stato.
La politica, da parte sua, è chiamata a uno sforzo ulteriore. Roberto Occhiuto non può essere considerato responsabile delle azioni criminali di chi incendia i boschi della Calabria. Può però essere il presidente della Regione che pretende un salto di qualità nell’azione investigativa e nella prevenzione, chiedendo che ogni incendio venga analizzato all’interno di un quadro unico, confrontando modalità operative, tempi di innesco, obiettivi colpiti ed eventuali collegamenti tra episodi che, osservati separatamente, potrebbero apparire indipendenti.
La Calabria ha già pagato un prezzo enorme in termini di patrimonio ambientale, economia, turismo e sicurezza. Continuare a considerare ogni incendio come un episodio isolato significherebbe accettare che ogni estate la regione ricominci da zero, mentre chi agisce nell’ombra continua a beneficiare della frammentazione delle indagini e dell’oblio che inevitabilmente segue la fine dell’emergenza.
Il compito della magistratura sarà quello di individuare i responsabili e di accertarne i moventi. Il compito della politica sarà quello di impedire che tutto questo possa ripetersi. Il compito del giornalismo, invece, resta quello di porre domande scomode senza sostituirsi ai giudici, mantenendo il rigore dei fatti come unico criterio di valutazione.
Perché una cosa, ormai, appare evidente: la Calabria non sta perdendo soltanto migliaia di ettari di bosco. Sta subendo un’aggressione che colpisce il suo territorio, la sua economia, il suo patrimonio naturale e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E uno Stato davvero autorevole non si limita a spegnere gli incendi: individua chi li ha appiccati, ne ricostruisce le motivazioni e dimostra, con la forza del diritto, che nessuno può dichiarare guerra a un’intera regione restando impunito.